L'elezione di Trump ha determinato un fatto nuovo: gli Stati Uniti non sono più una comunità ideologica. Non sono più tenuti insieme, in altre parole, da un sistema di valori profondamente liberale, ma costituiscono ormai piuttosto un insieme di persone nella quale la "caccia" al "diverso" e al "nemico" diventa un elemento preponderante del sentire pubblico. Si registra, pertanto, anche una svolta verso il tatticismo, nella politica americana: un accorciamento della visione strategica, in parte iniziata già dall'era Obama.
Questo slittamento, che pone la leadership statunitense chiaramente in difficoltà o comunque in crisi di identità, tanto più che le sue tecnostrutture (magistratura inclusa) hanno una loro capacità di resistenza che mal si adatta al nuovo corso, sembrerebbe produrre innanzitutto una maggiore assertività da parte di altri soggetti, come la Cina, la Germania(-Francia), e la Russia, quasi per un effetto-contrappeso. Sembrano resistere alla crisi i paesi con una forte struttura industriale e una forte organizzazione politico-industriale interna, i quali sono disposti ad accettare anche un certo tasso di mercati aperti nella misura in cui godono di vantaggi competitivi. Gli Stati Uniti pagano un rapporto tra spese militari proprie sul totale delle spese militari internazionali e quote di divisione internazionale del lavoro impressionantemente preponderante a favore del primo. Si registra così un dirigismo negli affari politici ed economici che è dovuto essenzialmente alla necessità di tenere in piedi la macchina militare, e che cozza con il presunto asserito dinamismo della società civile tipico del vissuto storico americano.
La gestione del declino americano diventa difficile perché gli statunitensi hanno assunto un assetto politico-istituzionale totalmente imprevedibile e questo determina intanto una crisi rispetto al problema della non proliferazione nucleare. In questo contesto, assume pertanto rilievo crescente la posizione francese e britannica, in quanto unici paesi in grado di avere un arsenale atomico e allo stesso tempo apparentemente affidabili per il tasso di democrazia interna e di coesione.
L'Europa diventerà crescentemente un punto centrale delle migrazioni globali, anche per l'incapacità statunitense di restare luogo di accoglienza. Le cause delle migrazioni sembrano essere tre: desertificazione, esplosione demografica, conflittualità tra animisti e cristiani, da un lato, e islamisti dall'altro. La posizione americana inasprisce la prima, in quanto causata dal cambiamento climatico, e la terza, e non fa nulla per risolvere la seconda.
La posizione di Francesco è sempre più un atteggiamento politico più che meramente religioso, e dunque una posizione anti-capitalista. Questo garantisce una "mobilità" della Chiesa: un proselitismo e una vocazione mondialista. Tuttavia, espone i cristiani cattolici a conflitti comunitari con chi detiene o intende favorire indirettamente gruppi di potere economico sul proprio territorio. Attirando investimenti dai petroldollari sauditi, per esempio. Le comunità cristiane diventano perciò "vittime" sacrificali perfette per un doppio livello di interessi convergenti: il radicalismo religioso islamista e l'ordine capitalistico interpretato in senso fascista.
La normalizzazione di Trump avrà probabilmente luogo, ad opera di strutture interne e di cancellerie NATO. Ma sarà un processo difficile, lento e contraddittorio. Quale posizione per l'Italia? Di fatto, il ruolo internazionale di Francesco rende il nostro paese un elemento "scomodo" ma allo stesso tempo indispensabile per realizzare un'Europa a due velocità che abbia un nucleo interno. Il nucleo si reggerà, se partirà quest'operazione, su tre gambe: una militare (Francia), una economica (Germania), una politica (Italia). Il nostro ruolo geostrategico aumenta inoltre con l'intensificarsi della minaccia terroristica in Europa, a causa del peculiare meticciato culturale realizzatosi in Italia e dell'adeguatezza della nostra risposta di intelligence. L'Italia costituisce l'unico paese occidentale avanzato di una certa dimensione che non è in guerra esplicita con l'Islam, e che combatte la sua battaglia anti-islamista unicamente sul terreno egemonico. L'uscita britannica dalla UE dovrebbe velocizzare il processo di avvicinamento tra i tre grandi paesi del centro dell'Europa.
La posizione della Russia e dei Cinesi è di crescente peso in Asia e in Africa. La prima, per un'intransigenza anti-islamista tutta giocata a beneficio interno in chiave anti-disgregativa, i secondi per i loro rapporti commerciali e finanziari crescenti con Gibuti, Pakistan, e altri luoghi, con i loro effetti di pacificazione ma anche asservimento.
Con il progetto della nuova via della seta, la Cina si prepara ad aprire il proprio mercato e a costruire sinergie economiche dentro le filiere produttive, che potrebbero contribuire a calmare le acque dell'Asia centrale distribuendo territorialmente un po' di dividendi, e produrre una nuova leadership regionale che la Cina non è mai riuscita ad avere fino a questo momento. La conversione della Cina a un moderatismo capitalista è ormai pienamente compiuta, ma la sua caratteristica centrale è il rifiuto delle forme democratiche. Questo rifiuto per altro antico appare sempre più ragionevole a molti, nell'età delle autocrazie. La Cina resta comunista in un senso: è interessata al governo come gestione dei processi e alle dinamiche di lungo periodo. Questo modello è molto vicino a talune cose che emergono in Europa, e soprattutto in Italia, con i Cinque Stelle: innanzitutto, l'elemento anti-personalistico e dunque collettivo della leadership e l'interesse per le grandi questioni di governance geoeconomica e ambientale come questioni "epocali" e dunque di "salto" nell'utopico. Tale impostazione influenza anche la Russia, che poi "arma" con il proprio know how di intelligence e in particolare di abilità nelle infiltrazioni questa idea inculcandola fino al cuore dei movimenti populisti di destra europei. Ma si tratta fondamentalmente di una mentalità cinese o, nella nostra percezione, "orientale".
Tuttavia, appunto, tale ideologia è per lo più fortemente estranea al mondo "socialista" che ha il proprio centro in Europa, America Latina, e per altri versi in paesi come l'India. I legami di vicinanza tra America Latina ed Europa si rafforzano così in chiave anti-orientale, in generale, nell'adesione ancora a una forma di personalismo nella leadership e dunque alla centralità delle personalità emerse attraverso una responsabilità non disunita dalla critica, accostate a un elemento procedurale democratico, il quale determina però instabilità, agli occhi di molti. Nella grande battaglia culturale tra Oriente e Occidente, gli Stati Uniti appaiono invece per lo più come una comparsa cui il destino ha consegnato improvvisamente le chiavi di un copione, pericolosamente affetta da protagonismi, interventismi, solipsismi, ingenuità culturali e strategiche. A grandi passi verso l'integrazione europea.