mercoledì 28 ottobre 2015

"Possibile", un processo politico in corso

Riguardo alla struttura del processo costituente dell'Associazione Possibile.
Ci sarà un'assemblea a Napoli il 21 novembre.
Sarà eventualmente un errore - in un'ottica costituente - votare separatamente le questioni tematiche e quelle organizzative-statutarie.
La realtà è che soltanto un'analisi della fase storica in corso potrebbe costituire un argomento attorno al quale costruire utilmente un dibattito e quindi un certo tasso di dissenso da ricomporre poi in un'azione collettiva. 
E' infatti soltanto a partire da un'analisi che è possibile individuare la forza relativa dei differenti punti programmatici che sono già presenti nel cosiddetto Patto Repubblicano.
E' un errore, in altre parole - da un punto di vista costituente - non costruire un vero e proprio congresso, nell'occasione dell'incontro di Napoli.
La qualità della produzione culturale che converge verso il dibattito pubblico è infatti il punto-chiave per la determinazione di una forza nuova della sinistra. In ogni caso, si annuncia il proseguimento della fase costituente nei mesi successivi, il che è comunque positivo, così come è positivo che ci siano veri e propri delegati (è proprio così che funziona la democrazia rappresentativa) già all'assemblea napoletana.
Vedremo come lo statuto sarà diviso in due parti, delle quali l'una è da votare entro la fine di novembre e l'altra a fine febbraio. Le discussioni più importanti, a questo punto, sembra siano state rimandate all'inizio del 2016 anche per il fatto che l'elezione della guida politica di Possibile sembra essere stata sostanzialmente rimandata. 
Così probabilmente si spiega la relativa apertura di SEL a una possibile convergenza con il movimento civatiano: una convergenza innanzitutto sui tempi che saranno necessari, poiché i tempi in politica sono sostanzialmente tutto.
L'operazione del 21 novembre dovrà a questo punto riuscire in un difficile equilibrismo tra esigenza di mobilitazione e procrastinazione delle questioni fondamentali.


mercoledì 21 ottobre 2015

Salus

Guardare il soffitto, farsi richiamare dalla terra. Chiudersi, scemare. Dalla prigionia, la rivoluzione. 
Ma tutto sarebbe stato infinitamente più complicato di così. Non ci sono passaggi meccanici, nell'incedere dell'anima. Ogni sete, è conquista.
Salute, o piuttosto salvezza. Tu, la prima, che fuoriesci, confusa tra mille altre gioie, dallo scontro con le bizzarre banalità della gente. Siamo immersi nella società, come spugne.
Per le strade di Cambridge. Come vi ero arrivato, chissà. E come me ne andai. Tu, la seconda, che discendi, secondo tutti, dalla rinuncia. La rinuncia a capire, prima di tutto.
Tenison Road. Alberi roteanti dal vento. Un mare di sospetti bagnati da un cielo scuro.
Un tessuto troppo pieno di relazioni, di vita. Esplodere, un giorno di un aprile qualunque. Non volersi schierare, fino all'ultimo. Fino a morire di mancanza di coraggio. Perché tutto era colmo, e così tutto aveva un suo accettabile senso. Catturato da ciò che altri amarono, conservai i legami che mi furono consegnati dal tempo. Custode volontario di un'illusione, me ne furono affidate molte altre. Scrutato dagli alti monti, venni trovato esangue a scovare perle nei bassi. 

Ex captivitate salus.  

martedì 20 ottobre 2015

Elogio di Caselli. In difesa della politicità dell'agire giuridico

Grazie alla questione del processo a Erri De Luca, si discute in questi giorni della nozione di sabotaggio ai danni dello stato, e più specificamente della legittimità per un gruppo di persone di manomettere una struttura o un edificio pubblico, o comunque di ostacolare l'esercizio dei pubblici poteri, come atto dimostrativo atto a resistere a una decisione pubblica che si vuole osteggiare.
Ora, la questione rientra secondo alcuni nella discussione sui cosiddetti NIMBY, e cioè sui casi in cui le decisioni pubbliche sembrano andare a discapito degli abitanti di un luogo in particolare rispetto agli altri, ragion per cui gli stessi si sentono ingiustamente vessati da parte dello stato (è spesso il caso della costruzione di centrali nucleari o di infrastrutture di grande invasività sul territorio in generale). 
La questione però non è così semplice: è diversa ed è più complessa soprattutto perché coinvolge attori che non sono toccati personalmente né collettivamente dalla costruzione della ferrovia, e che entrarono del tutto legittimamente a far parte del Movimento NoTav pur non essendo abitanti della Val di Susa.
La questione è quella della legittimità del sabotaggio, vale a dire di una reazione (relativamente) violenta alla decisione pubblica e anche della opposta legittimità della considerazione di tale attività relativamente violenta come eventualmente terroristica o eversiva, in virtù di una considerazione del carattere strutturale e cioè politico dell'organizzazione che ha messo in campo quelle reazioni.
Ora, è chiaro innanzitutto che non tutto ciò che è eversivo è perciò stesso terroristico. Vale invece semmai il contrario: tutto ciò che è terroristico è di fatto eversivo. Prescindiamo tuttavia dalle fattispecie giuridiche e concentriamoci direttamente sui concetti. 
Eversive sono innanzitutto eventualmente le finalità di un gruppo. Terroristici sono semmai i comportamenti che sono poi realmente imputabili.
Vi è, in questa come in tutte le valutazioni, una questione di misura e quindi di opportunità politica.
Se c'è una componente del movimento NoTav che concepisce il problema della costruzione della ferrovia in Val di Susa come una scusa per far accorrere tutti coloro che vogliono paralizzare le attività dello stato in generale, questo è sufficiente a caratterizzare quella componente come eversiva (il che non vuol dire che suoi membri abbiano poi commesso reati). Dal punto di vista delle pratiche politiche, si può dire però intanto che diverse componenti del Movimento NoTav solidarizzano in maniera assoluta con gli abitanti della valle, e cioè nonostante esse stesse non siano interessate in prima persona dai provvedimenti governativi in discussione. La loro, pertanto, non è una posizione politica semplicemente legata al caso più semplice dei NIMBY: è una posizione che, a differenza di quanto accade nei casi più semplici di NIMBY, non ammette una forma di negoziato puramente politico-economico, come accade alle comunità toccate dalle grandi opere, in generale, perché da una parte c'è un negoziatore (lo stato) e dall'altra c'è un altro negoziatore che non ha richieste specifiche (componenti interne al Movimento che non provengono dalla valle, e che interpretano la propria solidarietà nei confronti degli abitanti della valle sub specie ideologica) e che pertanto non è neanche strictu sensu un negoziatore se non in un senso strategico (non è cioè un negoziatore esclusivamente in senso economico).
E' evidente, cioè, che lo stato non può mediare un accordo con chi non è interessato in prima persona alla vicenda come se quest'ultimo fosse direttamente interessato, poiché esso (lo stato) non è in grado di offrire nulla a chi non è in grado di chiedere nulla
Il carattere pertanto di alcune componenti di questo movimento non è quello di un movimento territorialmente localizzato (come nel caso dei NIMBY), ma quello di un movimento ideologico, il che impone allo stato di negoziare secondo modalità che non sono uguali a quelle di una negoziazione con una sua componente interna (con un ente locale), ma che sono piuttosto affini alle modalità con cui lo stato si atteggia in generale nei confronti dei gruppi di pressione che agiscono al suo interno, quando questi ultimi hanno potenzialmente un potere destabilizzante perché hanno richieste non-negoziabili.
Detto, pertanto, che il Movimento NoTav non è un caso (ordinario) dei NIMBY, veniamo a come si dovrebbe atteggiare lo stato nei confronti di un gruppo di pressione quale il Movimento NoTav indubbiamente è.
Da una parte alcune componenti del Movimento NoTav - che abbiamo stabilito avere un rapporto di vicinanza esclusivamente ideologico con il problema reale in questione e cioè non legato a interessi propri da difendere - sembrano volersi accontentare di raggiungere un determinato obiettivo politico (la non-costruzione della ferrovia), dall'altra talune componenti sembrano richiamarsi a un'ideologia che vuole impedire allo stato di esercitare la sovranità in qualunque sua forma (anarchici). Se si dimostrasse che questa seconda componente interna al Movimento è di fatto un gruppo organizzato - e qui non si sta affatto dicendo che tale affermazione è dimostrata -, se ne dedurrebbe senza alcun dubbio il carattere eversivo - il che per altro non comporta che taluni suoi atti siano stati poi terroristici. Se non lo si dimostrasse si dovrebbe invece escludere l'eversività di componenti interne al Movimento NoTav.
Ora, la valutazione politica da fare all'interno dei processi giudiziari in corso è se gli atti di (relativa) violenza che sono stati compiuti sono tali da essere stati generati allo scopo di attrarre un credibile consenso attorno alla seconda componente del gruppo di pressione che abbiamo definito "Movimento NoTav" e alle sue finalità politiche, nella misura in cui quest'ultima componente è - se esiste - certamente un gruppo eversivo.
Chi sostiene che le accuse di terrorismo sono in linea di principio irragionevoli, pertanto, sta sostenendo che non esiste alcuna credibile possibilità che un gruppo di pressione eversivo di questo tipo - che sappiamo per certo esistere in Italia - abbia tentato di infiltrarsi nel Movimento NoTav come sua componente interna, portando alla realizzazione di atti la cui violenza, a causa della loro ragionevole possibilità di attrarre consenso su di sé, aveva un carattere terroristico.
E' piuttosto evidente, a giudizio di chi scrive, che si tratta di un'affermazione totalmente irragionevole, a causa se non altro della storia d'Italia e delle notizie di intelligence che vengono regolarmente fornite in chiaro al Parlamento.
Questo non implica, naturalmente, che sia stato di per sé dimostrato che quelle componenti eversive interne al Movimento NoTav esistono in quanto gruppo organizzato (il che è una questione di fatto) né che, una volta dimostrato che esistono, siano state proprio esse a compiere atti di violenza, che sarebbero poi da giudicare terroristici solo ed eclusivamente, infine, se, come abbiamo detto, l'obiettivo che esse si ponevano in termini di destabilizzazione dell'opinione pubblica fosse ritenuto un obiettivo credibile.
Ma certamente va considerato, dal punto di vista giuridico, il clima politico che si era creato nella stagione storica immediatamente successiva allo scoppio della crisi nel 2008, poiché è quel clima a rendere eventualmente sostenibile l'accusa di terrorismo, in quanto il clima di tensione sociale che si respirava era proprio quell'elemento che rendeva determinate minacce molto più credibili di quanto non sarebbe accaduto in un altro clima sociale.
Lo stato ha perciò una sua ragione specifica per agire, nei confronti del gruppo di pressione denominato "Movimento NoTav", con armi giuridiche e non soltanto politico-economiche, il che vale semmai a dimostrare, per altro, esclusivamente la sensatezza politica di tale azione giuridica, e non certo la verità giudiziaria di una soluzione piuttosto che di un'altra in casi specifici. E' quella che si suol definire come ragion di stato. Può darsi che essa sia ritenuta da taluni incompatibile con l'ideologia anarchica, ma del resto anche lo stato di diritto, in quanto tale, lo è, e questo dovrebbe far riflettere.

venerdì 16 ottobre 2015

Il fenomeno ISIS, le migrazioni, il futuro della sinistra italiana

Il problema che la nuova sinistra italiana dovrebbe cercare di affrontare è in primo luogo una questione di linguaggio politico. 
Oggi, il futuro della sinistra passa anche attraverso la possibilità di far identificare le popolazioni migranti (gli ultimi della società, perché persino privi dei diritti politici) con il cammino dei diritti civili e sociali europeo. Si tratta, perciò, di una sinistra che torni a difendere interessi precisi, interessi di classe. 
Dal punto di vista del linguaggio politico, questo pone vari problemi. Per quanto riguarda le popolazioni provenienti dall'area del Maghreb e del Vicino Oriente, si tratta di persone la cui caratteristica sociologica più lampante è probabilmente il basso tasso di scolarizzazione e al contempo l'assenza di una cultura politica laica. 
La politicità prevalente di queste popolazioni appare pertanto legata da un lato alla difesa di determinati interessi economici, e da un altro lato a un sistema valoriale ancorato a una base per lo più religiosa. Le classi dirigenti che possono "rappresentare" questi interessi non sono perciò per lo più classi dirigenti di estrazione professionale-borghese, e questo pone un enorme problema rispetto alle forme-partito della socialdemocrazia europea per come si sono storicamente determinate nell'ultimo trentennio.
Il fenomeno ISIS è destinato a giocare un ruolo geopoliticamente "progressivo", soprattutto nella misura in cui a causa di esso emergerà come l'emarginazione sociale e i troppo ampi gap generazionali nei territori europei conducono necessariamente a problemi di sicurezza nazionale per gli stati membri, e in secondo luogo in quanto tramite questo fenomeno - la cui esistenza è sentita dalle popolazioni locali del mondo arabo come principalmente dovuta alla scellerata guerra statunitense-irachena e quindi all'Occidente - si produrrà probabilmente un nuovo e forse definitivo scatto all'indietro del colonialismo franco-inglese e statunitense, il che dovrebbe se non altro favorire il processo di integrazione europea, e cioè una relativa maggiore convergenza di quei disparati interessi che producono le differenti politiche estere europee (particolarmente rilevante, a questo proposito, la posizione francese).
Il ruolo della sinistra, in questo contesto, appare soprattutto quello di unire lotte apparentemente divergenti. La prospettiva strategica della sinistra è allora quella che porta a declinare il proprio giudizio sui conflitti in campo in base a un'opposizione nei confronti di quella che appare essere una strategia della tensione internazionale operata da una nuova destra. 
Usare l'ISIS come "ago della bilancia" dei conflitti per la rinegoziazione dei confini mediorientali (conflitto curdo, conflitto arabo-israeliano) appare infatti funzionale a mantenere alta la tensione interna in diversi paesi NATO (la Turchia potrebbe essere un esempio-ponte in tal senso dell'estensione dell'area di instabilità dal Vicino Oriente verso l'Europa, con l'eventuale coinvolgimento dei servizi segreti turchi almeno in quanto informati e non ostacolanti rispetto alle operazioni terroristiche in corso sul territorio turco ad opera dell'ISIS).
L'ISIS appare perciò come un avversario ambiguo a causa della distinzione tra piano nazionale e piano internazionale, e che perciò è necessario colpire senza però arrivare a distruggerlo. Da una parte, esplicitamente, esso serve a rappresentare un nemico utile a mantenere un controllo militare su un'area ad altissimo rilievo strategico e cioè serve soprattutto a mantenere ampio il mandato politico delle forze statunitensi in campo - ampio proprio perché privo di una visione di lungo periodo. Dall'altra, implicitamente, l'esistenza dell'ISIS serve a mantenere alto il livello di tensione interno ai paesi della NATO e alla Russia e quindi a regolare con le cattive l'ordine interno.
E' necessario perciò da parte della sinistra denunciare il senso profondo di questa strategia, che sembra propria di una cultura politica militarista ideologicamente affine a quella di un certo imperialismo naturalmente di destra.
Tracciare un solco tra i migranti e le popolazioni occidentali locali è in questo momento uno tra gli obiettivi principali di una nuova strategia di una destra non più esclusivamente conservatrice, ma, in senso tecnico, rivoluzionario-conservatrice e nazionalista. 
La riscoperta dei diritti sociali l'antica battaglia da opporre a questa deriva.

domenica 11 ottobre 2015

Medio Oriente. Un riepilogo per i distratti, e una chiave di lettura

La situazione politica in Medio Oriente è determinata dalla presenza di tre tipologie di attori. Da un lato ci sono gli attori che non hanno la possibilità di subire conseguenze dirette da ciò che accade in Medio Oriente, se non nel senso relativamente limitato della difesa di interessi nazionali di stampo post-coloniale o semi-coloniale. Si tratta di Francia, Italia, Regno Unito, Stati Uniti, e, parzialmente, Russia.
Poi ci sono due tipologie di attori molto più direttamente coinvolti: gli stati che portano avanti una politica di potenza regionale (Iran, Turchia, Arabia Saudita, Israele), e gli stati che promuovono una riscrittura dei confini su basi religiose (ISIS) o etniche (curdi).
Infine ci sono i non-stati: Libia, Siria, Iraq, i quali sono per definizione dei non-attori.
Ora, per quanto riguarda le forze in campo, la situazione è questa: la Turchia e gli Stati Uniti vogliono la deposizione di Assad in Siria, mentre la Russia vuole al contrario una sua difesa ad oltranza.
Inoltre tutti gli attori regionali si oppongono alla costituzione di uno stato curdo in territorio turco-siriano-iracheno-(iraniano), che sarebbe ben visto semmai soltanto da attori che hanno una posizione più di sinistra nazionalista, o più tradizionalmente filo-russa, o più idealizzante e cioè più lontana dai reali conflitti in campo (la prima tipologia di attori, ad esempio, e in linea di massima).
I paesi più esposti al terrorismo internazionale, che fa capo ormai per lo più all'ISIS, sono per forza di cose gli stati democratici (Turchia, Israele, in primo luogo) che sono territorialmente vicini ai luoghi di insediamento dell'ISIS, perché essi possono temere che dall'instabilità interna che segue al radicamento delle organizzazioni terroristiche derivi una volontà di espansione territoriale da parte dell'ISIS stesso, il quale non si pone confini geografici per la propria azione.
Ci sono pertanto diverse direttrici di azione e di conflittualità. Da un lato la Russia difende i curdi e gli alawiti (Assad) in funzione anti-ISIS, in questo modo inimicandosi la Turchia, che ha dietro di sé gli Stati Uniti. La Turchia inoltre è geograficamente l'ostacolo per l'espansione russa verso il mare siriano, ed è perciò più o meno da sempre o comunque da almeno centocinquanta anni un nemico strategico di primo piano per la Russia.
Poi c'è la rivalità tra Iran e Arabia Saudita, sull'asse dell'opposizione sciiti-sunniti. L'Iran sostiene Hamas ed Hezbollah in chiave anti-Assad e anti-Israele, mentre l'Arabia Saudita, per l'opposizione nei confronti dell'Iran, ha una posizione opposta nei confronti di questi movimenti, nonostante la pregiudiziale antisraeliana di fondo.
La domanda ora è la seguente: qual è la questione di fondo? Le questioni di fondo sono due, e sono due questioni, come si suol dire, nazionali.
Da un certo punto di vista, la questione di fondo è quella israelo-palestinese, e da un altro punto di vista è quella curda.
L'ISIS, cioè, è un fantoccio sovra-nazionale nelle mani di attori che perseguono obiettivi nazionali.
Se il conflitto principale diventa quello israelo-palestinese, l'Iran si allontana dagli Stati Uniti per una divergenza ideologica di fondo. Se il conflitto principale diventa quello curdo, invece, gli iraniani potrebbero avvicinarsi ad una posizione statunitense e "occidentale" in chiave anti-turca e anti-sunnita (i sunniti sono i veri rivali dei curdi, o meglio lo sono di più di quanto non siano coinvolti mediamente gli sciiti).
La questione Stati Uniti-Iran è una questione chiave, perché questi due paesi, rispetto a tutti gli altri, hanno in realtà meno conflitti tra di loro di quanto accada mediamente alle altre coppie di paesi coinvolti e quindi sono gli unici in grado di mettere in campo una strategia comune relativamente scevra da tatticismi. La rivalità iraniano-statunitense nasceva infatti da questioni che ormai sono relativamente obsolete: l'appiattimento degli Stati Uniti su una posizione filo-israliana e anti-palestinese, e la vicinanza storica tra Iran e Unione Sovietica. Storie vecchie.
Oggi come oggi un eventuale asse Stati Uniti-Iran è probabilmente l'unico in grado di produrre una sinergia internazionale attorno all'ordine mediorientale.