Ieri sera, in quel postaccio in via San Petronio Vecchio - frequentato inopinatamente da me e da tanti cari amici. Sic, si critica solo ciò che si ama - è andata
in scena la solita corrida improvvisata ad opera di quelli che il
buon vecchio Schumpeter chiamava, con squisito sarcasmo, gli
intellettuali inimpiegabili. Descriverla non potrà essere che un
pavido e di certo non inedito infierire, si potrà dire. Giusto,
ma è pur vero che la crudeltà intellettuale non è un reato. Inoltre - continua la mia apologia - nell'analizzare contemporaneamente sia il mio stesso
disprezzo verso sezioni del genere umano quanto quello che ho compreso
essere il disprezzo di quelle sezioni del genere umano verso il genere umano stesso, ambisco almeno a una certa pretesa
equanimità ed equidistanza, e di questo mi andrebbe comunque reso
atto: in fondo il mio è solo un interesse per il disprezzo in quanto tale. Il devoto cronista, ieri sera, annotava: una buona lettura ad
alta voce di Calvino, accompagnata da una pianolina da festa delle
medie, una performance teatrale completamente irricevibile, una
immancabile riunione dedita ad asserite pratiche di soggettivazione
incomprensibili agli umani.
A volte cerco la definizione sintetica del campionario di bestialità
che tocca sentire a noi Fabian, a noi non realizzati e non
realizzabili osservatori risolutamente irrisolti. Una definizione
sintetica e un metodo empirico per selezionare quel soporifero,
caotico cluster di concetti che, somministrato a un giovane e
relativamente promettente studente per cinque o sei anni lo porta
quasi immancabilmente a utilizzare soltanto il 5% del proprio
cervello. Il problema è il seguente: quali sono, in sostanza, le
parole che portano le persone a convocare riunioni?
Il punto è che, nel mondo industrializzato, le riunioni di per se
stesse non servono a nulla, a meno che non ci sia un motivo per
convocarle, eppure c'è tutta una serie di dispositivi comunicativi
che porta le persone a ignorare questa circostanza, e a continuare a
convocarle a prescindere da scopi delineati con sufficiente chiarezza
in precedenza.
Il problema di individuare questo cluster assume caratteri
archivistici. Una soluzione potrebbe essere la seguente. Prendere la
biblioteca di Bertrand Russell, se esiste ancora. Fare un indice
analitico dei dieci libri più usati (intendo quelli materialmente
più corrosi, sottolineati, stropicciati) e selezionare i venti
sostantivi astratti più utilizzati in ognuno di quei libri.
Selezionare dalla lista ottenuta le cinque parole che vantano in
assoluto più citazioni nel computo totale e verificare la
possibilità grammaticale-semantica di creare da esse nuove parole.
Una possibilità per concretizzare questo ulteriore esercizio di
fantasia sarebbe immaginare cosa farebbe un tedesco altamente
scolarizzato se chiuso a chiave in una stanza per due anni a pane e
acque con i libri suddetti. Il risultato di questa ricerca potrebbe
condurci vicini alla Lista. La Lista delle parole magiche che
inducono le persone a convocare continuamente riunioni senza essersi
posti il problema del perché lo stanno facendo.
Io dico che il risultato sarebbe la seguente, utilissima lista –
ritengo che la CIA ne abbia fatto ampio uso, ed è forse per questo
che non mi sorprenderei di trovare tracce di cloroformio nella
biblioteca di Russell.
Soggetto, Impero, Resistenza, Esistenza, Prassi.
E, di consegenza,
Soggettivazione, Soggettivo, Soggettivizzazione, Soggettualità,
Soggettivismo, Soggettualizzazione, Imperialismo, Imperializzazione,
Resistenzialità, Resistentivo, Esistenziale, Esistenzialità,
Esistentivo, Pratico, Pratica, Praticizzazione.
Il nostro sistema educativo, tra i suoi infiniti paradossi, produce
una certa quantità di persone che ritiene di essere intellettuale in
quanto ha l'unica e assolutamente poco spendibile caratteristica di
essere disposta a credere a tutto. Tuttavia la magia è che alla
fine, nonostante ciascuno di essi sia disposto a credere a tutto,
tutti insieme, in fin dei conti, credono alle stesse cose. Questa è
davvero la quintessenza della magia, o, come dicono i latinisti,
della religio. Non è
vero che quelle parole sono vuote, come pensano i superficiali. Sono
significative, e filologicamente studiatissime. “Impero” viene
dal latino e vuol dire comando. Accusare di affiliazione con
l'“Impero” serve innanzitutto a smontare qualunque meccanismo
burocratico-operativo efficiente. “Soggetto” è un termine di
significato del tutto antitetico a ciò che è scientificamente
rilevante, è opposto al “Predicato”, e dunque alle “Proprietà”,
ma anche alla “Sostanza”, e dunque alla “Realtà”.
“Resistenza” è il contrario dell'azione, è il termine
reazionario par excellence.
“Esistenza” esprime soprattutto la supposta incomunicabilità
della condizione umana ed è per questo il contrario della
dicibilità, rappresentando così una indicazione della via maestra
che porta verso il fanatismo spiritual-politico. “Pratica”
è il termine più simile al verbo “Fare” che possa essere usato
come suo sostituto per autorizzare ogni sberleffo verso le forme
della verifica. Una pratica, infatti, non produce assolutamente
nulla, e se chiedi a una persona che cosa stia facendo, e ti risponde
“sto praticando una pratica”, vuol dire che non gli potrai
chiedere i risultati ottenuti dalla sua pratica. Laddove, infatti, il
fare produce prodotti finali, i cosiddetti “fatti”, il praticare
produce al massimo “pratiche”, che in italiano vuol dire fogli di
carta, prodotti intermedi di una comunicazione che si suppone abbia
altri scopi che sono diversi dalle pratiche stesse ma che molto
spesso non ci è dato sapere quali siano. Il comunismo - la scienza
delle cinque parole, e un giorno magari delle cinque stelle - laddove
adeguatamente e religiosamente messo in pratica, rappresenta
probabilmente il più grande sperpero di materia grigia dopo il poker
e dopo quella variante meno ospedaliera del poker (meno ospedaliera
perché non prevede il tappetino verde), costituita dalla finanza
internazionale computer-based. Certo, è una religione
difficile, con i suoi pseudo-preti, che a differenza di molti di
quelli veri, sono anche tutti quanti senz'anima.
Chi usa compulsivamente quelle parole non amerà mai il teatro, il
cinema, e la matematica, pur essendo quasi sempre convinto di amare i
primi due. L'esempio del teatro valga per tutti. Attardarsi a
ripetere la parola “soggetto”, disponendosi oltretutto a usare in
maniera compulsiva i suoi derivati, vuol dire non essere interessati
ai seguenti diversi tipi di soggetto: l'autore, il pubblico,
l'attore, il regista, lo sceneggiatore, il produttore. E senza capire
questo non vedo come si possa essere interessati al teatro.
Il disprezzo per le arti e per l'eccellenza, la febbrile gioia per il
banale, sono il quotidiano biglietto da visita dell'ignoranza
organizzata.