mercoledì 1 ottobre 2025

Gaza, ultima frontiera

Quello che accade in queste ore a Gaza è un tornante, plausibilmente, storico. Si tratta, da un lato, di mettere al centro la verità e il diritto, dall'altra di nasconderli per cercare di dimenticarli il prima possibile entrambi. Se la giustizia è tutta da un lato, quella della Flotilla, l'esperimento strategico in corso, da parte dell'estrema destra, è quello di riuscire a occultare questo dato di fatto sotto una coltre potente di propaganda, luoghi comuni e invenzioni. L'ultima trovata del Mossad sarebbe che la Flotilla è finanziata da Hamas. 

Probabile che la crisi esploda alla congiunzione dei due terreni di conflitto più aperti: l'Ucraina e la Palestina, nello statuto sbilenco del governo dell'Europa. Von der Leyen afferma di appoggiare il piano Trump - il quale costituisce una pura follia colonialista, caso mai se ne potesse dubitare, conoscendo chi lo ha proposto - , dà mandato a Germania e Danimarca di abbattere i droni russi, non si esprime per proteggere la Flotilla ma anzi chiede, come tutto l'establishment, "mediazioni": è lecito chiedersi la mediazione tra il giusto e l'umano, da un lato, e l'arbitrariamente violento, dall'altro, quale dovrebbe essere. 

È proprio attorno al ruolo di Ursula Von der Leyen che si gioca la partita della democrazia, a questo punto. Disperatamente al traino di Trump o di chiunque spinga verso il business trainante della difesa europea, dimentica una cosa importante: il bilanciamento democratico tra lavoro e valori ideali. 

Da un lato, servendo gli interessi di Trump, aumenta i profitti del comparto militare e industriale americano, senza garantire che questo ci darà protezione, perché la decisione strategica statunitense è andata ormai in un'altra direzione e questo suggerisce azioni di ben altra portata. Dall'altro, seguendo quegli stessi interessi, non muove un dito contro il governo genocida di Israele, rinunciando a suscitare il sentimento popolare, ben più forte attorno alla difesa di Gaza, in generale, che attorno ai più discutibili interessi ucraini e NATO.

Questa politica volge al fallimento, ma non si vede la luce. Da un lato, la Flotilla, comunque andrà a finire, sarà stata un enorme successo e un colpo a favore dei movimenti se non un motore perpetuo di mobilitazione per tempo a venire. Dall'altro nessuno sembra voler realizzare quella riforma in senso democratico e costituzionale delle istituzioni europee che, sola, può garantire, assieme a cospicui investimenti, sicurezza contro il gigante russo. Nessuno, cioè, intende prendere quello che di buono ha fatto Von der Leyen, in favore dell'unità, per scinderlo da ciò che è cattivo, che è per altro probabilmente maggioritario e più profondo. Stretti tra un massimalismo marcatamente antisionista e dunque contraddittorio rispetto al principio di autodeterminazione, e la rocciosa resistenza a ogni forza proveniente dal basso, da parte di una classe proprietaria e dirigente insensibile a qualsiasi moto di umanità, la socialdemocrazia (o quello che in Italia è stato a lungo chiamato il "comunismo") muore. Nulla sorge al suo posto, tuttavia quel vuoto evoca e suscita, di per sè, il movimento politico più importante, che unisce il protagonismo del lavoro in tutte le sue forme. 

Il viaggio della Flotilla è il viaggio stesso dei movimenti, verso un ostacolo, un tetto di cristallo, più potente che mai. A ogni persona di buona volontà non resta che cavalcare quelle stesse onde che spingono le barche verso Gaza, anche solo con il pensiero, quel pensiero che, utopisticamente, è già azione. Siamo a una svolta nella storia, restare sul divano è oggi, più che mai, impossibile, impraticabile, imperdonabile. 

 









giovedì 26 settembre 2024

La Grande Guerra e la democrazia.

 Eventuali soluzioni sbrigative ai gravissimi problemi sorti nei due principali focolai del disordine mondiale, l'Ucraina e Gaza, favoriscono unicamente l'avvicinarsi reciproco tra le potenze totalitarie, anti-democratiche e bellicose, a Est: Iran, Russia, Corea del Nord e soprattutto Cina. E questo è molto pericoloso se la finalità è evitare un conflitto su larga scala.

Impedire la creazione di un asse totalitario che unisca quei quattro paesi e potenzialmente altri dovrebbe essere la prima preoccupazione dei paesi che si autodefiniscono democratici, molti dei quali, se non tutti, lo sono per altro solo in parte. Invece pare che le preoccupazioni siano altre e di più piccolo cabotaggio. Peccato, diciamo così.

La democrazia non è un'etichetta che si attaglia ad alcuni e ad altri no, ma un processo, e una visione idealizzata della società, virtualmente impossibile da raggiungere, e incorporante un benché minimo elemento di retorica, qualunque società sia presa in esame. Ritenere che il mondo sia diviso tra buoni e cattivi facilita esclusivamente la dinamica presentata in esergo di associazione guerresca tra i peggiori. Negli USA c'è la democrazia? In parte. Ci sono molte paurose diseguaglianze, metà del paese aderisce a idee apertamente fasciste, ci sono più armi più o meno legali in possesso di privati che abitanti, eccetera eccetera. L'Italia è una democrazia? In parte. C'è un governo votato da un'esigua minoranza degli aventi diritto che è fascista e sono passate leggi e pratiche liberticide negli anni recenti che hanno diminuito una serie di garanzie come per esempio la libertà di stampa, o che stanno distruggendo i presidi di libertà come la scuola pubblica, o che hanno diminuito la libertà personale, come dichiarando che pratiche assolutamente normali siano "reati universali". In Israele c'è la democrazia? In parte. C'è un governo fascista votato dai cittadini che porta avanti l'apartheid verso gli arabi-israeliani e che organizza quotidianamente un genocidio a Gaza e una guerra a bassa intensità altrove.

In Russia c'è democrazia? In parte, molto piccola: c'è consenso più o meno coercitivamente indotto sulla politica estera sostenuto da argomentazioni piuttosto ragionevoli di geopolitica, e ci sono votazioni periodiche, mentre per tutto il resto degli elementi fondamentali no.

In Iran e in Cina c'è democrazia? Molto probabilmente no, in quasi nessun aspetto. C'è un consenso, probabilmente scarso nel primo caso, nonostante pratiche elettive, meno scarso nel secondo, o una cultura consolidata del conformismo. Per tutto il resto no.

In Corea del Nord c'è democrazia: no.

La democrazia non è una gara per scoprire chi è più bravo, ma esclusivametne una bussola per i cambiamenti necessari. Chi pensa di dominare col terrore, cade. E' il caso emblematico di Israele, uno Stato che difficilmente esisterà tra otto-dieci anni se nulla cambia drasticamente. Supponiamo che la popolazione israeliana del nord del paese sia soggetta al lancio di venti razzi al giorno da Hezbollah. Questa è una minaccia intollerabile per la sicurezza? Può essere, ma la minaccia non fa che aumentare se si fa crescere il risentimento anti-semita e anti-israeliano in una popolazione araba, turca e persiana che è cento volte superiore a quella di Israele, e in altri soggetti esterni ma che assistono a quanto sta avvenendo con crescente rabbia e sconcerto. Non c'è alcuna possibilità che Israele continui a esistere se terrorizza i vicini e i propri stessi abitanti, fino al punto da far sospettare che lo Stato di Israele non dovrebbe neanche esistere, quando questo sospetto è diffuso su miliardi di persone. La lezione della storia è chiara, e anche il buon senso lo è.

Presto o tardi, i nodi verranno al pettine. E come si può pensare che non lo stiano già facendo, se ventimila minori sono stati uccisi in dieci mesi in una città di due milioni di abitanti come Gaza?

Per quanto riguarda l'Ucraina, la questione è più complessa. Come si fa a sapere quanta fatica farebbero due abitanti medi del Donbass e della Crimea a dirsi l'uno russo pur non sentendosi immediatamente tale e l'altro ucraino pur non sentendosi immediatamente tale? E' molto difficile, ma è questo che va misurato, e non altro. Ci vorrebbe, per dir così, una votazione tenuta in un regime di sicurezza e protezione internazionale, che è ovviamente totalmente impensabile, perché verrebbe osteggiato e impedito da chi ha paura di perderle, cioè forse addirittura entrambi i soggetti in causa. 

In questa situazione, è ragionevole che vinca di fatto il più forte, e che in nome della pace per decine di milioni di persone e per l'Europa stessa, si sacrifichi qualcosa, come l'opinione di quella che in una parte piccola del territorio ucraino è la parte debole. 

Ci sono altre idee possibili? Senza dubbio. Il campionario delle informazoni storiche e delle critiche possibili alla NATO o alla pretesa putiniana di rappresentare un interlocutore ragionevole è infatti amplissimo. Ma in tutti i casi vanno argomentate, e non esclusivamente sulla base della storia, non esclusivamente sulla base del diritto internazionale, ma anche della logica politica.

In una società globalizzata e connessa dalla tecnologia e dall'economia e con un crescente PIL pro capite per vaste e popolose nazioni, i doppi standard non sono più accettati né dunque accetabili. Tutti stanno a guardare, e giudicano, giustamente. La convinzione di parte preponderante dell'establishment occidentale di essere l'unico giudice del bene e del male è fuori dalla storia. "Times are changing", diceva una canzone.

martedì 30 aprile 2024

Tra fascismi e regimi a-democratici. Il movimentismo e Schlein.

La situazione internazionale è di tensione alta, altissima su alcuni fronti di guerra e attorno ad essi. La tendenza della politica nei paesi di area culturale occidentale è indiscutibilmente verso il fascismo. Il paese con resistenza istituzionale e di cultura politica più forte a questo è probabilmente la Gran Bretagna, almeno nel senso che la sua cultura di destra non sembra avere significativi scivolamenti ideologici nel fascismo stesso, per quanto possa considerarsi estrema sotto alcuni aspetti. Col modello francese a rischio di assoluta impopolarità e contraddittorietà sui temi post-coloniali, contraddizioni forse simili a quelle cui si assiste negli Stati Uniti, sebbene con una diversa natura del rapporto tra nazionale e internazionale, e con la precarietà del socialismo spagnolo, con una nube di estrema destra sulla Germania, e con un'aperta degenerazione neoautoritaria in Italia e in altri paesi come, in maniera diversa, meno social-nazionale e più tecnocratica, in Israele. Con la natura certamente, più che nazional-comunitaria, autenticamente nazional-fascista del regime russo. 

L'obiettivo sembra dover essere quello di far scendere le tensioni tra nazioni, per attutire l'effetto che espande il nazionalismo all'infinito coll'acuirsi degli scontri bellici e del coinvolgimento globale in essi. Da questo punto di vista deve essere chiaro che la politica della NATO è disastrosa perché non mira a un ordine, ed è indefinita quanto a obiettivi e a mezzi per raggiungerli. La NATO ha smesso perciò di essere un ombrello di sicurezza, e si è vieppiù trasformato in un ombrello di insicurezza. I movimenti popolari si coagulano attorno al tema palestinese, più che a quello ucraino-russo. La ragione è che nel primo caso vi è una vittima chiara, la popolazione palestinese, e per certi versi lo è per spinte convergenti da parte del colonialismo in taluni casi filo-fascista occidentale e della natura a-democratica, in vari gradi, di quasi tutte le organizzazioni statuali egemoni nel campo delle civiltà orientali, con particolare riferimento alla mancanza di scrupoli democratici o liberali delle monarchie del golfo e del particolare status islamofascista del regime iraniano.

Con la nuova tendenza alla sostituzione del lavoro grazie all'intelligenza artificiale, e più in generale con l'accorciarsi continuo dei cicli che caratterizzano le rivoluzioni tecniche, sale l'attualità di temi come il reddito universale in quanto livello di protezione ultimo dalla povertà estrema e dall'esclusione sociale, a causa dell'impossibilità di mantenere stabili catene di comando imprenditoriali o stabili reti di solidarietà tra subalterni e di realizzare così coalizioni credibili tra capitale e lavoro che producano una cooperazione nel tempo per la maggiore produttività e per un'equa distribuzione, una dinamica che deriva dalla natura stessa del cambiamento tecnologico nella direzione della vorticosità. 

Si profila perciò un periodo reazionario-rivoluzionario, privo di riforme e che tenderà a esplodere come tenderanno a farlo le tensioni sociali.

Per tutti i motivi evocati, i processi di soggettivazione assumono una dimensione fortemente internazionale, ed essere dentro i movimenti diventa fondamentale. Nessun nemico a sinistra, di fronte alla tenaglia tra fascismo e a-democrazia orientale. Torna di moda il tema dei "fronti popolari", mentre lo stesso Stato del benessere finisce per diventare superfluo o nei fatti inoperoso rispetto alle nuove esigenze di alleanze vaste e dal basso per una riscossa civica, intellettuale e morale, guidate dall'idea d una collettivizzazione dei beni comuni e di una reciprocità nelle reti economiche e sociali.

La guida di un movimento internazionale di resistenza può essere più facilmente assunta da testimoni e protagonisti del movimento stesso e non perciò eterodiretta o deviata, quanto più tale movimento risulta estraneo alle macchine burocratico-statuali e finanche a molte macchine partitiche, come accade in questi mesi. Il governo spagnolo è forse l'unico o il principale residuo baluardo contro la netta de-statualizzazione delle forze del progresso nell'attuale scenario. Si preannuncia una classe dirigente prossimamente figlia più della militanza pura che dell'equilibrismo dirigenziale, nonché più dell'abilità oratoria che di quella amministrativa. Elly Schlein è perciò, per attitudine e formazione culturale, la persona giusta al posto giusto, se saprà separarsi o almeno mostrarsi emancipata dalla prospettiva sionista e da quella rigorosamente atlantista come non è riuscita a fare fino a questo momento. Del resto è in un partito dove non si viene ricordati per le proprie posizioni, normalmente, ma per le proprie prudenti rinunce a sostenerle.

 

  




mercoledì 17 aprile 2024

Cause ed effetti. Canfora e quelli come Netanyahu

La libertà è raramente o solo lentamente lo strumento del progresso, mentre più spesso ne è il sigillo o la manifestazione finale. Allo stesso tempo, essa è l'ultima a sparire nel regresso, ma la sua mancanza non è affatto il sintomo fondamentale dell'arretramento civile, essendo quest'ultimo piuttosto nell'emergere dei molteplici ingredienti culturali del fascismo, se visti sufficientemente alla radice e da lontano.

La situazione politica in Medio Oriente, oggi sull'orlo della guerra su vasta scala, non dipende in ultima analisi dalla teocrazia iraniana, né da quella rappresentata da Hamas, sebbene anch'esse siano due forme pur piuttosto diverse di islamofascismo, ma dagli effetti di fatti storico-politici e a squilibri socio-economici altri. La situazione politica in Medio Oriente è determinata perciò molto maggiormente e prioritariamente da una condizione morale e materiale inaccettabile, quella dei palestinesi collocati dentro e fuori Israele. Non che la minaccia all'esistenza dello Stato di Israele sia marginale. Ma il problema di fondo è che le ragioni fondamentali della presenza oggi più credibile di tale minaccia sono ancora una volta situate nello Stato di Israele, e nella sua politica governativa che tende a inimicarsi le monarchie del golfo e la Turchia tanto quanto la già anticamente ostile Repubblica Islamica. Israele (o il suo governo) è cioè in se stesso a causa della radicalità e dell'estensione dell'ampio movimento di opinione islamico che gli si oppone esistenzialmente, ed è altresì a causa delle condizioni materiali che provvedono a che tale movimento possa alimentarsi in alcuni territori in particolare. Israele è perciò prima di tutto causa. Naturalmente la causa non è come tale soggetto di colpevolezza. È però soggetto principale di un'azione di risarcimento possibile, o di riequilibrio geopolitico. Israele è infatti la maggiore potenza regionale, per molti versi, ed è sostenuta dalla maggiore potenza mondiale, sotto ogni punto di vista, gli Stati Uniti. Lo Stato di Israele è, pur con alcuni distinguo da fare e segnalati recentemente da Amnesty International, una democrazia. Se ci si concentra su Israele per trovare soluzioni, è perché è principalmente da lì che possono venire, ed è principalmente da lì che debbono venire. Per questo si chiede a Netanyahu o a chi ricoprirà il suo autorevole scranno più di quanto non si chiede a Khamenei, che è un chiaro oscurantista anti-illuminista che non verrà presto sostituito da nessuno, presso il suo autorevole ma più che altro autoritario scranno. Quello che si chiede è di non aderire alla logica della guerra, ma contribuire a smascherarla con il ritiro unilaterale dai territori occupati in Cisgiordania e prima ancora il ritiro da Gaza. Solo i più forti possono fare atti di generosità, e non reagire in maniera meccanicistica a provocazioni, solo essi possono, ma di conseguenza devono fare questo, laddove è in gioco un effetto boomerang che distruggerebbe lo stesso Stato di Israele molto probabilmente. Risulta inaccettabile all'opinione pubblica mondiale, infatti (che a quanto pare esiste ed esisterà sempre di più). che ci si concentri prioritariamente sul destino di un centinaio di ostaggi, questione pur molto importante, quando un'intera popolazione in Palestina è ostaggio delle bombe e dei soprusi quotidiani tanto che quindicimila minori sono stati uccisi in sei mesi. Ma è ancora più inaccettabile che si affermi di concentrarsi su quegli ostaggi israeliani quando in realtà li si ignora totalmente e li si usa per coprire una posizione genocida o di pulizia etnica.

Il fascismo è un fenomeno tipicamente europeo e in ogni caso tipicamente occidentale, che ha radici ideologiche nel vittimismo storico rivendicativo, nel nazionalismo, nel razzismo e nel sessismo. Trump è strutturalmente fascista. Netanyahu lo è de facto - è di un'estrema destra illiberale - e cioè per quanto lo si possa essere in una società colonialista per motivi sofisticatamente religiosi e di fatto ricadenti su separazioni etniche al limite dell'apartheid e al contempo ad altissimo livello di istruzione e di idealizzazione del proprio ruolo egemonico. Meloni è strutturalmente fascista - forse non neonazista. Il processo a Canfora dimostrerà presumibilmente che Meloni non è neonazista, ma dimostrerà altresì che è fascista, e sarà presumibilmente uno spettacolo di retorica e analisi culturale mondiale con buone probabilità di illustrare cose impostanti relativamente a quanto sta accadendo e potrebbe ben diventare il processo del decennio. Processo al fascismo, e non certo a Canfora. Che potrebbe semplicemente avrebbe sbagliato il suo giudizio storico. Per molto più di questo, si riceve una pacca sulla spalla ai convegni e si ritarda di un anno o due la propria promozione accademica, in un sistema democratico. Per meno di questo si può finire in galera, ma solo in un regime totalitario e totalmente illiberale. La causa dell'accusa di Canfora di neonazismo al primo ministro è l'elezione da parte degli italiani di un primo ministro fascista unita all'enfasi retorica eccessiva di Canfora. La causa è proprio questa, e l'effetto della querela che è giunta a Canfora per tale accusa sarà non altro che l'evidenziazione urbi et orbi di tale causa.

In buona sostanza la cosa più vicina a una causa di quello che stiamo vedendo in vari contesti è l'affermarsi del fascismo nel mondo occidentale o autodefinitosi tale, e la lotta contro questo fenomeno, nella sua limpida identità, che assume per lo più i connotati dell'organizzazione politica sistematica a sinistra, è il dovere più alto di qualunque cittadino e di qualunque persona oggi nel mondo. Perché l'Occidente guida - ancora - il mondo. E lo guida molto male, da molto tempo. Non il fascismo come reazione al rischio comunista, come è stato detto superficialmente da qualcuno con riferimento al Novecento, ma, oggi più che mai, oggi che il comunismo è un lontano ricordo, nelle sue fattezze tradizionali, appare evidente come la struttura organizzativa internazionale (quello che in altri termini possiamo definire il radicamento popolare del pensiero di Marx o delle sue conseguenze intellettuali) dei subalterni sia una risposta e allo stesso tempo una lente di ingrandimento per cogliere la natura del fascismo nel tempo e di conseguenza per porre le basi per contrastarlo. Si è ritenuto per molto tempo che il benessere avrebbe spinto le società verso un'apertura. E probabilmente era anche vero. Il problema è cosa succede quando non ci sono possibilità nella distribuzione delle risorse mondiali per alimentare ulteriore benessere. Solo l'organizzazione quanto più congeniale dei subalterni può contrastare il regresso fascista, nelle condizioni mondiali di un arretramento del tenore di vita o di una cattiva distribuzione delle risorse o di una distribuzione di risorse sempre più limitata rispetto all'aumentare della popolazione.










giovedì 4 aprile 2024

L'attesa. Iran, Russia e tempi morti.

  La guerra è una lucida, implacabile follia.

Se l'Iran attaccherà con una pioggia di missili Israele, come paventato, la situazione peggiorerà solo un po' più rapidamente. 

Bisognava consentire a Mosca una via di uscita a ovest dalla crisi. La si è trasformata in una provincia dell'Asia, moltiplicandone il livore e il senso di spaesamento etnico e culturale. Per guadagnare l'Ucraina all'Europa, abbiamo perso la ben più rilevante Russia.

Alla Russia va posta ora, domani, la possibilità di una partnership, visto che non può essere risucchiata nel sistema istituzionale europeo né potrà mai esserlo. È ovvio che ciò è esattamente il contrario della nostra politica, ma la nostra politica è anche il motivo per cui i partner europei di Russia Unita hanno così tanto credito: Salvini, Le Pen, e chissà Orban. Una politica senza sfumature non fa che rinsaldare i nemici e sfiduciare gli amici: è esattamente quello che stiamo facendo.

Abbiamo non più di qualche settimana per boicottare questo suicidio assistito dell'Europa, se l'Iran ci darà questo tempo. Non c'è più leadership in Europa, non c'è più discernimento. Chiudere alla Russia è stato un inutile favore agli Stati Uniti, un favore per altro di breve respiro. L'Occidente si è perso quando ha creduto di essere un'entità autonoma. Di Occidenti ne esistono infatti molti, e messi insieme coprono buona parte delle possibilità aggregative per società complesse e popolose. L'Occidente esiste se si pensa mondo, muore se si pensa impero. I legami economici e culturali di Gran Bretagna, Francia, Spagna, Belgio e altri con i paesi ex coloniali sono uno dei nerbi di quella mondializzazione dell'Europa che non è un fatto fondamentalmente politico ma una conseguenza della diversità di comunità e di gruppi che popolano il Vecchio Continente. È un'estroflessione di ciò che trabocca legami, fagocitando e imponendo relazioni con l'esterno.

Si pone e si porrà vieppiù un problema: gli Stati Uniti sono i principali responsabili dello scellerato allargamento NATO che ha portato a tutto questo, ma essi rappresentano altresì la nostra cortina di protezione dalla tirannide. Questo pone il più alto conflitto: quello con noi stessi. Per questo molti a sinistra auspicano di fatto una vittoria di Trump nelle elezioni americane: un modo seppur paradossale di invertire una tendenza alla coerenza diatruttiva nella politica estera americana. Vincesse Trump, ritroveremmo noi stessi? Può essere. Non possiamo permetterci il disarmo, e non abbiamo tempo per il riarmo. Ci possiamo permettere ancora per un po' un lusso, però, che molti hanno già perso da tempo: il lusso della politica, della distinzione, dell'elaborazione. O saremo in grado di ritrovare questo, all'interno dell'opinione pubblica, e tutto fa pensare che non ce la faremo, o sarà semplicemente guerra. Tutto, ancora, dipende da noi. La vita sociale e la morte individuale sono tali per cui chi sa quando è tempo di mettere in gioco se stessi e chi è disposto a difendere la prima fino al costo della seconda meriterà la gloria. Questa legge tocca qualsiasi epoca, compresa quella in cui l'illusione poststorica si è sciolta in pochissimi anni come neve al sole.

sabato 27 maggio 2017

Il contesto della politica internazionale

L'elezione di Trump ha determinato un fatto nuovo: gli Stati Uniti non sono più una comunità ideologica. Non sono più tenuti insieme, in altre parole, da un sistema di valori profondamente liberale, ma costituiscono ormai piuttosto un insieme di persone nella quale la "caccia" al "diverso" e al "nemico" diventa un elemento preponderante del sentire pubblico. Si registra, pertanto, anche una svolta verso il tatticismo, nella politica americana: un accorciamento della visione strategica, in parte iniziata già dall'era Obama.
Questo slittamento, che pone la leadership statunitense chiaramente in difficoltà o comunque in crisi di identità, tanto più che le sue tecnostrutture (magistratura inclusa) hanno una loro capacità di resistenza che mal si adatta al nuovo corso, sembrerebbe produrre innanzitutto una maggiore assertività da parte di altri soggetti, come la Cina, la Germania(-Francia), e la Russia, quasi per un effetto-contrappeso. Sembrano resistere alla crisi i paesi con una forte struttura industriale e una forte organizzazione politico-industriale interna, i quali sono disposti ad accettare anche un certo tasso di mercati aperti nella misura in cui godono di vantaggi competitivi. Gli Stati Uniti pagano un rapporto tra spese militari proprie sul totale delle spese militari internazionali e quote di divisione internazionale del lavoro impressionantemente preponderante a favore del primo. Si registra così un dirigismo negli affari politici ed economici che è dovuto essenzialmente alla necessità di tenere in piedi la macchina militare, e che cozza con il presunto asserito dinamismo della società civile tipico del vissuto storico americano.
La gestione del declino americano diventa difficile perché gli statunitensi hanno assunto un assetto politico-istituzionale totalmente imprevedibile e questo determina intanto una crisi rispetto al problema della non proliferazione nucleare. In questo contesto, assume pertanto rilievo crescente la posizione francese e britannica, in quanto unici paesi in grado di avere un arsenale atomico e allo stesso tempo apparentemente affidabili per il tasso di democrazia interna e di coesione.
L'Europa diventerà crescentemente un punto centrale delle migrazioni globali, anche per l'incapacità statunitense di restare luogo di accoglienza. Le cause delle migrazioni sembrano essere tre: desertificazione, esplosione demografica, conflittualità tra animisti e cristiani, da un lato, e islamisti dall'altro. La posizione americana inasprisce la prima, in quanto causata dal cambiamento climatico, e la terza, e non fa nulla per risolvere la seconda.
La posizione di Francesco è sempre più un atteggiamento politico più che meramente religioso, e dunque una posizione anti-capitalista. Questo garantisce una "mobilità" della Chiesa: un proselitismo e una vocazione mondialista. Tuttavia, espone i cristiani cattolici a conflitti comunitari con chi detiene o intende favorire indirettamente gruppi di potere economico sul proprio territorio. Attirando investimenti dai petroldollari sauditi, per esempio. Le comunità cristiane diventano perciò "vittime" sacrificali perfette per un doppio livello di interessi convergenti: il radicalismo religioso islamista e l'ordine capitalistico interpretato in senso fascista.
La normalizzazione di Trump avrà probabilmente luogo, ad opera di strutture interne e di cancellerie NATO. Ma sarà un processo difficile, lento e contraddittorio.  Quale posizione per l'Italia? Di fatto, il ruolo internazionale di Francesco rende il nostro paese un elemento "scomodo" ma allo stesso tempo indispensabile per realizzare un'Europa a due velocità che abbia un nucleo interno. Il nucleo si reggerà, se partirà quest'operazione, su tre gambe: una militare (Francia), una economica (Germania), una politica (Italia). Il nostro ruolo geostrategico aumenta inoltre con l'intensificarsi della minaccia terroristica in Europa, a causa del peculiare meticciato culturale realizzatosi in Italia e dell'adeguatezza della nostra risposta di intelligence. L'Italia costituisce l'unico paese occidentale avanzato di una certa dimensione che non è in guerra esplicita con l'Islam, e che combatte la sua battaglia anti-islamista unicamente sul terreno egemonico. L'uscita britannica dalla UE dovrebbe velocizzare il processo di avvicinamento tra i tre grandi paesi del centro dell'Europa.
La posizione della Russia e dei Cinesi è di crescente peso in Asia e in Africa. La prima, per un'intransigenza anti-islamista tutta giocata a beneficio interno in chiave anti-disgregativa, i secondi per i loro rapporti commerciali e finanziari crescenti con Gibuti, Pakistan, e altri luoghi, con i loro effetti di pacificazione ma anche asservimento.
Con il progetto della nuova via della seta, la Cina si prepara ad aprire il proprio mercato e a costruire sinergie economiche dentro le filiere produttive, che potrebbero contribuire a calmare le acque dell'Asia centrale distribuendo territorialmente un po' di dividendi, e produrre una nuova leadership regionale che la Cina non è mai riuscita ad avere fino a questo momento. La conversione della Cina a un moderatismo capitalista è ormai pienamente compiuta, ma la sua caratteristica centrale è il rifiuto delle forme democratiche. Questo rifiuto per altro antico appare sempre più ragionevole a molti, nell'età delle autocrazie. La Cina resta comunista in un senso: è interessata al governo come gestione dei processi e alle dinamiche di lungo periodo. Questo modello è molto vicino a talune cose che emergono in Europa, e soprattutto in Italia, con i Cinque Stelle: innanzitutto, l'elemento anti-personalistico e dunque collettivo della leadership e l'interesse per le grandi questioni di governance geoeconomica e ambientale come questioni "epocali" e dunque di "salto" nell'utopico. Tale impostazione influenza anche la Russia, che poi "arma" con il proprio know how di intelligence e in particolare di abilità nelle infiltrazioni questa idea inculcandola fino al cuore dei movimenti populisti di destra europei. Ma si tratta fondamentalmente di una mentalità cinese o, nella nostra percezione, "orientale".
Tuttavia, appunto, tale ideologia è per lo più fortemente estranea al mondo "socialista" che ha il proprio centro in Europa, America Latina, e per altri versi in paesi come l'India. I legami di vicinanza tra America Latina ed Europa si rafforzano così in chiave anti-orientale, in generale, nell'adesione ancora a una forma di personalismo nella leadership e dunque alla centralità delle personalità emerse attraverso una responsabilità non disunita dalla critica, accostate a un elemento procedurale democratico, il quale determina però instabilità, agli occhi di molti. Nella grande battaglia culturale tra Oriente e Occidente, gli Stati Uniti appaiono invece per lo più come una comparsa cui il destino ha consegnato improvvisamente le chiavi di un copione, pericolosamente affetta da protagonismi, interventismi, solipsismi, ingenuità culturali e strategiche. A grandi passi verso l'integrazione europea.

sabato 20 maggio 2017

Non un eroe. Un ricordo

E poi in fin dei conti dire che amava la verità non significa assolutamente nulla. Giulio, per quanto ne so, amava cose assolutamente normali. E la verità non lo è di certo. Dopo la morte inizia la damnatio memoriae, naturalmente. Se vieni ucciso, una colpa dovevi averla. E allora cerchiamola. Certo, aveva una curiosità che potrei definire eccessiva, in un senso: eccessiva rispetto all'interesse reale che provava per le cose al punto da seguirle nei loro meandri e appassionarsene al di là di ogni logica e di ogni ragionamento, come è proprio di chi abbia assunto su di sé una causa come responsabilità vera. Una curiosità dunque troppo vasta per concentrarsi su qualcosa di specifico. Questa è stata probabilmente l'origine dei suoi problemi con il mondo. Chi di noi non li ha, del resto. Il 12 ottobre 2011 il primo incontro. Eravamo a un seminario, a Cambridge. Lui ascoltava con assoluta attenzione e con un piglio particolare, che notai quasi subito. Era a suo agio nel contesto, per me invece molto difficile, dell'accademia britannica. Facevo già molta fatica a capire ciò che tutti dicevano, ero arrivato esattamente da una settimana. Il 24 novembre 2013 l'ultimo. Mi ferì senza accorgersene. Non capì che quello era il momento di stare dalla mia parte. Io feci finta di nulla, ma archiviai la cosa con una cura che si riversa tutta quanta nell'ambivalenza del ricordo.
Ecco la colpa. Non schierarsi. Tutto lo interessava. Nulla apparentemente lo toccava, se non in una maniera che lui poi avrebbe reso nota al mondo in un modo completamente diverso e sotto una luce completamente altra, e talmente altra da rendere quel contatto irriconoscibile, secondo una forma di sensibilità che è in realtà ipersensibilità. Giulio non era veramente schierato, al di là di quello che c'è scritto nei giornali, nei resoconti, e nei retroscena, e in questo era forse davvero un amante piuttosto inconsapevole della verità. Giulio non era ancora entrato nella dimensione del prendere parte facendo capire con ogni parte di se stesso agli altri di aver preso parte. Era certamente sempre in prima fila, ma per chi? A favore di chi? Con chi? Nel gioco tra tragedia e comicità, lui era una vox media vivente, un freddo analista dai grandi ideali. Un ironico, un sensibile. Eppure, la nostra amicizia ha sempre funzionato alla grande, perché ero sostanzialmente come lui, sebbene nel mio modo, completamente diverso. Forse solo napoletano, e non, invece, triestino. Non si aspettava niente, e non chiedeva niente. Dava. Una generosità estrema, la sua. Ma un'intelligenza che ancora stava cercando un cuore dove palpitare a pieno. Nell'incompletezza della sua formazione, la tragedia di chi lo ha mandato al macello e che oggi scompare forse vigliaccamente, forse per necessità. Certo, era un uomo difficilmente arginabile. Da un certo punto di vista il sistema italiano prepara meglio, attraverso un meccanismo semplice: la disoccupazione. Il sistema inglese dà invece mille opportunità, e ti dà l'impressione di essere arrivato anche quando non lo sei.
Mi dispiace molto se Giulio non era arrivato ancora. Perché l'ha pagato troppo di più di quelli che non gli hanno permesso di arrivare. Non un inquieto, né un ingenuo. Forse, sì, un superbo. Una mente purissima. Ma che doveva essere (ancora) protetta dagli effetti collaterali della propria grandezza.
Il percorso verso l'empatia è una strada lunghissima, dove si affrontano prove che ti permettono di tornare indietro e di ripartire da zero, o da uno. E non c'è modo di evitarle, a meno che la tua bravura a schivarle non sia il segno forse neanche troppo ambito del predestinato. Solo, conviene forse, in un certo senso, affrontarle prima che sia troppo tardi per poterle raccontare. Non Giulio com'era, ma come poteva essere agli occhi dei suoi nemici. Uno che giocava, di certo, troppe parti in commedia.