giovedì 27 dicembre 2012

Letteratura e relazioni politiche. Il caso Napoli

Il sistema dei partiti in alcuni luoghi è la rete delle persone che possono giudicare gli altri con esattezza e allo stesso tempo con enorme velocità. L'organizzazione dei partiti dipende dalla letteratura corrente circa la sua struttura. In alcuni paesi sembra che abbia carisma principalmente chi è simpatico ma ciò dipende unicamente dalla struttura letteraria della lingua. Nel napoletano l'acutezza dell'osservazione diventa simpatia perché nel rapporto tra lingua e letteratura in quella lingua la correlazione tra metafore e usi linguistici è molto stretta se non che tutti possono facilmente comprendere le metafore: queste ultime hanno un carattere ecumenico. Nel tedesco, ad esempio, sono invece l'allegoria e in maniera diversa la metonimia a essere molto più vicine all'uso corrente delle parole, al significato delle parole in termini strettamente semantici.

A quant' o'vvinn? ("A quanto lo vendi?") Chi dice questo per commentare ciò che un altro ha appena detto astrae dal contenuto di ciò che quell'altro diceva e lo trasferisce in un altro luogo del discorso, lo riferisce cioè a un contesto commerciale per stigmatizzare sottilmente o per fare dell'ironia sul carattere o sul modo di essere profondo di un altro. Chi usa questa locuzione vuole suggerire che il locutore precedente stesse rendendo fin troppo bello il racconto o la descrizione di qualche cosa, come se dovesse venderla. A questa domanda retorica ovviamente non c'è affatto risposta, e per questa ragione è sistematicamente comica poiché tutti ascoltandola e rendendosi conto che non c'è risposta ridono sia per l'imbarazzo sia d'altra parte per l'ammirazione nei confronti dell'immaginazione usata da chi ha proferito la metafora. Per comprendere questo meccanismo è interessante confrontarlo con il proverbio, di cui è sostanzialmente l'opposto. Il proverbio è sistematicamente serioso, mentre la metafora usata nel napoletano è sistematicamente comica. Il proverbio costringe a spostare il tono del discorso verso la serietà, mentre la metafora interrompe improvvisamente il discorso, che dopo una risata può però reiniziare esattamente con il tono precedente. La metafora perciò può essere usata come forma di rispetto per la presenza degli altri, e per il tono che gli altri preferiscono usare, mentre il proverbio non può avere questo scopo, poiché ha effetti opposti. Il proverbio è ex cathedra, mentre la metafora, per usare l'immagine "scolastica", sarebbe semmai la reazione dell'alunno svogliato e bonaccione o di chi fa finta di non capire. La metafora permette a tutti di continuare a capire il discorso, e permette persino di far capire un discorso che senza di essa sarebbe stato più difficile. Il proverbio non permette di capire: è infatti proprio per questo che viene ricordato. Resta nella memoria esattamente nella forma in cui viene proferito proprio perché non viene compreso fin dall'inizio, ma soltanto dopo. Genera distacco, perplessità, non socialità.

Nun vò correr e nun vò fuì ("Non vuole correre e non vuole scappare") Si tratta in questo caso, in ultima analisi, di una dittologia sinonimica. Significa che una determinata persona non riesce nemmeno a decidersi di fare due cose che sono sostanzialmente identiche fra di loro; tutto ciò implica, sul piano del giudizio caratteriale, che quella persona sia evidentemente molto indecisa. Questa immagine è molto più complessa della precedente - è quasi un'allegoria - perché per essere compresa non dipende dal mettere in rapporto diversi contesti, ma dal riflettere sul significato delle parole, che è molto più difficile e che di fatto presuppone una scolarizzazione. Tuttavia è la forza della metafora che è talmente dentro la semantica della lingua da rendere persino alcune semplici allegorie, che di fatto sono intellettualmente molto più complesse, a portata di mano quasi di tutti i parlanti.

Song comm 'na tazzulella e nu' cucchiaino ("Essi sono come una tazzina e un cucchiaino") In questo caso abbiamo ancora una metafora, anche se è leggermente più complessa della prima ed è molto sofisticata perché può essere letta a vari livelli ed è in sostanza para-letteraria. E' più complessa perché bisogna immaginare prima quali altri sostantivi potrebbero andare insieme a ciascuno dei due sostantivi utilizzati per capirla. La tazzina può andare bene con il caffè, o con il bicchiere, o con le stoviglie, ma va sempre bene con il cucchiaino. Il cucchiaino va bene con la forchetta o con il coltello, ma va sempre bene con la tazzina. In realtà non è vero che i due termini vanno sempre bene insieme: essi vanno sempre bene insieme in pubblico. La tazzina e il cucchiaino, cioè, appaiono sempre insieme in pubblico, anche se sono conservati spesso in luoghi diversi della cucina. Vengono serviti insieme al pubblico: all'ospite. Questa metafora vuol dire infatti soprattutto che due persone appaiono sempre in pubblico insieme, più di quanto non suggerisca che esse passino davvero molto tempo insieme anche in privato.

La politica come scienza. La letteratura rilevante

La politica come rete di persone con fulminee capacità di giudizio soprattutto sulle altre persone è spesso il frutto di una comune conoscenza della letteratura rilevante. A Napoli questa letteratura è il teatro, e la conoscenza richiesta è la struttura della lingua in quanto lingua eminentemente letteraria e largamente dipendente dal suo uso pubblico all'aperto in contesti di rapidissime circolazioni di opinioni e di persone in cui l'arrivo e la dipartita di nuovi interlocutori è incessante e inevitabile. Non è allora la lingua che diventa letteratura, ma la letteratura che diventa lingua. La letteratura è costretta a diventare lingua quando il tempo per esprimersi è pochissimo, lo spazio ristretto, l'attenzione raccolta dura pochissimo, l'immagine che bisogna generare fortissima. Il contesto del mercato e della strada che si arrampica con mille altre sulle colline scoscese. La letteratura si fa lingua per i suoi scopi: l'alto giudizio, l'alta lezione, l'alta scuola. Non diventa lingua se non per restare, scavando nella roccia cui si aggrappa, letteratura.





martedì 11 dicembre 2012

Il "teatrino" della politica. Tre impresari di talento

L'era degli irresponsabili e degli eroi

Quando finì la Prima Guerra Mondiale i dirigenti liberali non ci capivano assolutamente nulla. Gli italiani, per ragioni inspiegabili, volevano a tutti i costi possedere il Dodecanneso e quattro sperduti boschi dalmati e, infuriatosi per non averli ottenuti, si ritirarono in patria durante le consultazioni di Versailles con un pugno di mosche. I francesi volevano campare di rendita sul governo tedesco per i successivi trent'anni senza accorgersi che le finanze del governo tedesco non erano di proprietà del governo tedesco, bensì di quei poveri diavoli dei cittadini tedeschi. Il presidente statunitense pensava di essere diventato papa ed enunciava principi della convivenza civile che suonavano persino offensivi ai popoli stremati dalla guerra e dalla fame.
E allora era la politica era inutile, si pensò. Dopo vent'anni un famoso forlivese continuava a dire che la politica era inutile per quegli stessi motivi. Quando la politica è inutile, è inutile per decenni. Le sconfitte politiche distruggono le basi della convivenza per un'età lunghissima. L'unica altra cosa che ha effetti così lunghi è la vittoria politica, il trionfo imperiale, oggetto non a caso di monumenti in pietra. I classici rappresentavano in marmo non le cose importanti (cosa è davvero importante, del resto?), ma ciò che è duraturo, e nulla è più duraturo della vittoria politica e della sconfitta politica. La vittoria politica comporta un'esaltazione permanente e diffusa e un'espressionismo luccicante negli stili, mentre la sconfitta politica comporta introspezione, senso di colpa, inattività diffusa. L'inutilità della politica è l'asse attorno al quale si costruisce il discorso politico vincente. E la politica è inutile sempre perché non capisce davvero le persone.
E allora lo spirito della trincea, tutti insieme con due cucchiai di polenta, due o tre battutacce, e tanta solitudine dentro (Camerata!). La politica non capisce lo spirito della trincea. E allora Noi, sempre. La fidanzata è lontana, chissà cosa sta facendo la fidanzata lontana. La mamma, la sorella, lontane, perciò tutto quello che c'è è qui con me. Fuori da questo luogo, dove siete voi, dove sono loro, non c'è nulla. (A Noi!) E il futuro non c'è, il futuro è arrivare a domani. L'infanzia finisce improvvisamente, e per questo si resta sempre bambini (Spavaldi!) Quando la politica è irresponsabile, in ogni casa cresce il culto degli eroi. Non i timidi lari e penati, ma la Storia che tutto confonde (La grandezza di Roma!).
Il trionfo sul Parlamento è sempre racconto della vita intima, confessione ipocrita di chi quella vita non l'ha vissuta: anzi, di chi non ha vissuto nessuna vita, tranne la vita del pensiero. Solo un grande aristocratico, un osservatore estremamente raffinato, può trionfare su un Parlamento senza doverlo neanche bruciare. Confessione dei propri modelli, dei propri complessi, racconto della propria solitudine in mezzo ai libri d'avventura. I grandi uomini fanno dei propri difetti un mestiere, in questo caso quello di dittatore. "Potevo fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli". 
Il discorso politico che trionfa sul Parlamento è modellato sui difetti della classe politica. L'uomo politico che vince è quello che è il più uguale a tutti gli altri, ma che nonostante questo sembra completamente diverso da tutti gli altri. Il popolo non ha pregi né difetti, perché è troppo complesso per averne. Ma la classe dirigente spesso è molto omogenea, perché è ristretta, e perché tende ad assomigliare a se stessa, ed è quando è più omogenea che è più debole, perché è possibile dipingerla. Il popolo non ha nessuna voglia di sentirsi uguale alla classe politica, il popolo vuole sentirsi migliore di essa. Quando i dirigenti sono tutti irresponsabili, vincerà chi dirà al popolo: "siete eroi".

L'era dei ruffiani e dei martiri

La gente non accettò mai che il re fosse scappato a Salerno invece di difendere Roma. Divenne il simbolo di una vigliaccheria impunita. Quella che seguì fu la confusione. Il popolo divenne testimone, martire, perché decise di morire senza sapere ancora per quale causa. Allora si disse che morì per dei valori, cioè per una cosa sufficientemente astratta da poter costituire una spiegazione plausibile a chi era sopravvissuto. La classe dirigente piombò quasi in maniera casuale dall'equilibrio di Yalta, e sembrò mandata da qualcuno. Mandata da Stalin, innanzitutto, ma anche mandata dalla CIA. Non solo: mandata dagli inglesi, che per controllare il Mediterraneo ricostruirono i servizi segreti sul modello fascista. Ruffiani, tutti ruffiani di qualcuno. Ambiziosi. E allora si fece fare la storia a chi la storia l'aveva subita. Quelli che avevano solo difeso la dignità, quattro metri di terra e tre maiali, diventavano i costruttori della patria. "Io credo di essere soltanto una persona che la pensa come la gente normale" era una delle più potenti costruzioni argomentative del divino Giulio. "Non credo a questi meccanismi complicati, sono tutte sciocchezze". I dirigenti erano emanazioni delle università, e di una pubblicistica iperfinanziata dall'estero, con una cooptazione ferrea. Quasi tutti filosofi, quasi tutti intellettuali. Il sistema dei partiti era un trattato di storia della filosofia. Liberali, Repubblicani, Socialisti, ecc. Tra loro quasi tutti uguali. Ma soprattutto tutti servi di qualcuno, anche se non si capisce di chi. Loro non sanno cos'è la quotidinità (Lavoro!) del popolo. Il popolo non aveva difeso le pannocchie dalle ruberie dei fascisti, ma aveva addirittura difeso la Libertà in persona, mentre voi siete dei Servi inconcludenti. (Libertà!) Voi volete soltanto emergere, arrivisti, arrampicatori, invasati (Umiltà!) Il popolo è custode dei valori della terra. Il divino Andreotti faceva sentire il popolo fiero, senza dire nulla. Nella prima repubblica, che fu per molti versi la Repubblica dei Filosofi, lui era il più meditabondo, il più silenzioso, il più diverso, così straordinariamente diverso dal popolo, il più uguale a tutti i dirigenti. Così straordinariametne diverso dal popolo da riuscire a trionfare sul Parlamento senza neanche bruciarlo.

L'era dei vecchi e dei nuovi

E poi finì tutto e soprattutto finirono loro: gli intellettuali. Quando cadde il muro nessuno doveva rendere più conto a nessuno e chi era servo non era più servo di nulla. Ma restava lì. Fotografato nell'istante del suo agire minuto, quotidiano, slegato dalle grandi passioni della guerra fredda, isolato dalle grandi reti dei rapporti internazionali e diplomatici. Solo un genio poteva capire cosa hanno in comune tutti gli intellettuali se vengono fotografati in una dimensione intima e quasi istantanea: sembrano vecchi, se paragonati a delle persone della stessa età che non facciano gli intellettuali. Sono più moderati di quelli che hanno la loro stessa età, più annoiati, inscalfibili, indifferenti. Sono vecchi senza esserlo di fatto, sono vecchi comparativamente agli altri. Il terzo impresario fu l'impresario di cultura gesuita, esimio antropologo. Osservatore in particolare di intellettuali, poiché lavorava nell'industria del settore. Registi, autori, soprattutto. Circondato da commendatori, commercialisti indaffarati e pasticcioni. Consumatori senza alcun gusto, solo apparentemente più giovani dei suoi migliori collaboratori, come Montanelli, o come Freccero, più giovani perché non riflessivi. Capì che la prima era la Repubblica dei Filosofi e decise di distruggerli tutti, quando capì che cosa essi avevano in comune, inaugurando la Seconda. Il popolo non è così, il popolo è pragmatico, il popolo fa i conti tutti i mesi, e non solo quando deve consegnare la dichiarazione dei redditi (mettiamo la aliquota al 23%!). Il popolo è farfallone, la spara grossa (Facciamo il ponte sullo stretto!). Il popolo non pensa, agisce (il governo del fare!). Gli intellettuali parlano sempre fra loro. "Ci penso io", disse, intendendo dire che lui non aveva bisogno di parlare con nessuno, e poi tornava a casa a osservare videocassette.

Sta già tornando l'era degli eroi.











mercoledì 5 dicembre 2012

I pigri: breve studio

Quando sei ancora piccolo ti dicono di pregare e intendono: renditi inafferrabile, rinchiuditi dove nessuno ti troverà. Lì risorgerai, immenso. Chi lo capisce è bravo. Chi lo capisce è Scelto. Gli altri pregano davvero. Ripetono le operazioni che vanno fatte. Si chiudono in una stanza, in raccoglimento. Espressione, quest'ultima, incomprensibile agli adulti, ma comprensibilissima ai bambini. I bambini la comprendono perché i bambini imparano. E' ovvio che essi seguono il comportamento ma imparano contestualmente che il nome di quel comportamento è "preghiera", o "raccoglimento". Non esiste nessun modo per spiegare questo a un adulto scolarizzato.  La ragione è che questi due termini non designano nulla, se non l'aderenza a un modello di comportamento, un'organizzazione dello sguardo e del pensiero. Sono vuoti nomi. Preghiera è solo un nome che designa senza alcuna ragione sia il comportamento quotidiano delle classi intellettuali dirigenti - come i vescovi - sia quello dei bambini che vengono educati alla religiosità, che sono le due cose più diverse che è possibile immaginare.
I vescovi in realtà studiano Hegel, sebbene questo non lo sappia nessuno. I bambini invece quando vanno in chiesa fanno esattamente quello che fanno. E con loro le vecchiette. Le vecchiette in chiesa sono restate "bambine", sotto un certo specifico punto di vista. Ma il vescovo no. Il vescovo è diventato adulto.
Tutti pregano. Perché? Perché si. Tutti pregano, e la preghiera del vescovo non vale di più di quella della vecchietta. Questo ti dicono. E invece no. E invece la preghiera del vescovo vale di più. Il vescovo non sta pregando, sta solo dicendo agli altri di pregare. Il vescovo è la classe intellettuale dirigente. Dice agli altri di pregare e torna nella sua stanza. Ma nella sua stanza non è solo, nella sua stanza c'è Hegel. Lui non è mai solo, per questo non ha bisogno di pregare. Chi non è mai solo non può avere una vita privata, non può avere una moglie. Per avere una moglie bisogna essere soli con lei, ma lui non può. Chi c'è nella sua stanza? Hegel. Hegel, o un altro. Il problema è: come cacciare Hegel dalla tua stanza e farti un po' gli affari tuoi? E' impossibile, perché lui c'è e non c'è. Non ti dice quando c'è, non ti dice quando non c'è.

I pigri

Quasi nessuna delle persone che conosce Hegel è disposta ad ammetterlo. Ammetterlo vuol dire ammettere che si può conoscere Hegel. Si può, non è vietato. Si può passare il tempo a leggere Hegel, mentre in Sudan c'è la guerra, mentre gli operai vanno avanti con pochi euro al mese, mentre gli imprenditori si suicidano. Si può conoscere Hegel invece di andare a ballare, invece di andare al cinema, invece di andare al bar. Si può conoscere Hegel per il gusto di conoscere Hegel. La sovranità del gusto è l'incubo inconfessabile delle classi dirigenti. Il gusto viene insegnato solo a pochissimi. Anzi: non viene insegnato a nessuno. Viene insegnato il piacere, il dovere, gli obblighi, le tradizioni, le abitudini, le cose da sapere, le parole, le battute, le barzellette, le equazioni di Maxwell. Tutto può essere insegnato, tranne lui.
Ammettere di conoscere Hegel è l'inizio del disordine, della follia collettiva. Come si può insegnare Hegel? E' impossibile, Hegel è morto, Hegel è incomprensibile, Hegel è un casino. Non si può ammettere di conoscerlo, perché la risposta sarà la vendetta: come hai fatto? Se tu lo conosci, ci deve essere un modo. E invece non c'è il modo. Si, ci deve essere: dimmi come hai fatto. Io ho imparato le equazioni di Maxwell, tu dimmi come hai fatto a conoscere Hegel. Io ho imparato i dieci comandamenti, tu dimmi come hai fatto a conoscere Hegel. Io ho imparato tutto il testo di "O'Surdato Innamurato", dimmi come hai fatto a conoscere Hegel. Lo inseguiranno, ovunque. Nei recessi, nei tabernacoli, nelle strade, a Piazza Tahrir, dietro al bancone. Con i forconi. Come hai fatto, Infame? Chi te lo ha presentato?
Chi ammette di conoscere Hegel sarà esposto a ogni sorta di ignominia. Qualcuno glielo avrà sicuramente presentato. Qualcuno lo ha convocato. Vocatum, da cui vocazione. E come? Per telefono, per fax? Come ti hanno convocato? Ma Hegel chi, quello che studiavamo a scuola? Allora sei un raccomandato, si, sicuramente. Qualche amico di Hegel gli avrà presentato Hegel. E perché non ti dedichi a qualcosa di più utile? Parassita, incompetente. Tutti quelli che sono ingiustificabili diventano giustificati. Chi va a mangiare al ristorante con i soldi pubblici, chi non paga le tasse, assassini, stupratori, delinquenti, e soprattutto sarà giustificato chi non lavora. Perché conoscere Hegel è uno sberleffo. Non si sa se è vero, non si può sapere se è vero. Conoscere Hegel è la fine della società, è la fine della pace, è la fine di tutto. E' la fine dell'ipocrisia, del ridere, del teatro, dei regali di Natale, del panettone. E tutto questo è troppo, troppo. Troppi cambiamenti, troppo casino, troppo sconvolgimento. Lasciatemi in pace, lasciatemi pregare. Non sono cattivo, sono pigro. Sono anch'io, a mio modo, un bambino che vuole restare sotto le coperte. Per questo, forse, vado molto d'accordo con quelli che pregano davvero, nel senso che recitano le frasi guardando leggermente verso in basso. L'accidia è l'unico peccato che è anche una virtù, sebbene in quanto virtù non abbia nome, tranne quello che a volte viene chiamato grazia. Qual è la differenza tra la grazia e l'accidia? Non so a chi chiederlo. Non credo che al dipartimento di sociologia lo sappiano, proverò.
Alla fine si dirà che era bravo chi stava pregando. Non lo disturbate, prega. Riceve domani, ora sta pregando. Cosa ha fatto questa settimana? Ha pregato molto per la sua comunità. Chi è stato Scelto non riesce ad ammettere che ha passato la giornata a leggere Hegel, o comunque non ha tempo per le conseguenze di una tale pericolosissima ammissione.
I due uomini più potenti del mondo affermano di conoscere Hegel. Il primo perché vuole dare l'esempio, e per lui la cultura è esclusivamente  un fine in se stesso, il secondo perché si sente un esempio vivente, e per lui la cultura è esclusivamente un mezzo per i propri obiettivi personali o per gli obiettivi della Persona che lo dirige. Chi afferma di conoscere Hegel lo fa perché teme che la volgarità ucciderà il mondo, ma in ciò si sbaglia. Ci sono ben altri problemi. Nessuno conosce Hegel. Come diceva quel gran pedante di Nietzsche, Hegel "ist tot". E' morto.

mercoledì 28 novembre 2012

Compagnia Radiotelevisiva Inglese

Quando inventarono la televisione avevo ventisette anni. Eravamo appena arrivati nell'Isola. Dove venivo, prima, si usava una scatola cubica, la si accendeva nei tempi morti e di solito la si rispegneva con la sensazione di essere leggermente più morti di quando la si era accesa: si trattava di un viatico per andare a dormire, una versione elettronicamente sofisticata della camomilla. Faceva molto rumore e mostrava molti prodotti cosmetici, non poche automobili e alcuni dentifrici. 
Avevamo affittato una casa vicino alla stazione, si stava bene. Il corridoio stretto ti portava in cucina, dove passavamo spesso almeno una parte delle nostre frugali serate ad aspettare che le verdure fossero sufficientemente lesse. Noi continuavamo a pensare che esistessero al mondo alcune verdure che dovevano essere davvero lesse per poter essere mangiate, si trattava infatti di una delle poche verità riguardanti le primizie di madre natura che, pur nella nostra relativa ignoranza, ci sentivamo in diritto di trapiantare anche quaggiù.
La scatola c'era anche qui, sembrava. Era nera, piatta. Ultimamente anche sul continente si usava così. A casa nostra stava lì, quasi attaccata al piccolo tavolo dove cenavamo, tanto che per guardarci dentro dovevamo sederci dall'altro lato del tavolo per non farci prendere dal mal di testa. 

Il collezionismo

Questa sera si mangia pollo con le pastinache.
Gli isolani, lo sapevamo, sono dediti all'antiquariato almeno dalla prima metà del Settecento. Sarà che dal loro Grand Tour tornavano sempre con qualche pezzo di pregio, una moneta romana o magari un coccio di vaso Ming, una copia rara della Città del Sole. Le foto non esistevano, allora, e quando tornavi a casa dopo aver visto il centro del mondo ti dovevi pure portare qualcosa. Anche perché non è che ci tornavi facilmente, laggiù, tutto era in mano agli spagnoli, che erano notoriamente quanto di più inaffidabile, e non facevano che litigare con i popolani per quattro soldi in più di tassa sulla macina. Certo c'era la flotta isolana che bazzicava il porto, la flotta dei nostri, ma i tumulti erano dietro l'angolo. Campania felix, un posto da ricordare. Ne parla Plinius. La campagna è molto ospitale in tutta l'area, e non soltanto nella zona del vulcano, ma anche molto più a nord, vicino alla Città, quella dove vanno tutti gli architetti a studiare. Prima di vedere la Città pensavo che Londra fosse un posto figo. E' difficile immaginare che ci sia un posto dove ogni palazzo vale quanto tre quartieri interi di Londra. Ci devi proprio andare, se no non lo immagini. E' impossibile immaginarla. Devi viaggiare, per forza. Se no pensi che il mondo è veramente fatto dei Docks e quando vai in India per affari i Brahmani ti prendono per uno sfigato, tipo quelli che vengono giù dal lago d'Aral nella vana speranza di appioppare tappeti. Appioppare tappeti turkmeni a Calicut, figuriamoci. Ma è nella campagna che si sta davvero bene, i senatori romani ci andavano il più possibile e quelli veneziani, milleciquecento anni dopo, ogni volta che rileggevano quel Cicero (splendido, davvero splendido) erano talmente convinti che si stesse bene in campagna che fecero costruire delle ville a quel Palladio nel bel mezzo della poco attraente nebbia padana. Potere illusionistico del libro. C'è scritto in quella rivista che ho letto al Caffè della Facoltà di Classics. C'era quell'altro, Virgilius, lui ne sapeva e come. Quell'altro, Quintilianus, ha inventato la retorica, quella vera. Se stai a leggere quella di Aristotele non riuscirai mai a capirci niente, e al discorso per il Viva ti tremerà la voce. E allora sono tornato dal viaggio e mi sono portato un sesterzo, poca roba ma sempre meglio di niente, e soprattutto sempre meglio che lasciarlo a quelle bestie degli spagnoli. E' allora che ho cominciato a collezionare roba, di tutti i tipi, antica, soprattutto. Mi ricorda il Mediterraneo. Il mare vero, dove tutto è sicuramente possibile perché è successo almeno una volta.
Nella scatola si vedevano questi isolani radunarsi a una fiera, tanti, accalcati. Un'anziana signora portava una lettera scritta a penna, vecchia almeno di settant'anni. Porta la lettera in mano a quest'uomo, che sta parlando alla scatola nera. Insomma, lui è inquadrato dalla telecamera. Un uomo distinto la avvicina e le spiega che cosa dice quella lettera. Lei lo sa - la lettera è sua! - ma ascolta paziente e fissa la telecamera anche lei di tanto in tanto. Lui sta parlando alla telecamera, perciò parla così chiaro, con quell'accento perfetto. Lui spiega cosa c'è scritto. Una lettera scritta dal fronte, in Africa. Seconda Guerra Mondiale. E lui racconta, racconta. C'era il generale, si, c'era il deserto, poca acqua, poco da mangiare, nessuna notizia da casa, la sofferenza, la radio. Churchill, certo, alla radio c'era lui. Il lavoro forzato nelle fabbriche, e gli aerei che risuonavano. L'angoscia. E tutti ascoltano, e dalla terza fila in poi chiacchierano e ridacchiano. Lui è uno storico e la signora ha una lettera, e davanti a entrambi c'è la telecamera, dietro una folla di curiosi che è arrivata alla fiera a fare un giro. Sono tutti matti per il collezionismo nell'isola, e allora alla fiera sono in migliaia. E lei non sarebbe in grado di spiegarle così bene, la lettera è di suo nonno, ma lei non sa dire che cosa c'è dietro quella lettera. Si chiede se valga qualcosa, quella lettera. Sono solo io che ci tengo a certe cose? Forse devo buttarla ora insieme ai cimeli di famiglia che la banca mi sfratta e ho già tutti quei pacchi da fare. E invece no, forse, non lo so, vediamo cosa mi dicono. Lei prova un'attacamento che non sa spiegare, e allora va lì, dove c'è questa fiera di cose vecchie. Dopo si fanno altri cinquanta metri dentro la fiera e si vede un vecchio un grammofono, un vecchio signore lo porta a un altro distinto signore, uno storico, o forse un musicologo, o forse un mercante. Il vecchio vuole sapere quanto vale. E lui gli racconta tutto. Il vecchio è contento. Lui vorrebbe sapere cosa ha in casa, ma in fondo non gliene frega neanche tanto. Però se qualcuno gli bussasse alla porta a raccontare. Questo si, questo è bello. Forse anche solo una scatola parlante che bussa con gentilezza. Quali strumentazioni si usavano nel 1910 per ascoltare la musica, e dove si vendevano i dischi, e la gente che si riuniva per ascoltare la musica, al Public House, il venerdì, o a casa del funzionario di banca. E poi vediamo se funziona ancora, si funziona, fantastico! Vale molto, insomma abbastanza, forse mille sterline. La telecamera continua a guardare. Non succede assolutamente nulla, ma è bellissimo. Trionfale. Tutto è assolutamente normale, tranne il ritmo, che invece è geniale. La conoscenza pura dello strumento linguistico, da parte del produttore, assoluta. Uno strumento piccolo e potentisimo. Ma soprattutto piccolo, che non può essere enfatico. Lo spettacolo della piccola curiosità borghese assume dentro quello strumento unico una dignità addirittura epocale per la capacità del manovratore di scomparire con abnegazione dietro la macchina da presa. Questi sono i vostri stupidi vizi, questa è la vostra stupida storia, siete un grande popolo. Collezionate perché non sapete niente. Tutti i popoli non sanno nulla, per definizione, eppure chi meglio di voi sa raccontare l'ignoranza? La pietosa etica di Dickens, la poesia contagiosa di Loach, la rabbia silenziosa di Keynes. Solo i francesi vi hanno avvicinati, ma la loro lingua non ha consentito loro di arrivare a quella vostra ingenua e sorprendente crudezza. L'autore, prima di sparire, si toglie il cappello davanti alla vostra distinta omogeneità, fieri per così poco, contenti per ancora meno. Il piccolo quando resta piccolo diventa confortevole, come un artista di strada che al semaforo gioca per trenta secondi con i suoi birilli. Ti fa sorridere perché ti sfotte ricordandoti quanto tempo perdi, ogni giorno, nella banalità. Se però invece di portare i birilli avesse recitato Pascoli forse saresti passato con l'Alfa Romeo sul suo corpo nonostante il semaforo rosso, per quanto era noioso. La banalità è la più suscettibile delle signore: va corteggiata con cura maniacale.
Chi scompare sa tutto quello che vorrebbe dire, e sa che non potrà dirlo e lo accetta. Sa che nessuno lo ascolta, tranne una sola volta. Come l'attore che sa che deve essere pronto per la scena. Tutto il resto non conta, tutto il resto è vita. Deve conoscere tutti i toni, per usare l'unico giusto. La televisione è banale. Anche l'Art Deco è banale, è decorativismo. L'Art Deco fa cornicioni, non monumenti. La televisione è sottofondo, ma anche il mare è sottofondo. Eppure il mare è musica, non è rumore. E' un tono basso, confortevole. Se i sassi sul bagliasciuga risuonassero come un sax la gente andrebbe in vacanza in val Brembana. Il tono di un cornicione non è il tono di una facciata. Il tono dello sguardo verso un cornicione non è il tono dello sguardo verso una facciata.

La paura del proprio corpo

La sera dopo si mangia pasta e poi patate e pomodori.
Alla TV fanno uno trasmissione sulle persone che hanno delle malattie che sfigurano in maniera orribile il proprio corpo, e in particolare le parti intime. Confesso che non lo guardavo: in fondo avevo una certa fame e avevo l'impressione che mangiare guardando quella trasmissione non fosse ideale. Mangiavo, e ascoltavo. E quel ritmo, ancora, nelle parole che sentivo. Ho cominciato a mangiare veloce, e ho finito ben presto di mangiare perché volevo vedere. Ma devono proprio farli a cena questi programmi? Temo di si. La signora andava dal medico, che la controllava, si vedeva che le faceva la visita, e il medico le raccontava cosa fare. Lei poi veniva intervistata, in seguito, e raccontava che a volte si vergognava della sua malattia, e soprattutto raccontava di quanto si vergognasse quando era ancora ragazzina. Continuano a far vedere, di tanto in tanto, gli spezzoni di girato della visita, con il suo corpo che si vede in primo piano. Poi parla di che lavoro fa, delle sue abitudini, se la ride, la telecamera la accompagna in giro per un po' a fare shopping, e poi si saluta. Si passa al prossimo che per qualche problema ghiandolare pesava qualcosa come duecento chili. Anche lì un po' di spiegazioni scientifiche, un po' di spiegazioni mediche, poi ti fanno vedere quelli dell'ufficio che si occupa di loro ai servizi sociali. Poi c'è lui che magari è triste, lo intervistano. E ancora inquadrano la sua enorme pancia. Ma come fai ad andare in bagno? Eh, ho dovuto mettere un bagno speciale a casa mia, e allora vanno in giro con la telecamera, e l'intervistatrice gli ride in faccia con assoluta naturalezza. Ma lo inquadrano: inquadrano il suo corpo. Impediscono la compassione con un doppio registro: lo prendono in giro esplicitamente e ti mostrano il suo corpo con un ritmo di sceneggiatura e di montaggio tale per cui devi affrontare il problema sul piano pienamente morale. Non puoi fare come davanti all'horror. Davanti agli horror puoi chiudere gli occhi. Ma l'horror non è una categoria morale, è una categoria emotiva. Devi essere in grado di guardare anche il corpo sgradevole, altrimenti non sei un buon cittadino.
La visione di questa trasmissione è assolutamente godibile, è persino divertente. Il ritmo infatti è quello dell'inchiesta, tra la curiosità e l'informazione. Una delle migliori realizzazioni tecniche che abbia mai visto fare con una telecamera, ivi compreso il cinema. La cultura cattolica non l'avrebbe mai consentita. La cultura protestante si consente di affrontare i problemi radicali lasciandosi il gusto di esercitare una conoscenza tecnica perfetta a problemi specifici che essa si ritrova davanti. La diffidenza sociale per la materialità del corpo, ad esempio, uno dei più grandi problemi sociali che grava soprattutto sulla condizione femminile.

L'autocontrollo, l'educazione

La sera dopo cosa ho mangiato? Non me lo ricordo.
Non posso ricordarmelo, perché mi ricordo la trasmissione che facevano sulla scatola nera e questo ricordo oscura il resto. Avevo quasi le lacrime, ma di gioia. Non era una trasmissione sulla musica, era una trasmissione sulla Musica, sullo studio delle emozioni-vibrazioni. Schubert, e il suono minaccioso di un basso interrogativo. Il basso impaurisce perché rappresenta ciò che è grande, e che nel buio può raggiungerci. Il tremolio sugli alti rappresenta colui che è impaurito dal basso. Dialogano. La telecamera va a casa di un compositore, che ti racconta la differenza tra comporre musica per la pubblicità e musica per l'opera. La telecamera va nelle case, nelle biblioteche, nelle discoteche, dicendo poche cose. "La musica deve dare emozioni facili"? E penso al mio Rachmaninov, naturalmente. Io credo di si, io sono della scuola di Verdi e di Rachmaninov. Ma loro mi dicono di no, che non è così e hanno ragione loro, ha ragione la scatola nera. La musica deve trovare emozioni che rimbalzano interne tra le note, e non deve imporre emozioni all'ascolto. E ti dicono Stravinskij, ma pensano già a qualcos'altro, molto probabilmente alla cultura musicale tedesca. Non pensano ai russi, pensano a Ludwig, il grande sordo. A casa di un'altra compositrice, completamente matta che si mangia una sorta di i-Phone collegato alla sua scheda audio per far risuonare il suo palato in una specie di sintetizzatore. "Lo faccio per ottenere il suono del violino con la mia voce, così mi sento più femminile". Follia pura. E poi ancora si fanno spiegare da una pastora che musica ci vuole per fare un bel funerale coi fiocchi, e quella ti fa vedere con quale tipo di offerta musicale riescono a far cantare interiormente le persone al funerale, tirando fuori la loro energia sepolta dal lutto. E poi ancora pubblicitari, musicologi, pessimi talenti da X-Factor monitorati da produttori geniali, ti sciorinano uno studio sociologicamente divertito di perché l'ansiogena scena dubstep londinese sia davvero così ansiogena come sembra. Quando l'ho visto tutto questo era completamente sensato. Ora non lo e più, ora ho solo perso la voglia di ascoltare la musica, perché mi sembra di averla già ascoltata tutta.

Questa è la televisione, quella di prima non so cosa fosse

Ricordo sempre con piacere il giorno in cui inventarono la televisione. Gli isolani hanno di solito due nomi propri e un cognome. Credevo fosse per un senso di affetto che chiamavano quella scatola assegnandole tre nomi, quasi come per riferirsi a una persona. La chiamavano semplicemente BBC. Io non parlo la loro lingua, ma alla scatola voglio bene, le vorrei quasi dare un nome mio, come fanno loro. Come i fascisti che, non so se per affetto, italianizzavano sempre i nomi. Compagnia Radiotelevisiva Inglese





sabato 24 novembre 2012

Cambridge, Linea 2

Di solito salgo all'incrocio con la sala di biliardo, su Mill Road, di solito sudato fradicio, e comunque bagnato fradicio. L'altro giorno alla fermata dopo la mia, nella zona dei kebab e di quella specie di Hard Rock Café dei poveri, sale una donna col passeggino, sorride e si mette dall'altro lato, il bambino non si vede quasi perché la plastica trasparente che lo copriva dalla pioggia è opaca. Mi dice qualcosa che non capisco per nulla e ride. Rido anch'io, ovviamente, ho imparato a farlo fin da subito. Era lei che aveva parlato, e non il bambino, ma io non la capisco lo stesso. Sorridiamo ulteriormente, mi dice qualcosa sul brutto tempo e qualcosa su Ricardo. Poi sale un'altra, bionda, rigorosamente con bambino. Siamo verso l'autostazione, anzi no, siamo ancora a quella prima. Sale questa qua e in pratica già non c'entriamo più, mi devo spostare perché occupo la zona passeggini e il contrabbasso non è un passeggino. Potrebbero mettere una zona apposita per il contrabbasso, vi prego non lo dite l'ho sentito mille volte, ridacchiate come se lo aveste detto, ho capito che lo fate per essere simpatici ma non lo dite, l'ho sentito davvero mille volte. Ride anche lei e aspetta tutta compita, ormai siamo quasi davanti all'Arcade. Non può avermi detto qualcosa su Ricardo, è impossibile devo essermi confuso. Soltanto i neo-keynesiani parlerebbero di Ricardo fuori da un College e senza necessariamente essere ubriachi, lo sanno tutti, forse anche la bibliotecaria nuova appena arrivata nella Marshall. Quella lì non è una neo-keynesiana, anche se i neo-keynesiani è a gente come lei che dovrebbero pensare, e invece pensano solo a se stessi, come tutti. Qualla lì è una da estrema periferia, sulla linea 2 torna a casa, ad Arbury, dal maritino magazziniere, proprio come la sua nuova vicina bionda con bambino e identico, dicasi identico passeggino. Siamo a Trumpington o come si chiama quel parco quadrato, ma non eravamo già all'Arcade? Al tipo davanti a me devo fare tenerezza, perché, fatta una serie di paragoni, sono messo più o meno come lui. Lui vecchio io giovane, lui con il bastone io con il contrabbasso. Lui stanco io sconvolto, lui ha visto troppo, io ho ascoltato troppo poco. Non piove più, ma pioveva? Mi racconta del clarinetto, con un occhio semichiuso e l'altro aperto ma terribilmente spento. Agli altri sembrerà sotto eroina ma so che è sotto l'effetto inequivocabile di ricordi piacevoli. Diventano nostalgici quando capiscono che non riusciranno a spiegarmi le sfumature, perché non capisco la loro lingua nella maniera che loro vorrebbero. Magari non parla da giorni, ma quel clarinetto vorrebbe dirlo a me com'era. Non lo prende da tanto. Tanto, glielo leggo addosso, attraverso i suoi vestiti sgualciti. Mi guarda, ma guarda il nulla, con una busta di plastica rossa mezza accartocciata con dentro la cena. I vecchi nostalgici sono terribili, mi dominano, non ne reggo la tensione. Mi fanno diventare serissimo, ho troppo rispetto e poca compassione. Mi spiega che il sassofono no, non è la stessa cosa. Con il sassofono devi essere davvero bravo, io sono un amatore, mi dice, con l'aria di chi avrebbe voluto dire molto di più. Non voleva dire "davvero bravo", ovviamente. Io lo so cosa voleva dire, ma non lo so proprio dire, e non so aiutarlo e sorrido, di un sorriso che sembra finto, ma è sincero. E' sincero nella mia lingua, che non è la tua, che non è la sua. Vorrei dirgli che non sono d'accordo, che il clarinetto è più difficile, giusto per fare finta di non aver capito. Ma ho capito benissimo. Ho capito che lui intende che le frequenze del sassofono sono tali da creare qualcosa che annoia un certo tipo di persone se non sei bravo. Con la stessa tecnica puoi fare cose che sembrano più difficili a chi non conosce la musica, ma ciò è così irrilevante. E' irrilevante quanto è profondo il punto focale che lui ha fissato in maniera perentoria, poco sopra la mia spalla sinistra, è molto irrilevante. A lui di quelli che non conoscono la musica se ne infischia. E' solo stanco di non non avere nulla da dire a chi incontra, e di non riuscire più a incontrare quelli a cui avrebbe qualcosa da dire. E ancora frena prima del centesimo semaforo, e ancora Joan Robinson e ancora la teoria del Monopsony. Ancora il Trattato sulla moneta di Keynes, quando chiude le porte. Piove, di nuovo. Qualcuno ha mai davvero letto il Trattato sulla moneta? "Chesterton Road". "Due pound, grazie". Quel libro si deve leggere tutto, solo chi l'ha letto può dimenticarlo. Due sterline, due pound. Anche io devo andare a Chesterton, non si arriva mai, perché fa quel giro lunghissimo. Liquidità, acqua. Quando sono arrivato costava un pound e ottanta. Sale quello dell'altra volta, il che vuol dire che siamo su Mill Road. Lui abita lì, è quello che dice che io sono latino. E' curioso, di solito sono gli americani che ti chiamano latino. Ma lui no, lui è un vero Lord, non è uno di quei mangiapatate. E' sicuramente inglese, ma quando recita, quando parla in quel modo, sembra americano. Con me recita ancora di più perché sa che altrimenti potrei non capire. Usa formule di cortesia di sei otto parole che durano come quindici perché è spastico. Dice che pensava fossi brasiliano, e mi racconta che i brasiliani fanno un sacco di feste. Ha l'aria talmente divertita che sembra appena uscito da una di quelle, se non fossero le sette. Almeno una volta erano le sette, quando sono salito, non riesco nemmeno ad arrivare alla tasca per controllare l'ora, con questo coso dietro le spalle. Beati loro, penso, i brasiliani. L'ho incontrato a un pranzo di lavoro, circondati entrambi da una quantità di boria e di imbarazzo notevole. Scivolava con tartine in mano come un Fred Astaire handicappato. E' un osservatore puntualissimo. Di solito gli spastici hanno un controllo del corpo eccellente, che educano con religiosa severità. Una smodata attenzione per le maniere, un candore mai rabbioso. Esausti ma sereni. Siamo ancora su Mill Road, ma non piove più. Mill, John Stuart. Vorrei uscisse il sole, non voglio più scendere. 

martedì 16 ottobre 2012

Il vestito della domenica, i tabloid, le cassette della frutta

E' da poco prima dell'inizio della crisi economica (più o meno dal 2004-5, credo) che di tanto in tanto, recandomi a Berlino, mi facevo una domanda: che cos'ha di particolare questa città? Non che non conoscessi già da molto tempo la mia personale risposta, ma ora l'ho capita meglio. La risposta era e resta, per quanto mi riguarda: Nessun berlinese desidera davvero vestirsi bene. Vestirsi bene è generalmente ritenuto irrilevante per scalare i gradini dell'ascesa sociale a Berlino, quindi lì non interessa a nessuno. In questa forma così estrema si tratta di una caratteristica etico-estetica che non appartiene a nessun altro luogo d'Europa che si creda o che sia minimamente importante. 

Napoli, Roma, Venezia, Parigi

A Napoli la domenica ci si veste bene. Ma non è una questione locale, è un fatto relativo in primo luogo al cattolicesimo: nella religione cattolica vestirsi bene diventa un dovere a causa della maniera in cui essa concepisce i suoi riti - innanzitutto la domenica, certo - e dunque l'abito della domenica non è sentito tanto come un'opportunità di farsi vedere, quanto come un obbligo.
Alla cerimonia cattolica partecipano tutti, indistintamente. Gli aristocratici - è naturale - si vestiranno bene, ma di conseguenza si vestiranno tutti bene. Chi non si veste bene manca di rispetto, ma non a qualcuno in particolare, a tutti. La cerimonia appartiene a tutti. Nei paesi cattolici tutte le feste religiose appartengono a tutti, e perciò tra le altre anche il Carnevale, che in alcuni posti può anche essere molto importante (vedi Venezia). Perciò bisogna imparare a vestirsi bene, per forza. Non bisogna vestirsi bene per "emergere", bensì per non affondare. Non sarà allora una questione di soldi, ma di gusto. Imparare a vestirsi bene non vuol dire spendere molto, ma capire come vestirsi bene: si viene giudicati dal rispetto che si ha per gli altri. Il popolo interiorizza cioè l'aspetto più importante della mentalità oligarchica che sosteneva l'Ancien régime: rispettare tutti è la suprema garanzia di unità (garanzia del potere del re, che è solo un testimone dell'accordo implicito tra tutti i baroni), di pace, di abbondanza. Nessuno può permettersi di dare fastidio. Tutti devono mostrare rispetto anche e soprattutto nelle grandi adunate di centinaia di nobili nella sala dei lampadari, in cui non avrò tempo per parlare con tutti, ma potrò almeno vedere che siete tutti vestiti bene come me.
Il popolo ha la possibilità di frequentare i viveur in varie occasioni, anche a causa delle caratteristiche urbanistiche di quei grandi agglomerati urbani, che permettono un enorme, continuo miscuglio di persone e di esperienze. In questo modo i popolani non imitano i signori in maniera banalmente esteriore: poiché hanno spesso la possibilità di guardarli da vicino e persino di parlare con loro allora ne imitano pedissequamente le abitudini. Anche quando non capiscono il loro gusto, passano come loro intere ore a giudicare il proprio guardaroba per scegliere il vestito del giorno, e giudicano il vestire degli altri proprio come i signori. In questo modo, a fianco alla vera eleganza, si crea un sistema di sotto-mode, sotto-stili che uniscono il pessimo gusto al maniacale ossequio di una improvvisata etichetta.
La domenica è completamente diversa dagli altri sei giorni. Tutte le abitudini sono diverse, non solo quelle religiose. Innanzitutto può essere giorno di mercato o può persino essere vietato che sia giorno di mercato, per cui giorno di mercato diventa magari il sabato, il che vuol dire che comunque esiste il giorno di mercato. Il mercato viene legato cioè a una gamma ampia di sentimenti morali: alle opportunità di guadagno ma anche ai divieti. Anche se non è sempre regolato, ciò che conta è che è regolabile: è inserito in maniera complessa in altri problemi che esso non risolve e che tutti devono conoscere, perché sono estremamente importanti. Questo cambia il vestire innanzitutto perché chi viene dalla campagna invade la città, colle sua cassette della frutta, e da lui bisogna distinguersi, e lui stesso vorrà distinguersi, vestendosi diversamente da come fa negli altri giorni, il ritmo della città viene collegato al ritmo naturale attraverso l'interazione settimanale con le persone che abitano nel contado trasformando gli atteggiamenti soprattutto dei ceti popolari. Il vestirsi bene è qui legato alla religiosità, e dunque al mercato: occasioni per scandire il tempo in rapporto a fatti naturali e ad abitudini sacre. Tutte queste città sono anche città di mercato di beni alimentari il che consente loro di mantenere un rapporto di osmosi con la realtà naturale.

Londra, Amsterdam

Le ragazzine inglesi, mediamente piuttosto pallide, escono tutte indistintamente in minigonna - solitamente orribile - il venerdì e il sabato, anche quando ci sono zero gradi centigadi. Vanno al party, naturalmente. La festa del circolo, solitamente. Tutto quello che si fa in compagnia è un circolo. Se ti piace il cricket vai al circolo. Il College stesso è a sua volta un circolo, mentre sul continente sarebbe un'istituzione. E vanno in chiesa la domenica, certo, vestite di un qualunque color pastello. La loro chiesa, però. Non esiste la Chiesa, esiste la chiesa. Il posto, l'edificio dove va quella comunità a riunirsi, a eleggere il Pastore. Non tutti vanno in chiesa, bensì ciascuno va alla sua chiesa. Un club, esclusivo
Le monarchie costituzionali del nord Europa (e dunque principalmente il Regno Unito e i Paesi Bassi) sono realtà sociali rese del tutto peculiari da un fatto: l'enorme rilevanza per quei paesi degli investimenti esteri le rendono assolutamente instabili politicamente. Il conflitto tra due istituzioni, lì, regola il vestire: la Borsa e i tabloid.
Una persona può legittimamente diventare ricchissima a causa del rialzo del prezzo del petrolio, o per un cattivo raccolto in Ucraina. Senza essere autrice cioè assolutamente di nulla. Diventando ricchissima, acquisirà improvvisamente un enorme potere, mentre un altro per gli stessi motivi lo perderà. Tutti quelli che si affidavano al secondo per le loro sorti sono finiti, tutti quelli che hanno trattato male il primo quando era solo l'ultima ruota del carro, hanno ora molto da temere dal suo rancore. La minaccia del disordine perciò è continua. Il caos morale, l'inferno di Bruegel: l'incomprensibilità morale. Tutto sembrava in un modo, ora tutto sembra in un altro. E tutti sono spesso chiusi in casa con una sola semplice domanda: perché?
Naturale, perciò, che questi paesi abbiano mantenuto la monarchia: non per un vezzo, ma perché non possono evitarlo. Mantenendo la monarchia, infatti, dichiarano che anche la nobiltà è legittima, è un merito. Il merito, infatti, non può essere uno solo, perché il ragionamento morale è polarizzato: o ci sono due diversi tipi di merito, o non ce n'è nessuno. Tutte le religioni devono spiegare che non fare nulla è il massimo merito, altrimenti chi ogni giorno spacca la legna non capisce. Ma ciascuna religione lo deve spiegare in due modi diversi. E non è semplice. Il caso e la natura, allora. Le monarchie costituzionali controbilanciano l'assoluto disordine politico generato dal peso dei mercati finanziari con la staticità assoluta di modelli di comportamento guidati dall'alto. L'organizzazione del vestire ha due elementi: da un lato il mito delle feste private: tutto diventa club. Esclusivo. Anche ciò che è squallido diventa esclusivo, per il semplice amore dell'esclusività in quanto tale. Dall'altro i tabloid: poiché si può stabilire per contratto che io non posso parlare di certi argomenti (il capitalismo è il diritto a mantenere le informazioni segrete, di mantenerle cioè in azienda), si può anche stabilire per contratto che io posso parlare di te malissimo, esprimendo la massima e la più cruda discrezionalità, a patto di non dire il falso: il tabloid
"Non sono autorizzato a dirtelo", allora, è la frase che ti farà arricchire, ascendere. Ma sarà il titolo dei tabloid quella che ti farà impoverire, cadere. Dirò che avevi una camicia orribile, certo. Nei giorni migliori mi arriverà notizia delle tue abitudini sessuali, e allora ci sarà di che scrivere sul giornale. Ma nei giorni di magra si, parlerò della tua camicia blu cobalto su pantaloni neri. E tutti lo sapranno. La minaccia di rendere pubblico il tuo cattivo gusto è la mannaia con cui la tradizione tiene a bada i parvenu. Può realmente distruggerli. Diffondendo modelli esteriori e scagliandosi su chi si è perso qualche passaggio. Su chi non ha capito che cosa vuol dire realmente che quest'anno va di moda il giallo. Il merito è sempre nascosto, non solo nel denaro. Invisibile. Ma anche nelle ville. La caccia alla volpe. Le tenute dei conti inglesi non sono come gli stupendi palazzi romani, che sono lì davanti a tutti per essere guardati, ammirati. Perché davanti alla tenuta, invece, c'è il parco, e lontano, molto lontano, un grande cancello, dove tu non entrerai mai. I fiori, i tailleur, i grandi cappelli. Nessuno li vede. Se non nei tabloid. La regina non parla. Mai. Muove la mano e saluta. Nessuno sa cosa pensa. L'aristocrazia non incontra mai le persone. Appare al massimo a loro in foto: si manifesta, letteralmente. Vestire bene non è un obbligo, è solo un'opportunità di entrare al club. Vestire bene non è una capacità, ma è un'assicurazione contro il rischio di venire sbeffeggiati domattina. E come tutte le assicurazioni, si paga, si. Ci si veste come quelli nelle fotografie. Non si impara come si fa a vestirsi bene, ma si chiede un vestito simile a quell'altro alla boutique. Quanto ti devo? Grazie.
Oppure il vestire in un certo modo diventa legato alle sottoculture, a chi rifiuta tutto quel sistema tradizionale. Chi rifiuta il sistema ha il suo club. Il vestire bene diventa vestire male. Apposta, tutti insieme nello stesso modo. Il punk, dunque. L'indie. Tutto questo a Londra a davvero popolare, la vita vera dei quartieri, mentre altrove la si imita soltanto, spesso con inautentica superficialità.
Anche queste sono città di mercato: città, perciò, anche di religiosi. Ma questa religiosità riguarda la gestione dei soldi e delle punizioni, e non del tempo e dei piaceri. Alle magnifiche feste nelle ville il popolo non partecipa. Le feste popolari sono soltanto grasse, gradasse, senza il barlume di un simbolo a temperare la risata dei cafoni. Il merito, invisibile, punisce e premia, lasciando tutti sgomenti per sei giorni. Per interrogarsi su quanto questo sia bizzarro ci vediamo il settimo giorno, ma basta venire in blue jeans. La vera religione che riunisce tutti i club è la scritta che trovi in fondo a tutti i volantini: Grab your sandwich. Se vieni, portati da mangiare da casa.

Milano, Vienna

 Il terzo sistema, un sistema misto, è l'idea di una borghesia educata e quindi mecenate. Il simbolo di tutto ciò è il Teatro dell'Opera. Laddove il ben vestire si diffonde attraverso la frequentazione del teatro c'è un alto senso civile, che ovviamente come tale è retorico, ma non pacchiano. E' l'alternativa europea alla religione civile intesa come populismo: il modello americano. Per farlo bisogna pagare i musicisti, o al limite addirittura i drammaturghi. Lo fanno le istituzioni. Istituzioni borghesi, espressione temperata di organizzazioni prevalentemente industriali o prevalentemente burocratiche. Grazie ai musicisti si crea la tensione. Che non è religione, ma è arte - pausa dalla vita. Senza la tensione non c'è idealità, senza idealità non ci sono modelli. Se non ci sono modelli, nessuno imparerà a vestire. Per stare a teatro, bisogna vestire bene. 
E' il modello che può non funzionare: il modello misto. La religione non sbaglia mai un colpo, il capitalismo men che mai. L'arte invece si. Lo spettacolo può essere un fiasco, tre fiaschi di fila e il teatro perde la sua credibilità. L'educazione al bello funziona davvero se è capillare, ma è comunque molto instabile. La religione civile non sarà comunque un obbligo, il ben vestire non sarà comunque una garanzia. Le diverse arti civili, come il teatro e la musica, possono diventare un viatico per la diffusione dell'estetica del vestire, ma sono in un rapporto instabile con il mercato. Il mercato può permettere l'emulazione sociale necessaria all'arte del vestire, ma anche decretare la fine di un artista e di un intero sistema di artisti, costruendo una architettura di mode e di processi di standardizzazione del prodotto che renderanno quel talento, quel sistema, superflui. Può nutrire ed erodere il sistema, accompagnarlo o sgretolarlo. Quando vuole. Tanto lui, tecnicamente, non vuole nulla.

Berlino, cuore nero d'Europa

Prima di arrivare a Berlino si attraversano più di cinquanta chilometri di foresta sostanzialmente mai (mai nella storia) tagliata, segnata qui e là da laghi. Da tutti i lati, Berlino, a differenza di tutte le precedenti città, è immersa in una natura del tutto ostile. Non è mai stata, infatti, una città di mercato, semplicemente perché non ha un contado e non ha un corso d'acqua sufficientemente ampio. Nacque esclusivamente come città burocratico-amministrativa. Città-tassonomia, per eccellenza. Federico di Prussia vi ebbe persino l'idea del tutto assurda - che non sarebbe potuta saltare in mente in nessun altro luogo d'Europa - di insegnare, con il beneplacito di Hegel e Savigny, la filosofia ai burocrati.
La città che dà i nomi a tutte le cose non può naturalmente avere alcun interesse nel mercato, il quale coi nomi ci gioca. La città che dà i nomi alle cose è una città seria. E' la più popolosa città d'Europa che non abbia una Borsa-valori. Estetica dell'assoluta trasparenza. L'edificio del Parlamento: trasparente. Un inganno evidente, quasi un'autoironia, se non fosse che chi l'ha fatto ci crede davvero. I berlinesi credono davvero che la politica sia leggibile, trasparente. Una pura follia, una forma di incredibile, post-moderno, e dunque arcaicissimo misticismo. La trasparenza dei pensieri. Non solo gli edifici, ma anche gli spazi vuoti sono fatti sembrare trasparenti dagli spazi pieni che ci sono intorno. Ti sembra di sbattere contro un vetro, e invece stai soltanto camminando. Una città completamente funzionale, che deve funzionare proprio nel senso in cui una città funziona. Urbanistica basata su enormi spazi non per lasciare la possibilità di pensare, non per dimostrare di saper costruire bene, ma per mostrare in maniera evidente che lo spazio che la natura aveva semplicemente lasciato libero era già di per se stesso razionale. Pensato. Da sempre, dall'inizio dei tempi. Un enorme ufficio. Quasi vuoto. Cinquecento metri di palazzi, dunque cinquecento metri di alberi. Tutto è stato scritto su questa città, è inutile aggiungere altro. Dirò solo questo: nessuno si vestirebbe bene se avesse un posto fisso nell'ufficio di un'azienda che, per ipotesi, non può fallire, un'azienda che è anche l'unica azienda. Costruita nella foresta, in un bosco nero. E' questa la burocrazia, ma è questa anche la filosofia. Nella foresta degli errori, lei non può sbagliare. Semplicemente. A Berlino non c'è motivo di guardarsi attorno. Si guarda tutto e dunque si guarda fondamentalmente se stessi. Non ci sono scorci, a Berlino. Il funzionalismo non può nemmeno concepire gli scorci. Dove non esiste la legge del mercato, la religiosità inclina verso il misticismo. E allora gli abiti tendono ad essere di scarsa qualità, e coloro che li vestono scarsamente attenti. L'Europa unita, se bisogna farla, può essere una festa privata o una cerimonia pubblica, basta scegliere. Ma è difficile fare sia l'una che l'altra cosa con chi ha non ha interesse nel vestire in maniera appropriata. Per il momento, anche se è un po' che non ci vado, in quel continente Berlino mi sembra ancora una delle città più distratte, e mi sembra ancora il suo cuore nero.

giovedì 11 ottobre 2012

Su dei vecchi appunti ho scoperto perché finì la DC

Leggo un articolo di Mario Adinolfi sul Foglio il 10 ottobre, intitolato "Il neodegasperismo renziano è uno spazio vincente per i nuovi dem". La tesi di Adinolfi si basa sulla costatazione che i vecchi centristi, definiti dossettiani, hanno perso la loro battaglia culturale con l'ala sinistra del Partito Democratico, e che il nuovo centro rappresentato da un certo candidato alle primarie del centro-sinistra, non è liberista, ma semplicemente degasperiano, un centro, cioè, di grandi visioni internazionali, più anti-statalista che liberale, più pragmatico che ideologico. E fin qui siamo a un esercizio di - seppur non banale - filologia.
La tesi di Adinolfi è che questo neodegasperismo è vincente.
Qualche mese fa, invece, avevo scritto un commento a un articolo di tono non molto dissimile da parte di Pierluigi Castagnetti, per quanto quest'ultimo, essendo un dossettiano, non avrebbe forse condiviso la spietata disamina dell'inutilità dei lib-dem fornita invece da Adinolfi. Per qualche motivo, però, non avevo pubblicato quel mio articolo sul blog, e di fatto la non pubblicazione di quell'articolo sarebbe stata poi l'inizio di un lungo periodo di non-pubblicazione. Probabilmente volevo stare per un po' di tempo a guardare. Perciò, ora che mi sono stufato di stare a guardare, pubblicherò quel vecchio post, sostituendo la parola "Castagnetti" con la parola "Adinolfi". Oggi ho scoperto, con questa sostituzione, perché è finita la DC. Sostituire la parola "Castagnetti" con la parola "Adinolfi"  infatti non ha cambiato assolutamente il contenuto di quegli appunti. Ho dovuto solo cambiare un paio di righi relativi a un personaggio pressocché irrilevante ma che tuttavia viene molto discusso ultimamente: Renzi. Ecco perché, caro Adinolfi, la politica è fondamentalmente diversa dalla storia. La storia, infatti, è proprio come la racconti tu, ma il punto è che ti poni dei problemi che oggi non esistono, e per questo sei costretto a chiamarli con parole relativamente astruse, quali dossettismo, degasperismo, ecc., e nello stesso tempo non cogli i problemi reali che ci sono, perché non sai quale sia il nome di questi problemi. Il problema che ti dovresti porre - lo nominerò io, giacché tu non ci riesci - è quello della guerra imminente. Speriamo che questi vecchi appunti ti aiutino. Non so se la linea di Renzi è vincente, quello che so è che la politica non dovrebbe cercare di vincere (vincere cosa, in mezzo a tanti disastri?), ma di cambiare significativamente e profondamente la realtà, oppure, semmai, di conservarla nei tempi in cui tutto è frenetico. Nota bene, Adinolfi. L'uomo politico è un attore. Si finge serio, quando gli altri se la ridono. Se la ride, quando gli altri sono seri. E saranno gli altri, accorgendosene, a cambiare umore. Renzi non è un attore: viene semplicemente inquadrato. Essere inquadrati non vuol dire recitare. Si viene inquadrati quando qualcun altro decide che tu debba essere inquadrato. L'attore no: l'attore decide di recitare, e se qualcuno lo inquadra bene, altrimenti non fa niente. Lo decide lui di recitare. Per questo Renzi è tecnicamente irrilevante: è cioè spontaneo. Poiché non decide nemmeno di essere inquadrato, bensì si ritrova casualmente sullo schermo, è solo uno che non decide proprio nulla. Non sarà mai in grado di cambiare l'umore di chi non sia già del suo umore. E questa - mi dispiace - non è né politica né cultura. Seguono i miei vecchi appunti.

Il rumore degli spari e gli appassionati di bird watching 

Il tema sollevato da Adinolfi è della massima rilevanza: la forma-partito. Quali siano le finalità e di conseguenza quale debba essere la struttura interna di un partito politico, e non tanto di un partito politico qualsiasi, ma diciamo pure del Partito Democratico. 
Adinolfi sostiene che il Partito Democratico non dovrebbe essere un semplice attore di marketing politico, - come secondo me lo vorrebbe Renzi, ma secondo lui no - ma nemmeno una rete iper-disciplinata di intellettuali, che pretende di sapere e di decidere tutto, onnivora e separata dagli altri umani, e che tenda di conseguenza a imbavagliare le energie autonome della società, come vorrebbero esponenti come Fassina e Orfini. 
Non vale affatto la pena di discutere il primo rilievo di Adinolfi, poiché è semplicemente ovvio, a parte il fatto che lui, sbagliando, non lo attribuisce a Renzi: chi fa marketing politico (Grillo, Renzi, Berlusconi) per definizione non ha spessore culturale e politico, e la sua idea di partito è, come sempre accade con le brutte idee in politica, semplicemente del tutto ininfluente, nelle condizioni presenti; la provvisoria fama di determinati personaggi è ormai chiaramente il prodotto della testardaggine non priva di malizia da parte di certi gruppi editoriali, i quali continuando ad esercitarsi nell'intervistarlo cercano di convincere noialtri che lui abbia qualcosa da dire. 
Vale invece la pena di discutere il secondo punto.  
Vorrei dire che condivido pienamente l'analisi storica di Adinolfi, anche se non condivido la prognosi. Il problema è il seguente: dovrebbe la struttura-partito cambiare ogni 10, 20, oppure ogni 100 anni? Deve, cioè, essere una struttura molto elastica, liquida, oppure meno elastica, meno liquida? E questa domanda porta a un'altra: deve la struttura-partito essere funzionale rispetto al raggiungimento di obiettivi politici o deve essere funzionale rispetto al compito di rappresentare la società nei luoghi di decisione? 
Io sono d'accordo con l'autore sul fatto che c'è un tentativo di trasformare il Partito Democratico in un partito marxista-leninista, un partito, cioè, costruito per perseguire ciecamente obiettivi politici determinati da un'avanguardia di sapienti e non per rappresentare la variegata sensibilità della società. Tuttavia quella che non vedo da parte di Adinolfi è un'analisi francamente realistica della fase che viviamo. Non vedo cioé la risposta alla seguente domanda che riguarda non il Partito Democratico, ma tutti i cittadini: i cittadini hanno oggi il compito di perseguire obiettivi politici specifici o hanno quello di auto-rappresentarsi, di rispecchiarsi in individui simili a loro, ma un po' migliori di loro, a cui delegare le noiose incombenze della politica dietro il corrispettivo di un onesto salario?
A me pare che la risposta che debba essere data è la prima. 
Sarebbe infatti paradossale che allorquando la struttura del governo del paese diventa paramilitare, poiché incentrata non tanto sulle funzioni collegiali del Consiglio dei Ministri, ma direttamente sul Ministero dell'Economia (così come del resto nel governo Badoglio era incentrata sulla Difesa: le situazioni di guerra, reale o minacciata, portano a una ristrutturazione aziendalistica delle attività del governo, ovvero, in fin dei conti, ai cosiddetti "governi tecnici", che siano poi guidati da economisti o da generali fa poca differenza dal punto di vista della loro evanescenza politica), la struttura dei partiti di governo venisse ad assomigliare a un ozioso circolo di amanti del bird watching. Per di più, stipendiati. Quando si avvicina la guerra tutte le strutture organizzate diventano tendenzialmente paramilitari poiché tutte le strutture militarizzate diventano più importanti sotto il profilo politico di quelle democratiche (più importanti vuol dire: più influenti. La politica è influenza, caro Adinolfi, non è vincere. Vincere cosa?).
E la guerra, come insegnò Hobbes, ma anche Keynes, non è altro che l'avvicinarsi della guerra stessa, sotto forma di una grave minaccia per la vita dei singoli individui. La guerra, cioé, non è che la percezione diffusa che ci sia una guerra.
E' infatti il problema di garantire il governo del paese di fronte alle massime minacce che porta a costruire partiti che si pongono, come farebbero delle strutture strategico-militari, obiettivi politico-strategici specifici, come sembrano volere, secondo una esatta analisi non meramente politologica, ma storica, Orfini, Fassina e altri. 
L'avvicinarsi della guerra non è qusi mai percepibile negli andamenti dell'opinione pubblica. E' percepito invece nei luoghi di quelle emozioni che sono organizzate e collettivamente influenzate, sotto forma di evasione, rabbia, depressione, euforia generale. E' percepibile nella letteratura, ma non nei TG. E' percebile nelle riunioni sindacali e nel bar sport, ma non nelle serate di gala. Oggi la battaglia politica è nelle fabbriche e nelle piazze, e non sui giornali. I giornali continueranno a dire le stesse cose anche quando le cose saranno diventate completamente diverse da come erano anche solo sei mesi prima, poiché la maggior parte di essi non è in grado di percepire il tipo di mutamento che ha oggi la massima rilevanza: osserva infatti le opinioni che mutano, ma non la tensione che sale o scende.
Tutti coloro che sanno un po' le cose come stanno conoscono ormai gli obiettivi che dobbiamo raggiungere: una vera Unione Europea e un'organizzazione su scala europea del sistema politico democratico. Tuttavia anche coloro che non sanno nulla - gli apatici, i rabbiosi, gli evasivi, e qui in Italia anche molti evasori - conoscono il fatto che ci si pone largamente questi obiettivi, ma poiché essi non sanno che cosa realmente accadrà se non li raggiungeremo (quello che accadrà è, in senso tecnico, la guerra), essi non sono pronti ad assumersi la resposabilità delle conseguenze politiche di questa consapevolezza.
Solo un'avanguardia può assumersi responsabilità di questo genere. Questa è la ragione per cui la linea Orfini-Fassina prevarrà nei prossimi mesi, anche se questo potrà non piacere - e lo credo bene - ai politici "moderni", e nemmeno a un analista estremamente attento come l'autore dell'articolo in questione, il quale ha forse l'unico difetto, di questi tempi quanto mai perdonabile, di essere un autentico democristiano, di quelli doc. 
Coloro che la pensano come lui (per esempio, probabilmente, Civati), dovrebbero battersi invece per una buona legge che istituzionalizzi le funzioni dei partiti. Grazie ad essa, infatti, quando i tempi saranno mutati, e il rumore degli spari sarà più lontano, ci sarà più spazio per una classe dirigente fatta di impiegati, di imprenditori o semplicemente di mattatori da oratorio, e meno legata al professionismo politico, senza che questo mutamento debba realizzarsi necessariamente come nel 1992, e cioè facendo mandare 2000 avvisi di garanzia dalla procura di Milano. Tuttavia finché i tempi non saranno mutati non c'è alcuna ragione di sperare che una tale confusa, eterogenea e dunque inefficace kermesse di "tipi" umani si ponga alla guida del principale, nonché dell'unico, partito italiano. 
Una parlamentare spagnola appartente al Partito Popolare Spagnola qualche mese fa urlava a squarciagola "che si fottano" nel momento in cui la Camera approvava la riduzione dei sussidi di disoccupazione di milioni di persone che nelle piazze pacificamente protestano, vanamente, ormai da più di un anno, rasentando la disperazione. Il riferimento poco elegante di quella parlamentare era proprio a quelle persone che vivono un momento drammatico. Quei rapidi fotogrammi sono stati ampiamente ripresi e chiunque segua i media internazionali ha potuto vedere quanto quella scena abbia distrutto la credibilità del parlamento spagnolo presso un'opinione pubblica già sgomenta e ferita nell'orgoglio dal regime di tutela che da parte delle istituzioni finanziarie internazionali ormai pende sulla Spagna. Tale episodio assomiglia a ciò che a breve potrebbe accadere in Italia, e che non dovrà mai accadere, ma quello che non può assolutamente essere consentito è che una parlamentare insulti il suo popolo sofferente, altrimenti nel giro di una settimana si arriva davvero alla Bastiglia. Deve, cioè, essere impedito dall'esistenza di partiti seri che selezionano gente seria. Che si selezioni una classe dirigente con caratteristiche di moralità e di fedeltà a se stessa: fedeltà coriacea, cioè, a delle idee politiche, giuste o sbagliate che siano. Che poi per vincere le elezioni basta fare la legge elettorale giusta e caso mai mandare in tv Renzi e Civati (il quale per altro ha ben altro spessore rispetto a Renzi) per imbonire qualche vecchietta tele-maniaca.

domenica 22 luglio 2012

Monologhi a porte chiuse e talk show

La Forma-dialogo fondamentale è parlare con gli altri in silenzio, e non partecipare a talk show. Il talk show non è che una conseguenza accidentale del fatto che un editore televisivo si è messo un giorno a parlare idealmente con gli altri restando in silenzio nella sua stanza. Non, dunque, parlare con se stessi, riflettere tra sé e sé, ma proprio parlare con gli altri. E possibilmente farsi anche insultare dagli altri. In silenzio. Facciamo un esempio.

A: Non si può introdurre una tassa per le transazioni finanziaria perché le banche porterebbero i soldi all'estero, dove non vige quella tassa, dopodiché non ci sarebbero più soldi per fare investimenti nel paese in cui si introduce la tassa.
B: Scemo! Se tutte le banche portassero lentamente i soldi all'estero, i risparmi delle banche diminuirebbero di valore, perché la moneta del paese che ha introdotto la banca perderebbe stabilità poiché si verrebbe a trovare in percentuali sempre maggiori in mani straniere. Questo ne diminuirebbe la credibilità, e le aspettative di stabilità, poiché diverrebbe meno gestibile in quanto slegata da dinamiche economiche. Il risultato sarebbe la perdita di valore dei risparmi posseduti proprio da quelle banche che, furbissimamente, hanno portato i capitali all'estero.
Le banche dovrebbero perciò portare tutto il capitale all'estero, tutto insieme, tutte insieme, il che è tecnicamente impossibile, perché il capitale è liquido solo in minima parte. E poi, come direbbe Kissinger, qual è il numero di telefono delle "banche"? Più grandi sono le banche più ragionano in modo strategico, e non gestionale, ragionano, cioé, come se fossero in un regime di oligopolio. Ragionano, perciò, sulla base di quanto ritengono che sarà stupido il Tuo comportamento, e solitamente ritengono, con esattezza, che sarà molto stupido. Esse ritengono cioè, per deontologia professionale, di essere in concorrenza con le persone intelligenti (qualunque mestiere facciano), e di dover fregare gli stupidi (qualunque mestiere facciano). La Tobin Tax non porta soldi nelle casse dello stato, è soltanto un messaggio: "datevi una regolata e investite sul lungo periodo. Passo e chiudo". Il problema non è di fregare le banche (anche perché è tecnicamente impossibile farlo), ma di farle ragionare. "Dovete ragionare, perciò spegnete quei computer che fanno transazioni automatiche, se no ci incazziamo davvero."
A: Grazie, non ci avevo pensato.

Dopo aver riflettuto, il nostro rappresentate, deputato o senatore, è pronto ad andare in TV a partecipare a dei talk show. Dopo, però. Perché se ci va prima è proprio inutile che ci vada.
Berlusconi ultimamente ha sostenuto ancora una volta che la crisi economica è psicologica. Esatto. Bravo. Il problema del pensiero politico di Berlusconi non è che esso sia sbagliato, è soltanto che nessuno gli risponde.
Proviamo.

A: La crisi economica è psicologica.
B: Esatto, questa è proprio la tesi di John Stuart Mill. Cosa facciamo, ora, telefoniamo a tutti, e diciamo che la crisi economica è psicologica? E poi? Poniamo che siamo in grado di telefonare a tutti i cittadini europei e informarli del fatto che la crisi economica è psicologica. Una volta che tutti siano stati infomati che la crisi economica è psicologica, quali saranno le conseguenze economiche della diffusione di questa informazione? Ovviamente, nessuna. Le aziende non potranno rispondere alle commesse perché non ricevono soldi dalle banche. I clienti delle aziende non potranno completare le attività che hanno pianificato, rendendo il sistema economico più disordinato, e abbassando le aspettative di tutti gli attori coinvolti.
Quindi gli imprenditori dovrebbero telefonare a tutti, proprio come abbiamo fatto noi, e dire a tutti che la crisi economica è psicologica. In generale tutti dovrebbero telefonare a tutti e informarli che la crisi economica è psicologica. Il risultato sarebbe perciò soltanto in questo: linee telefoniche intasate.
A: Grazie, non ci avevo pensato.

I talk show dovrebbero essere preceduti da un'ora in cui obbligatoriamente le persone invitate a parlare vengono chiuse ciascuna in una stanza, con uno specchio e un foglio con sopra scritte 15 domande difficilissime. La televisione diventerebbe molto più interessante.








domenica 15 luglio 2012

Il rito (1943-2012)

(1)

"Buongiorno, notte", di Marco Bellocchio (http://www.youtube.com/watch?v=JAPW5CMF9Bs&feature=related). Ogni vero rito denota, per sua natura, un solco aperto da chi lo celebra al puro scopo di seminare emozioni collettive durature.

(52:57)
Vecchio partigiano celebrante:
Vorrei dire due cose: anche il tempo più lontano non dimentica il partigiano. Siamo venuti dal nord per ricordare questo amico, il papà di Antonio e Chiara, che ogni anno (brusio)
Antonio:
Sempre le stesse parole.
Amico di Antonio
Ascolta, almeno impari qualcosa.
Vecchio partigiano celebrante:
Credeva molto nelle immense capacità dell'uomo e diceva sempre "se un uomo esprimesse solo un quinto delle sue possibilità tutti i problemi dell'umanità sarebbero risolti, regnerebbe solo l'amore, la pace, la giustizia, la fratellanza, la gioia dalla vita". (arrivano gli sposi) Ah, ci sono gli sposi. Evviva gli sposi, evviva!
Amico di Antonio:
Eppure c'è una verità.
Antonio
Quale?
Amico di Antonio:
Che gli uomini effettivamente fanno molto meno di quello che potrebbero fare. C'è un'energia vitale sprecata talmente grande che se gli uomini si impiegassero al massimo delle loro possibilità il mondo sarebbe completamente diverso. Invece c'è gente che fanno sempre la stessa cosa e poi di colpo vogliono tagliare per i campi e cambiare il mondo con un colpo di pistola. E non si accorgono che la loro vita, quella di tutti i giorni, è lo zero assoluto. Ho letto su un giornale che un brigatista tra un assassinio e l'altro leggeva Tex Willer e si masturbava con le riviste porno: questa è dissociazione pura!
Antonio:
Ma che c'entano i brigatisti?
Amico di Antonio:
Come che c'entrano?
Antonio:
Guarda che i brigatisti danno la loro vita per gli sfruttati, per chi non ha giustizia, meritano rispetto.
Amico di Antonio, a Chiara: 
Senti cosa dice tuo fratello!
Antonio:
Guarda sono molto meglio di me, che me ne sto su un prato a farmi una canna!

Il partigiano che ho definito il "celebrante" gestisce le emozioni del gruppo, plaudendo agli sposi affluenti nell'arena per smorzare la tensione e permettere a tutti di osservarsi sorridendosi reciprocamente, mentre nell'omelia si accinge ad esporre in estrema sintesi i loci principali del pensiero illuminista e marxista. Ripete un discorso attribuendolo ad altri, e rigorosamente in absentia (Il papà di Antonio e Chiara credeva che...). In questo modo non si assume la responsabilità di ciò che dice, ma piuttosto affida la responsabilità di riflettere a chi ascolta. In questo modo, cioè, fa un discorso religioso - un discorso, cioè, irresponsabile o, come direbbe Nagel, un discorso da nessun luogo, un flatus vocis che procede fuori dal tempo, da se stesso e per se stesso - e non un discorso politico; non cioè, un discorso sommamente responsabile, che dentro il tempo presente viene fatto da chi non sa che cosa esattamente accadrà ma sa che qualunque cosa accada egli ne dovrà rispondere comunque. Un discorso irresponsabile che si sviscera secondo la forma retorica: "Io non dico nulla, bensì essi dicevano x, y, z". Dunque non si sarebbe sorpresi di sentirgli dire anche, evangelicamente: "Voi chi dite che io sia?" Egli infatti descrive, restando assente, un dialogo tra altri. Irresponsabile lui, invita chi lo ascolta ad essere e restare altrettanto irresponsabili, ad ascoltare da lontano il dialogo tra gli altri, i terrestri, i parlanti. Autocontrollo collettivo attraverso l'astensione da ogni responsabilità, è proprio questa l'essenza propriamente dionisiaca (e direi misterica) del rito post-partigiano descritto nella splendida scena in questione. Una delle tante forme della vasta casistica di ritualità caratteristiche del movimento comunista.
Molti riti nascono dalla volontà di mantenere nel tempo la sensazione di eternità che proviene dalla vittoria politica, quando non si ha la capacità di ricreare quella sensazione attraverso le arti e il racconto. Il sacro è qui la massa inerziale propria di una forza politica svogliata, arrogante, e culturalmente inetta.
(54:49)  
Charlie, cantando:
Fischia il vento, urla la bufera, 
scarpe rotte eppur bisogna andar
Charlie, con il coro:
a conquistare la rossa primavera 
dove sorge il sol dell'avvenir.
Charlie:
Se ci coglie la crudele morte, 
dura vendetta vien dal partigian.
Charlie, con il coro:
ormai certa è la natura sorte
del fascista vile traditor.
Charlie:
S'alza il vento, calma è la bufera, 
torna a casa fiero il partigian.
Charlie, con il coro:
Sventolando la rossa sua bandiera, 
vittoriosi al fin liberi siam;
sventolando la rossa sua bandiera, 
vittoriosi ormai liberi siam. 
Nel nàos del tempio, rinchiusi nella gioia appagata, i partigiani e i loro amici. Attorno al tavolo, cantano e sorridono in ricordo di ciò che essi stessi furono e rappresentarono per se stessi, per quelle valli appenniniche infestate dal freddo e dagli spari, mentre i nazisti infuriavano, difendendosi, codardi, dietro la potenza dell'artiglieria. I giovani sono intorno e non capiscono, ma godono nella luce riflessa del sorriso spavaldo della vecchia generazione. Essi non vengono resi protagonisti del rito, ma gli si consente di liberamente ridere fra loro, innocui, nel tono leggero di chi si schernisce per evitare l'impatto della passione concentrata che trova spazio nel circolo centrale dei combattenti. Tutte le persone al centro, i vecchi partigiani, si guardano soltanto fra di loro.
In questo modo i giovani non vengono educati a essere osservati, ma solo all'attività estremamente meno formativa che consiste nell'osservare forti personalità che si esprimono, in questo caso, cantando a squarciagola nella commozione ineguagliabile che sgorga dalla memoria di una radicale e assoluta vittoria politica.

(2)

"Il rito", di Ingmar Bergman (scena finale: http://www.youtube.com/watch?v=I92y2i2fBMc).

Fondare religioni è sempre stata un'occupazione difficile e per molti versi ingrata. Bisogna infatti fare un'estrema attenzione alle molte differenze che ci sono tra il modo che le persone usano per osservare gli altri e il modo che esse usano per osservare se stesse. E nel farlo ci si dimentica sempre qualche dettaglio, spesso non da poco.
(1:05) Il fedele crede al rito più dei celebranti, i quali, sebbene il rito dovrebbe essere celebrato al buio, si accontentano di far finta di essere al buio, per accontentare il fedele il quale intende prendere appunti e dunque richiede che la lampada resti accesa. I celebranti ridono di questa loro modifica della "sceneggiatura", che pare non costargli niente. E' evidente che, cedendo in tal modo al pressappochismo, hanno abdicato al loro ruolo di attori, per fondare qualcosa di nuovo e di diverso dalla pura arte teatrale. 
Il rito è qui una emanazione di uno spettacolo, o meglio proviene da uno spettacolo, e prima ancora dal bisogno di spettacolo. Questo momento del rito, con la risata dei celebranti a cui il fedele non reagisce così da non sdrammatizzare l'atmosfera e da permettere la continuazione del rito, è assolutamente fondamentale. Il rito resta tale soltanto per un bisogno da parte di chi lo subisce, nasce cioè dal mercato, e in ultima analisi dal capitalismo stesso. La banalità del quotidiano, l'onnipresenza delle relazioni burocratico-mercantili crea la figura del fedele, cioè del borghese in cerca di umiliazione, e in ogni caso schiavo della vertigine emotiva. 
Come sempre in Bergman i personaggi sono figure archetipiche e ovviamente irreali (il "borghese" è ovviamente in giacca e cravatta, gli "artisti" ovviamente sono in maschera), e la comicità nasce proprio da questa emulazione dotta se non addirittura filologica dei meccanismi di identificazione/non identificazione tipici della commedia dell'arte. Il borghese sa di avere bisogno di essere guardato per trovare un senso. La maschera che gli artisti indossano divanta ieratica quando è chiaro che essa non cambia il loro atteggiamento. L'apparenza non conta nulla per loro, questo è il messaggio. Sono mascherati non per mostrare qualcosa, ma per mostrare che essi potrebbero avere addosso qualunque vestito e ciò non cambierebbe il loro atteggiamento. Essi sono indifferenti al fatto di essere osservati - sono osservati da Dio, sono osservati da tutti, sono osservati, cioè, soltanto da se stessi. Non sono inseriti nelle relazioni sociali, nella lotta politica, la lotta che divide sempre in partes contrastanti. Tutti mi guardano.
Il loro atteggiamento è il rito: una intenzione condivisa e fortissima, che nessuna apparenza sensibile può mutare. 
Non possono essere derisi a causa del modo in cui essi vestono i vestiti che vestono, il naso lungo, il finto fallo, il seno nudo. L'apparenza è irrilevante ai fini del rito: è proprio questo che distrugge dalle fondamenta la coscienza borghese, basata sulla continua distinzione tra ciò che è pubblico e ciò che è personale attraverso le forme dell'apparire e l'edificazione di mura attorno alle abitazioni private, agli uffici delle imprese e a quelli delle pubbliche amministrazioni, attraverso il dogma del segreto industriale.
Gli attori non recitano più, ma intendono l'arte teatrale in maniera radicalmente mercatistica: così essi producono un altro tipo di rito rispetto a quello precedente. Studiano i bisogni (praticano il marketing) di chi per tutto il giorno ha fatto altro. Sanno che i bisogni diventano prevedibili perchè la vita delle persone adulte è standardizzata attraverso i ritmi e le caratteristiche del loro lavoro. Raccontano ciò di cui le persone sono vittime attraverso l'obbligo del lavorare, senza dare ad essi risposte, ma ingigantendo le domande e trasformandole in emozioni. 

(3)
I riti nascono talvolta dalla sagacia irresponsabile, dagli intelligenti che non ritengono di dover fornire risposte, ma sperano solo di guadagnarsi da vivere lucrando sull'abilità. Il grande tema bergmaniano. Quando l'arte, in definitiva, diventa mercato e dunque dopo poco finisce per impadronirsi del mercato stesso, poiché naturalmente essa è molto più forte di lui. Alla fine del film di Bergman il borghese muore, e così l'arte, con la sua immensa potenza, si ritrova ad uccidere il suo pubblico e per troppo volere non riesce a riprodursi (9:27. "Il dottor Abramson è morto", dice il celebrante), facendo fallire prima che se stessa, l'impresario.
E poi i riti nascono dalla memoria irresponsabile, da chi non ritiene di dover raccontare, perchè avendo già visto tutto non ha più nulla da dare. Dalla memoria che non diventa storia, racconto, e dunque risulta illegibile, lontana, priva di passione per gli altri, e non educa a guardare, ma si limita a tramandare le res gestae come chiunque le potrebbe narrare, come un racconto impersonale. Il mito del progresso
Le brigate rosse nascono quando i vecchi partigiani non parlano con i giovani delle loro ferite, non elaborano il lutto della guerra, ma si fanno osservare, tutti impettiti, come degli scolaretti alla consegna del diploma, cantando la vecchia canzone, trasformano i ricordi in uno show, mentre la generazione giovane credendo di capire cerca solo di seguire lo spettacolo, senza parteciparvi, mentre cova la sua rabbia nell'isolamento, nell'insulso e inetto moralismo ("tutti dovrebbero fare di più, ecc."). 
 

sabato 2 giugno 2012

Il partito delle cinque parole


Ieri sera, in quel postaccio in via San Petronio Vecchio - frequentato inopinatamente da me e da tanti cari amici. Sic, si critica solo ciò che si ama - è andata in scena la solita corrida improvvisata ad opera di quelli che il buon vecchio Schumpeter chiamava, con squisito sarcasmo, gli intellettuali inimpiegabili. Descriverla non potrà essere che un pavido e di certo non inedito infierire, si potrà dire. Giusto, ma è pur vero che la crudeltà intellettuale non è un reato. Inoltre - continua la mia apologia - nell'analizzare contemporaneamente sia il mio stesso disprezzo verso sezioni del genere umano quanto quello che ho compreso essere il disprezzo di quelle sezioni del genere umano verso il genere umano stesso, ambisco almeno a una certa pretesa equanimità ed equidistanza, e di questo mi andrebbe comunque reso atto: in fondo il mio è solo un interesse per il disprezzo in quanto tale. Il devoto cronista, ieri sera, annotava: una buona lettura ad alta voce di Calvino, accompagnata da una pianolina da festa delle medie, una performance teatrale completamente irricevibile, una immancabile riunione dedita ad asserite pratiche di soggettivazione incomprensibili agli umani.
A volte cerco la definizione sintetica del campionario di bestialità che tocca sentire a noi Fabian, a noi non realizzati e non realizzabili osservatori risolutamente irrisolti. Una definizione sintetica e un metodo empirico per selezionare quel soporifero, caotico cluster di concetti che, somministrato a un giovane e relativamente promettente studente per cinque o sei anni lo porta quasi immancabilmente a utilizzare soltanto il 5% del proprio cervello. Il problema è il seguente: quali sono, in sostanza, le parole che portano le persone a convocare riunioni? Il punto è che, nel mondo industrializzato, le riunioni di per se stesse non servono a nulla, a meno che non ci sia un motivo per convocarle, eppure c'è tutta una serie di dispositivi comunicativi che porta le persone a ignorare questa circostanza, e a continuare a convocarle a prescindere da scopi delineati con sufficiente chiarezza in precedenza.
Il problema di individuare questo cluster assume caratteri archivistici. Una soluzione potrebbe essere la seguente. Prendere la biblioteca di Bertrand Russell, se esiste ancora. Fare un indice analitico dei dieci libri più usati (intendo quelli materialmente più corrosi, sottolineati, stropicciati) e selezionare i venti sostantivi astratti più utilizzati in ognuno di quei libri. Selezionare dalla lista ottenuta le cinque parole che vantano in assoluto più citazioni nel computo totale e verificare la possibilità grammaticale-semantica di creare da esse nuove parole. Una possibilità per concretizzare questo ulteriore esercizio di fantasia sarebbe immaginare cosa farebbe un tedesco altamente scolarizzato se chiuso a chiave in una stanza per due anni a pane e acque con i libri suddetti. Il risultato di questa ricerca potrebbe condurci vicini alla Lista. La Lista delle parole magiche che inducono le persone a convocare continuamente riunioni senza essersi posti il problema del perché lo stanno facendo.
Io dico che il risultato sarebbe la seguente, utilissima lista – ritengo che la CIA ne abbia fatto ampio uso, ed è forse per questo che non mi sorprenderei di trovare tracce di cloroformio nella biblioteca di Russell.
    Soggetto, Impero, Resistenza, Esistenza, Prassi.
E, di consegenza,
    Soggettivazione, Soggettivo, Soggettivizzazione, Soggettualità, Soggettivismo, Soggettualizzazione, Imperialismo, Imperializzazione, Resistenzialità, Resistentivo, Esistenziale, Esistenzialità, Esistentivo, Pratico, Pratica, Praticizzazione.
Il nostro sistema educativo, tra i suoi infiniti paradossi, produce una certa quantità di persone che ritiene di essere intellettuale in quanto ha l'unica e assolutamente poco spendibile caratteristica di essere disposta a credere a tutto. Tuttavia la magia è che alla fine, nonostante ciascuno di essi sia disposto a credere a tutto, tutti insieme, in fin dei conti, credono alle stesse cose. Questa è davvero la quintessenza della magia, o, come dicono i latinisti, della religio. Non è vero che quelle parole sono vuote, come pensano i superficiali. Sono significative, e filologicamente studiatissime. “Impero” viene dal latino e vuol dire comando. Accusare di affiliazione con l'“Impero” serve innanzitutto a smontare qualunque meccanismo burocratico-operativo efficiente. “Soggetto” è un termine di significato del tutto antitetico a ciò che è scientificamente rilevante, è opposto al “Predicato”, e dunque alle “Proprietà”, ma anche alla “Sostanza”, e dunque alla “Realtà”. “Resistenza” è il contrario dell'azione, è il termine reazionario par excellence. “Esistenza” esprime soprattutto la supposta incomunicabilità della condizione umana ed è per questo il contrario della dicibilità, rappresentando così una indicazione della via maestra che porta verso il fanatismo spiritual-politico. “Pratica” è il termine più simile al verbo “Fare” che possa essere usato come suo sostituto per autorizzare ogni sberleffo verso le forme della verifica. Una pratica, infatti, non produce assolutamente nulla, e se chiedi a una persona che cosa stia facendo, e ti risponde “sto praticando una pratica”, vuol dire che non gli potrai chiedere i risultati ottenuti dalla sua pratica. Laddove, infatti, il fare produce prodotti finali, i cosiddetti “fatti”, il praticare produce al massimo “pratiche”, che in italiano vuol dire fogli di carta, prodotti intermedi di una comunicazione che si suppone abbia altri scopi che sono diversi dalle pratiche stesse ma che molto spesso non ci è dato sapere quali siano. Il comunismo - la scienza delle cinque parole, e un giorno magari delle cinque stelle - laddove adeguatamente e religiosamente messo in pratica, rappresenta probabilmente il più grande sperpero di materia grigia dopo il poker e dopo quella variante meno ospedaliera del poker (meno ospedaliera perché non prevede il tappetino verde), costituita dalla finanza internazionale computer-based. Certo, è una religione difficile, con i suoi pseudo-preti, che a differenza di molti di quelli veri, sono anche tutti quanti senz'anima.
Chi usa compulsivamente quelle parole non amerà mai il teatro, il cinema, e la matematica, pur essendo quasi sempre convinto di amare i primi due. L'esempio del teatro valga per tutti. Attardarsi a ripetere la parola “soggetto”, disponendosi oltretutto a usare in maniera compulsiva i suoi derivati, vuol dire non essere interessati ai seguenti diversi tipi di soggetto: l'autore, il pubblico, l'attore, il regista, lo sceneggiatore, il produttore. E senza capire questo non vedo come si possa essere interessati al teatro.
Il disprezzo per le arti e per l'eccellenza, la febbrile gioia per il banale, sono il quotidiano biglietto da visita dell'ignoranza organizzata.