giovedì 25 febbraio 2016

Tra due fuochi

Si discute nuovamente del tema del pacifismo e della guerra dopo che al professor Angelo Panebianco è stato impedito di tenere la sua lezione universitaria, in quanto autore di un articolo di giornale a detta di molti eccessivamente bellicoso sul da farsi nel contesto libico.
La situazione che noi abbiamo di fronte, in una realtà che forse fatichiamo ancora ad accettare ma che è davanti ai nostri occhi, è quella di una guerra multisfaccettata, che investe una gran parte dei territori che circondano l'Europa: Libia, Siria, Ucraina, più sottilmente Turchia, tanto per cominciare.
E' evidente di fronte a questi fenomeni che il tema posto da Panebianco è di quelli seri: quanto l'Europa possa dirsi sicura, nel momento in cui si assiste a un drammatico declino dell'influenza statunitense in particolar modo in Medio Oriente ma anche nell'est Europa. 
Siamo tutti d'accordo che la guerra non è quasi mai una soluzione ragionevole, ma il problema della sicurezza resta un problema serio.
E' chiaro che non siamo in condizione di esportare la democrazia, perché questo è divenuto evidente a tutti dopo il caso Iraq. Ma non si tratta di questo. La domanda è: cosa siamo in condizione, allora, di esportare, visto che qualcosa lo dovremo forse necessariamente esportare? Secondo i russi, a giudicare da come operano in Siria, non siamo in condizione di cercare di imporre niente di meglio che dittatori sanguinari. 
Certo è che non possiamo neanche accettare tanto facilmente l'esistenza di stati falliti, come quello libico, di fronte alle nostre coste, perché questo porrebbe problemi di sicurezza enormi oltre a una falla gigantesca nel tentativo di porre un qualche tipo di argine organizzatore ai possenti fenomeni migratori in atto.
Il problema serio è che noi non possiamo esportare modelli qualsivoglia nel momento in cui assistiamo a un processo complesso di disgregazione dell'Unione Europea stessa, dovuto alla tenaglia di due crisi: la crisi delle finanze pubbliche e la conseguente deflazione, e la crisi aperta dal problema dei migranti.
L'errore di chi pensa a fare la guerra è che spesso non capisce che l'ordine post-bellico non potrebbe individuarsi se non a partire dalla eventuale capacità dell'Europa di rappresentare un ideale politico a cui tendere per quei paesi stessi nei quali ci si arroga il diritto di tentare di imporre una qualche forma di pace sociale o quanto meno di tregua dalle ostilità. E tale capacità dell'Europa di costituire un modello per altri deve dirsi appunto sostanzialmente svanita, nel corso degli ultimi otto anni.
Tuttavia ritirarci, nel tentativo di risolvere i nostri problemi interni, a guardarci il nostro ombelico, non farebbe che portare la guerra all'interno stesso dell'Europa. E' quanto l'ISIS si propone di fare, insistendo sulle nostre contraddizioni interne. 
Si tratta perciò di accellerare un processo di unificazione, forse partendo dal fatto di doversi affidare a un'Europa a due velocità. La politica estera europea deve essere maggiormente coordinata, in particolare sulla spinta dei paesi fondatori. 
Siamo perciò tra due fuochi: l'impossibilità di definire una strategia interventista in politica estera, dovuta alla scarsa credibilità che il nostro modello politico ha conseguito negli ultimi otto anni, e l'insufficienza di affidarci, per la risoluzione della doppia crisi in atto, a una politica "interna" europea che appare sempre essere contrassegnata da uno scontro permanente tra le potenze più influenti.
L'Europa non può semplicemente limitarsi ad arretrare, davanti alla crisi in atto. Deve trovare in sé lo scatto per un percorso di maggiore integrazione interna che possa condurre a spendere energie per un calibrato tasso di interventismo esterno, in particolare con riferimento agli stati falliti.
Il fallimento delle primavere arabe è stato innanzitutto un nostro stesso fallimento: l'incapacità di generare speranze in chi deve comunque necessariamente guardare a noi quando pensa a quel lento, secolare processo di incivilimento democratico che persegue.
Il nostro problema è quello di costituire un modello politico per altri: un modello da "esportare" con l'esempio e non con le armi. In mancanza di questa nostra capacità di fare modello, non potremo ragionevolmente mantenere un buon livello di sicurezza nemmeno applicando tutta la (poca) forza di  cui siamo capaci.