giovedì 23 ottobre 2014

Utopie di una palingenesi democratica

Il Presidente della Repubblica parla come un libro stampato, con il suo monito di oggi come del resto come con i mille precedenti. Eppure, nonostante i suoi limiti, egli è ancora oggi la figura pubblica più autorevole, in Italia.
Dov'è davvero il potere, oggi, in Italia? C'è bisogno, si dice, di una urgente riforma costituzionale. La realtà è che ci troviamo in una crisi strutturale, e che ci sarebbe bisogno piuttosto di un pacchetto di riforme che includa quella costituzionale ma che sia anche, come si sarebbe detto un tempo, costituito da riforme della struttura economica. Si assiste a una vera e propria crisi della democrazia in cui le sirene della democrazia diretta, brandite da Grillo e dai suoi, risultano appetibili per un 'pubblico' politico sempre più vasto. Il tema forte di analisi è quello che si interroga sulla necessità o meno di un ceto politico professionalizzato in un'epoca come la presente.
In un certo senso, si direbbe, quella necessità è infatti svanita. Questo tipo di riflessione ha un senso, anche se genera il mostro della paura in una borghesia abituata ai complessi proceduralismi delle democrazie moderne per come le abbiamo sempre intese, i quali sembrano richiedere un'expertise specifica. Ma il tema vero non è quello della complessità delle procedure che presiedono alla mediazione politica, ma quello della mancanza di un pensiero politico di fondo nelle scelte a cui assistiamo più o meno quotidianamente.
Il punto, in sostanza, è che, secondo i sostenitori della democrazia diretta, noi viviamo in un'epoca di gestione del presente. La realtà è che è proprio in base a questa considerazione che essi sostengono l'inutilità di una visione di fondo, se non nella variazione para-letteraria data dalla dimensione tecnologico-utopistica cui essi in ultima analisi si ispirano.
Tuttavia l'ipotesi 'gestionale' mal si concilia con il quadro geopolitico. E' esattamente questo il punto di fondo. Il fatto, cioè, è che in un'epoca di espansione impressionante dei mercati emergenti, ci troviamo davanti a una zona, quella europea, contrassegnata da bassa o nulla crescita e da inizio di deflazione. Questa situazione segnala una situazione di declino cui bisogna reagire. E la forma di questa reazione mal si concilia con un basso livello di professionismo politico nell'élite dirigente, poiché si tratta senza dubbio di una esigenza di rigenerazione morale, di una visione da lontano della grandezza, una proprietà tipica del ceto politico.
Va in scena, pertanto, la lotta tra due contrapposte utopie. L'utopia di una palingenesi dell'umanità more tecnologico e quella di una palingenesi more politico. In mezzo a queste due utopie, in un paese come l'Italia, il lento crollo del sistema politico e la sua riduzione a una libera associazione di oligarchie costruite dal sincretismo sempre più evidente tra sistema finanziario e sistema mediatico.

martedì 7 ottobre 2014

Democrazia e cartellonistica

Un mio vecchio post dedicato al mitico Giovanni Floris, ripescato dai miei confusi archivi




Come i più annoiati e disillusi consumatori di politica-spettacolo avranno già prontamente osservato, poche cose sono così scarsamente informative e così sistematicamente confusionarie quanto i cartelli che vengono mostrati a Ballarò dal conduttore Giovanni Floris a segnalare, di volta in volta, la proposizione da parte di quest'ultimo di un nuovo argomento di conversazione da somministrare ai malcapitati ospiti. Innanzitutto, il loro carattere evidentemente raccogliticcio consegna al subconscio dello spettatore il fondato sospetto che si tratti di qualcosa di imposto dalle vertigini di un immaginario luogo di potere mediatico fino alla cabina dell'inerme regista che avrebbe poi l'obbligo di mandarlo disciplinatamente in onda. Il colore eccessivamente acceso che fa da sfondo alle scritte attrae poi l'attenzione più del contenuto delle stesse, per il quale viene usato un font di una tale rara tristezza che qualunque amministratore delegato ne riserverebbe l'uso unicamente a momenti particolarmente drammatici, come per una comunicazione aziendale di avvenuta cessione delle attività. Ma a farla da padrone è l'assoluta incoerenza sintattico-semantica del contenuto dei cartelli, solitamente suddiviso in tre o quattro tranche di testi scarsamente conciliabili fra di loro. Non sarebbe improbabile, dunque, trovarvi quanto segue:

IMU, abolizione entro Dicembre 2013-2014 da approvare nel Consiglio dei Ministri, che faranno essi stessi domani.

TARES, abbiamo noi deciso tutti insieme di introdurla dal 2015 ammesso che Forza Italia, i paninari e Forza Maggiore ci diano una mano, ma in ogni caso costerà 2.4 euro al bimestre per ogni italiano che non risieda in Germania o in Austria o 2.5 euro per ogni tedesco che non abbia risieduto in Italia o in Austria negli ultimi due anni.

"Le tasse vanno pagate", sostiene il "PD". Il Partito Democratico è un'associazione di persone libere. La libertà è il contrario della necessità (secondo "Kant"). La necessità è di pagare le tasse, sostiene Papa Bergoglio in un'intervista ancora da pubblicare in un giornale ancora da fondare. Il cerchio si chiude, sostiene il "quadrato".

Saccomanni va in ferie prima, quest'anno, e si ferma in Autogrill a far fare la pipì ai suoi bambini. PIL +2.5% su base tendenziale trimestrale occipitale.

Ciascuno dei pensieri raccolti nei cartelli non soltanto sembra scritto da una persona diversa, ma anche, se possibile in maniera più inquietante, da una sola persona in vari momenti diversi della propria vita o quanto meno della propria giornata. Chissà che cosa avrebbero voluto dirci, se potessero, i cartelli di Giovanni Floris, quanti segreti nascondono che non saremo mai in grado di disvelare.
C'è da notare, infine, che l'esposizione dei cartelli durante la trasmissione non ha per lo più niente a che vedere con la conversazione che accade in trasmissione in seguito all'esposizione dei cartelli stessi. Questi ultimi vengono letti troppo velocemente perché se ne riesca a metabolizzare l'enigmatico significato, e hanno per altro un contenuto internamente troppo eterogeneo perché l'interlocutore riesca a trarne un qualche spunto senza essere imbrigliato nell'enorme mole di messaggi subliminali che da essi selvaggiamente erutta. 

venerdì 3 ottobre 2014

Correva l'anno

Come volevasi dimostrare la leadership personale di Renzi sta indebolendo enormemente il suo stesso partito (-400000 iscritti) anche se sta rafforzando la propria posizione. Dal punto di vista dell'equilibrio del sistema politico, perciò, siamo in piena onda di dissoluzione poiché anche l'ultimo dei partiti organizzati va nella direzione della smobilitazione di massa.
Ma questo punto di vista da me citato ormai non esiste affatto, o quanto meno non tra gli attori politici. Le tracce della sinistra istituzionale e migliorista italiana sono ampiamente evanescenti. Nessuno, perciò, si occupa della tenuta del sistema, ma tutti si occupano esclusivamente di posizioni personali o, nel breve periodo, partitiche (visto che i partiti sono tutti partiti personali a vocazione carismatica, con la parziale eccezione di compagini relativamente piccole come la Lega e, se esiste ancora, SEL). 
In questo contesto è facile, anzi facilissimo prevedere scossoni, ed è facile vedere che il Partito di Renzi, come lo definisce Ilvo Diamanti, è un partito che sempre più ha una testa molto grande ma delle gambe sempre più deboli su cui camminare. E' prima di tutto la credibilità di Renzi nel concerto europeo ad esserne minata, anche se in Europa possono tranquillamente notare che il Partito Democratico è ancora l'ultima imitazione di partito vero di governo che esista in Italia. Non avrebbe senso, perciò, indebolirlo ulteriormente, ma semplicemente ci si limiterà a dettare il compito all'Italia dall'estero, come già il duo Merkel-Juncker fa da tempo, nel contesto generale di uno scarso peso del Partito Socialista Europeo rispetto all'ala più conservatrice della politica europea.
Il problema ulteriore che emergerà sempre di più e che in Europa percepiscono largamente è che il doppio binario di legittimità posseduto dal premier (primarie più elezioni europee) non è sufficiente perché il mandato di Renzi non è stato sancito da una tornata elettorale di tipo politico. E useranno quest'arma sempre di più, forse per spingerci all'agognata riforma istituzionale che per altro non avremo finché avremo compagini politiche così disorganizzate. 
Due possibilità: il modello bipartitico americano, assolutamente non radicato nella storia del paese, se non nei suoi venticinque anni di declino e un sistema per così dire neo-proporzionale. Questa scelta è prioritaria persino rispetto alla scelta dei modelli istituzionali di riferimento: parlamentarismo o presidenzialismo. E' prioritaria, almeno, per la sopravvivenza di un movimento riformista nel paese.
Prima di una vera riforma del sistema politico, insomma, non si andrà da nessuna parte, se non semmai a sbattere. 
Correva l'anno 2014, settimo dallo scoppio della crisi finanziaria.

sabato 27 settembre 2014

Articolo 18

Abolire l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori sarebbe un'operazione ideologica, secondo alcuni. Ma battersi per mantenerlo lo sarebbe altrettanto, secondo altri. Forse le ideologie non sono poi così morte, come pure molti ci continuano a spiegare da venticinque anni.
Esistono due filosofie per il mercato del lavoro, una secondo la quale il posto di lavoro è da difendere come punto di partenza per una contrattazione, e l'altra secondo la quale è piuttosto la mobilità stessa del lavoro che deve essere difesa da un sistema di norme. E una di queste due filosofie è sbagliata. E' sbagliata perché non corrisponde alla natura della nostra società semi-avanzata ma anche semi-feudale, nella quale la ruvidezza dei conflitti sociali attualmente presenti è soltanto mascherata dall'apparente struttura neo-corporativa della gran parte dei legami economici.
La borghesia di cui il capo del governo è un tipico esponente ha una scarsa propensione a riconoscere le sconcertanti asimmetrie che esistono nella nostra società propro in quanto è una società relativamente avanzata. Ovunque il germe della ricattabilità consegna le relazioni sociali all'abbrutimento, al livore, e alla paura. Nei call center, i lavoratori sono spesso considerate poco più che bestie da soma. I braccianti, molto spesso, lo sono altrettanto. Ma sono esempi estremi di una condizione più diffusa.
Se non ci fosse una protezione per i più deboli a far astenere i più forti dal desiderio di usare tutto il proprio potere per usare sorde minacce nei confronti di chi ha una posizione più debole della propria, o per passare ai fatti in preda a un momento di emotività, tutto questo allora sarebbe semplicemente peggiore di come già è, in termini di qualità delle relazioni umane. L'asimmetria di potere tra chi ha denaro e chi dall'altra parte ha solo le proprie braccia è pressoché inimmaginabile, a meno di non descriverla con cura fino a farla affiorare lentamente alla coscienza. La possibilità, per uno, di chiedere aiuto a persone molto potenti per ottenere ogni genere di vantaggio e molto spesso l'impossibilità per l'altro di fare altrettanto. La possibilità, per l'uno, di stare mesi, o più spesso molti anni, senza lavorare, e l'impossibilità per l'altro di farlo. La possibilità, per l'uno, di scegliere una dimora stabile e confortevole e l'impossibilità per l'altro di farlo. Che tutto questo venga dimenticato è molto più bestiale di quanto spesso non si recepisca.
 Gli imprenditori non citano solitamente l'articolo 18 come motivo di polemica politica. Gli operai tendono ormai spesso a non vedere le ragioni per difenderlo oltre un certo limite. 
Ecco perché esiste l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. E' soltanto un freno per cose più degne delle bestie che degli uomini. Toglierlo, o conservarlo, è effettivamente un'operazione ideologica. Niente di male, dunque, soprattutto se si è in grado di riconoscere da che parte stare.

venerdì 22 agosto 2014

I ridicoli

Al quarto trimestre consecutivo di recessione iniziammo a mangiare soltanto grissini. Chiedemmo alle piccole imprese un piccolo fondo per aiutarci con un piccolo contributo. Eravamo alla fame, ma pieni di idee, pieni di ricette in testa, ma con sempre meno ingredienti. Le piccole imprese, perciò, non ce la facevano più a sostenerci, e allora mobilitarono le grandi. Partì un grandissimo movimento di mobilitazione in tutto il paese per salvare i cittadini-parlamentari dai morsi della fame.
Ma su parere unanime dell'associazione nazionale dei gastroenterologi, dovemmo reintrodurre il finanziamento pubblico della politica. Era il quinto trimestre di recessione, allora.
La domanda che vi state facendo è se le piccole imprese fallirono per aver fornito dei pasti ai cittadini-parlamentari. La risposta è no. Però tornarono tutte a studiare intensamente Aristotele e Alice in Wonderland alla ricerca di una migliore definizione del rapporto tra causa ed effetto. E così Confindustria svaligiò i magazzini della Einaudi.





venerdì 4 luglio 2014

A Matteo. Sulla concertazione, con amore.

Quando i problemi in campo sono troppo complessi è inutile diminuire le occasioni di dialogo.
In un paese che tende naturalmente al dialogo, il risultato del diminuire le occasioni di dialogo è la creazione di dialoghi dai quali la persona che vuole diminuire le occasioni di dialogo resta esclusa. Qua non ci sono "aggiustamenti" da fare. "Decisioni". Qua bisogna fare delle analisi, o per meglio dire riconoscere l'esistenza di centri di analisi che hanno una rappresentatività sociale e che hanno la capacità di costruire alleanze politiche di fatto anche se non hanno, formalmente, ruoli politici.

(1) Bisogna diminuire i centri della spesa pubblica ma non bisogna cancellare del tutto le autonomie come fattore propulsivo del sistema istituzionale italiano.
(2) Bisogna diminuire le ore di lavoro settimanali ma non bisogna abbassare i salari medi o comunque il rapporto tra salari e profitti.
(3) Bisogna diminuire i costi della politica ma bisogna aumentare la qualità della politica.
(4) Bisogna mettere in moto processi di riforma di lungo periodo senza perdere il controllo dei processi sociali e delle dinamiche elettorali.
(5) Bisogna probabilmente diminuire il numero e il peso delle elezioni senza perdere troppo in termini di democraticità.
(6) Bisogna integrare il sistema politico italiano nel sistema politico europeo senza perdere le specificità storico-istituzionali italiane nei loro fattori socialmente propulsivi.
(7) Bisogna puntare sulle eccellenze italiane ma contemporaneamente normalizzare alcuni rilevantissimi fattori infrastrutturali e burocratico-giuridici per aprire il paese a investimenti stranieri.

Praticamente tutti i soggetti sociali che hanno una politicità sono potenzialmente ostili a ciascuno di questi obiettivi, tranne (idealmente) i partiti politici. Nessuno di questi obiettivi individua soggetti emergenti. Ognuno di questi obiettivi individua linee di frizione che mettono in crisi i soggetti sociali esistenti.
Ma proprio per questo è inutile non riconoscere la politicità di quei soggetti sociali. Il problema è elevare il livello del dibattito a un punto in cui nessuno si possa sottrarre. A questo serve la politica, in un'epoca di riforme. E' inutile annunciare riforme annunciando contemporaneamente di non voler dialogare con nessuno. Anzi è negativo, o per meglio dire è funzionale alla propria leadership personale ma è anche funzionale alla distruzione del proprio partito politico, perché elimina le ragioni per partecipare all'attività politica del proprio partito, isolandolo nei suoi rapporti con la società. Produce l'eterodirezione politica delle decisioni. La realtà è che ognuno ha una sua analisi, ma sono analisi diverse. Chi si esclude dal dialogo produce molto semplicemente l'accordo tra tutti gli altri e quindi l'eterodirezione politica. Non c'è bisogno di aver studiato la teoria dei giochi, basta telefonare a qualche politico di vecchia scuola e regalargli venti minuti del proprio prezioso tempo.

Osservazioni sulla pressoché totale insensatezza del dibattito politico italiano (1992-2014)

La mobilità sociale totale è già di per sé probabilmente una chimera in una società che si regga su un solido welfare state. Ma lo è ancora di più in un paese dove buona parte delle forze economiche e culturali sono élites cooptate o ereditarie, in maniera non molto diversa da quanto accadeva nella maggior parte dell'Europa durante il feudalesimo.
Il problema è piuttosto il funzionamento oliato di meccanismi politico-economici. E' ragionevole che, in un sistema strutturalmente conservatore per ragioni di equilibri internazionali e di struttura economica, il sistema politico sia il principale motore diretto o indiretto di una (relativa) mobilità sociale. Ora un sistema basato sulla generalizzazione di primarie per cariche più o meno elettive è esattamente il contrario di tutto quello di cui c'è bisogno.
In Italia ci sono problemi di istituzionalizzazione o di reistituzionalizzazione. Ci sono cioè problemi di portata costituente. E' ragionevole l'ipotesi di istituzionalizzare un certo limitato numero di partiti, perché il tutto rientra nella stessa logica di istituzionalizzare i distretti produttivi o istituzionalizzare le diverse forme della religiosità creando un centro di comando a Roma cosa che è stata già fatta alcuni secoli fa. Vi è, cioè un elemento monumentale nella cultura politica italiana profonda. Un elemento di stasi, di pace olimpica, di concentrazione delle differenze. La liquefazione dei partiti non cambia la struttura politica del paese: la maschera. La cancellazione di classi dirigenti politiche non cancella le altre classi dirigenti: le lascia, semplicemente, sole. 
Si può ragionare su se il sistema dei partiti debba essere un sistema basato su diverse  idee di organizzazione politica, o su diverse antropologie politiche, o su un collegamento per quanto relativamente estrinseco con il sistema politico europeo, o su altri fattori o su un misto di questi fattori.
Il problema è un altro. Bisogna capire, cioè, che il problema del sistema politico italiano non è semplicemente un problema di governance o di rappresentatività o di equilibratura tra quei due fattori. Il sistema politico italiano deve essere inteso come il riconoscimento della necessità di un piano di mediazione tra élites ed eccellenze a vocazione internazionale che esistono in Italia indipendentemente dall'assetto della governance politico-istituzionale e persino dal fatto che questa governance sia apparentemente tenuta in mani italiane o straniere. Il sistema politico italiano, cioè, è un problema di mobilità sociale più che di scienza politica.
Ora non c'è nulla di più sbagliato di organizzare un sistema politico, in queste condizioni, basandosi su un'analisi che prenda come obiettivo la prevedibilità delle tornate elettorali. Siamo già in una condizione di sostanziale eterodirezione della direzione politica, ma siamo stati ben spesso in una condizione di eterodirezione negli ultimi cinquecento anni il che dovrebbe quanto meno lasciare sereni.
Il problema è completamente diverso. Siamo di fronte al fatto che esistono oligarchie tendenzialmente reazionarie, in Italia, le quali sono sempre state più o meno stabilmente in condizione di indirizzare eventuali nuove forze politiche che dovessero sorgere verso il confezionamento di una identità politica funzionale agli obiettivi del capitale. Questo fatto dovrebbe far comprendere in maniera definitiva che la "gloriosa battaglia" è effettivamente quella della costruzione di un sistema politico istituzionalizzato. Il problema non è quello di permettere alle novità che non sappiamo quali saranno di emergere (esse, infatti, effettivamente emergeranno), ma quello di dotarsi di strumenti che abbiano come finalità la promozione di processi politici innovativi qualsivoglia. La situazione, infatti, è semplicemente una situazione di stagnazione. La forza delle oligarchie è troppo superiore al capitale politico in campo. Il problema è accumulare capitale politico, accumulare credibilità, accumulare autorevolezza politica. Non è possibile semplicemente "registrare" una situazione politica di immobilità, perché questo costituisce la rovina del paese.
Questa operazione è un'operazione istituzionale e politica. E', cioè, un'operazione direi quasi esclusivamente culturale. Tutto questo è prioritario rispetto anche al dibattito tra presidenzialismo e parlamentarismo.
Da una parte c'è l'esigenza di ristrutturazione e snellimento dello Stato, e dall'altra quella di una definitiva separazione tra istituzioni di governo e istituzioni culturali (i partiti). Ora questo doppio processo è un processo di frizione all'interno delle forze sociali a tradizione socialista o popolare. Il problema politico, perciò, è quello di porre obiettivi sufficientemente alti da permettere a questi due processi di andare insieme. Non si tratta di dare cinquanta euro a qualcuno e ottanta euro a qualcun altro, il problema è piuttosto che una buona parte di quelli che devono accettare il fatto che ci deve essere uno snellimento radicale dello stato sono gli stessi che - se solo venisse loro spiegato - sarebbero favorevoli a un processo costituente guidato dalle forze della sinistra o dalle forze popolari. Ma se non si mette questo spezzone abbastanza ampio della società (e soprattutto abbastanza ampio della base sociale della sinistra) in condizione di capire che esiste un processo di lungo termine in atto, esso finirà semplicemente per essere riottoso rispetto allo snellimento dello stato, che pure è totalmente necessario.
La destrutturazione del Partito Democratico ad opera del Partito Democratico stesso sarebbe la distruzione dell'ultimo partito di grandi dimensioni in campo. E' probabile che questo non determinerà conseguenze disastrose in termini di governo, e di governabilità, ma determinerà - questo si - conseguenze disastrose in termini di mobilità sociale. Non siamo di fronte a una società liquida, siamo di fronte a una società ossificata in incrostazioni che finiranno per incancrenirsi sempre di più perché si instaurano su una base di ricchezza reale solida che tende a proteggere se stessa e che è in condizioni di farlo ancora per diversi decenni, probabilmente. Si è di fronte, cioè, semplicemente all'inaridimento e al prosciugamento di capitale politico, uno spettacolo assolutamente funzionale agli obiettivi del capitale.
Il problema non è prevedere come andranno le elezioni. Il problema è fare riforme. Ma per fare riforme bisogna riformare innanzitutto la cultura, il che, nelle condizioni date, vuol dire introdurre la cultura in un contesto di pressoché totale inaridimento culturale, o per meglio dire di totale separazione tra il dibattito culturale e il dibattito pubblico. E' possibile che la figura intellettuale del decennio sarà quella del missionario. Non sarebbe la prima volta, nella storia, che ciò accade. 


















sabato 21 giugno 2014

Ancora sulla Camusso. Attualità del pensiero politico di Gramsci

La mentalità politica di Gramsci è attuale secondo un doppio binario di analisi: centralità della distinzione tra nazionale e internazionale e consapevolezza che la struttura politica della sinistra italiana è il frutto di un'analisi abbastanza specifica dell'interrelazione tra il quadro istituzionale e il quadro politico-sociale. La struttura della sinistra, cioè, è il portato reale di un'analisi storica, ed è pertanto una vicenda intellettuale che si fa lentamente partito, o è una vicenda popolare che si fa lentamente organizzazione.
Questi dati di fondo della vicenda intellettuale gramsciana non appaiono fondamentalmente passati o defunti. La ragione è nel carattere tuttora specificamente cosmopolita del capitalismo italiano e in quello delle strutture istituzionali italiane in quanto aggregazione successiva di vicende da un lato locali e, per altri aspetti più propriamente culturali, mondiali. Oggi entrambi questi aspetti sono messi in questione ma non è certo che siano stati superati. Permangono, infatti, in forma nuova, elementi di peculiarità italiana nel quadro europeo, almeno nella forma di una poliedricità istituzionale pressoché spontanea e ingestibile, che comunque sembra di poter rimandare abbastanza istintivamente ai principali punti di analisi gramsciana sebbene adattati alle particolari condizioni storiche determinate per molti aspetti principalmente dalla violentissima e lunghissima crisi economica in atto.
E' ragionevole pensare, perciò, che l'analisi gramsciana possa servire ancora per riflettere sulla forma-partito (della sinistra) in Italia, in quanto essa risulta capace di identificare alcuni degli elementi che rendono l'assetto del sistema politico italiano paradigmatico della condizione di "crisi" permanente dell'equilibrio europeo.
Non mi pare possa esistere alcun dubbio sul fatto che il problema politico che ci troviamo di fronte è quello di un'analisi della dinamica politico-istituzionale europea. E' naturale, cioè, concepire l'unità europea come un esito inevitabile, e non perché essa non sia nei fatti evitabile, ma perché immaginarla come evitabile non permette di mettere a fuoco i problemi reali. Il punto, cioè, è quello di immaginare l'attività di direzione di un processo inevitabile, almeno se si deve ritenere che nella società possano esserci soggettività politiche alternative alla forza del capitale stesso. Il punto non è raggiungere la Mecca di un materialismo o di un funzionalismo deterministici, ma semmai quello di raggiungere una relativa chiarezza data da un livello di approfondimento politico intonato con il tipo di funzione storica che si vuole incarnare.
E' naturale, cioè, immaginare che una classe dirigente oggi più che mai non possa che avere una dimensione europea, anche perché in caso contrario non si vede cosa ci sia da dirigere. 
Come è anche naturale immaginare che il processo di integrazione europea continui a vivere in un conflitto pressoché permanente tra democrazia e progresso. 
E' difficile concepire questo processo, che pur supponiamo in qualche modo inevitabile, a partire da una rappresentazione realistica dei suoi "esiti". Il problema è un altro, ed è quello di determinare alcuni paletti per la dinamica politica in corso, "argini" agli aspetti rovinosi della crisi in atto, almeno se si vuole interpretare la funzione di una soggettività politica allo stesso tempo "rivoluzionaria" negli ideali e "conservatrice" nell'adesione a un pragmatismo politico di fondo nelle scelte reali. 
Il problema non è quello di uno scontro tra "toni" di pessimismo e "toni" di ottimismo, ma quello dell'identificazione del livello al quale si intende agire. Un'analisi che appaia pessimistica non è che il contraltare ineliminabile del fatto che si ritiene ci sia una forza politica interamente conservatrice da "combattere" con le armi della lotta politica.
Ora il punto che mi pare centrale è quello di analizzare che cosa comporta la attuale mancanza di un "brand" politico della Sinistra che sia ovviamente identificabile come "il" brand politico della Sinistra.
La principale causa e la principale conseguenza di questa mancanza è, dal punto di vista di una sociologia degli intellettuali e di  una sociologia del lavoro, la dispersione delle principali energie intellettuali e vocazionali in un rivolo di comportamenti sociali che non convergono verso obiettivi comuni.
La mancanza di un brand politico unico della sinistra, cioè (vale a dire la mancanza di un Partito Unico della Sinistra), rende impossibile a chi ha molte risorse morali identificare facilmente il proprio interlocutore, e rende impossibile a chi ha molte risorse intellettuali identificare facilmente perché dovrebbe dedicare parte delle proprie energie a partecipare a un dibattito collettivo. La mancanza di un brand che abbia un decente livello di commerciabilità politica perciò è un danno abbastanza notevole per la Sinistra.
Il punto, perciò, è se la Sinistra sia stata o sia o voglia essere un soggetto politico. L'unica cosa che permette l'esistenza di un soggetto politico alternativo al capitale, infatti, è che esso si ponga l'obiettivo dell'innalzamento del livello del dibattito culturale e dell'innalzamento dello spazio dell'azione politica. Questa filosofia, o per meglio dire questa prassi, è il portato piuttosto di un'analisi storica che dell'identificazione di esiti "rivoluzionari" o fantasmagorici da perseguire.
Ora la questione pratica è che cosa fare nel momento in cui probabilmente un soggetto di questo genere non è esistito non per due o tre anni, ma per almeno una generazione se non due. E' evidente, cioè, che la dispersione di energie di cui sopra è stata immensa. Il problema, allora, è ancora quello di capire se era necessario o opportuno distruggere questo brand quando è stato distrutto. E' evidente, ora, che quel brand ("Partito Comunista Italiano") è stato distrutto, nella migliore delle ipotesi, per una determinata analisi della situazione internazionale e per un'analisi del rapporto tra l'evoluzione della crisi italiana e l'integrazione europea. Siamo, cioè, sempre allo stesso punto.
Siamo nel punto in cui democrazia e progresso si scontrano a causa dell'esistenza reale di un processo di integrazione europeo che mette in crisi radicale l'umanesimo in quando condanna la retorica politica a un ruolo relativamente subalterno rispetto alle competenze tecniche, in quanto l'agone politico diventa intrinsecamente multilingue.
Ma questo è, appunto, sempre lo stesso punto di venticinque anni fa, perché questo appariva anche venticinque anni fa. Ma ora siamo in una situazione molto più chiara, poiché è abbastanza evidente quello che è successo nel frattempo soprattutto a causa del mutato scenario internazionale soprattutto extra-europeo. C'è cioè un totale slittamento del comportamento delle classi dirigenti verso una dimensione di comportamento prevalentemente individualistica e di conseguenza un totale slittamento del comportamento della borghesia verso un opportunismo che, nella migliore delle ipotesi, guarda al medio termine per costruire alchimie elettoralistiche e costruisce soluzioni-tampone di stampo finanziario-monetario a problemi politico-sociali.
Ora, pertanto, si pongono due problemi. Da un lato, siamo di fronte a una situazione in cui non esiste un brand politico della Sinistra che sia credibile da diversi decenni per cui le persone tendono a non comprendere che cosa l'esistenza di un brand politico della Sinistra comporti in caso di sua presenza o in caso di sua assenza. Da un altro lato, la rivoluzione nei media dà l'illusione alquanto ingenua di cambiamenti epocali nella forma concreta delle soggettività politiche (oltre alla certezza ragionevole di cambiamenti tecnico-organizzativi pur notevoli e reali).
La questione, allora, è come gestire politicamente questi due processi sociali.
(1) Si può concepire un metodo per minimizzare gli effetti negativi della mancanza di un brand politico della Sinistra, magari usando i nuovi media e le loro supposte funzioni taumaturgiche? O non è meglio fare più semplicemente un brand politico della Sinistra il che evita il problema di dover minimizzare gli effetti negativi del non averlo?
(2) La crescente domanda di partecipazione dei cittadini dovrebbe avere come corrispettivo una crescente offerta di dialogo con i cittadini da parte di ceti dirigenti. L'ideologia delle primarie è una risposta svogliata a una domanda sociale, e tale risposta svogliata è risultata nei fatti più volte funzionale a finalità borghesi e subalterne alle ipotesi (totalmente credibili e totalmente credute e realizzate) di eterodirezione del partito. Il problema, naturalmente, è che è difficile smontare un'ideologia sbagliata una volta che la si è fatta solennemente propria. Soprattutto, non è sbagliato il metodo delle primarie, è sbagliata soltanto la sua ideologia il che è ancora più difficile da spiegare a chi abbia adottato quell'ideologia.
(3) Il punto, infine, è che non è possibile fare riforme senza classi dirigenti. Senza un innalzamento dello scontro politico, il che è esattamente il contrario della pacificazione al centro, non si realizza una dialettica che resista nel tempo alle infinite forme di eterodirezione che un lungo processo di riforme profonde richiede. La delegittimazione dei ceti intermedi, perciò, obbedisce unicamente all'obiettivo di distruggere le reali possibilità italiane di riforme economiche profonde e finisce per agganciare le residue prospettive di ripresa italiane a forme di elemosina europea il che non facilita, ma rende semplicemente più difficile il processo di integrazione europea perché lo rende un dialogo meramente economico-diplomatico privo di un autentico respiro culturale.
(4) E' essenziale, perciò, invertire totalmente il processo che il Partito Democratico rappresenta in maniera inequivocabile. E' evidente, cioè, che il Partito Democratico è una concezione secondo la quale la politica è semplicemente una forma di amministrazione. E' evidente nel suo ceto dirigente, è evidente nei suoi meccanismi democratici, è evidente nella sua cultura politica largamente prevalente, è evidente nel ruolo che il sistema dei media vuole far giocare a quel partito. Questa concezione è esattamente il contrario della concezione gramsciana, secondo la quale i livelli istituzionali interloquiscono con una soggettività politica che è totalmente extra-istituzionale e che conserva le principali funzioni di direzione politica.
(5) E' essenziale che una soggettività della Sinistra sia legata a un movimento internazionale e, poiché questo movimento sembra essere il movimento di integrazione europea, è essenziale che l'interlocuzione sia con il Partito Socialista Europeo, a causa del ruolo che il socialismo come forza politica largamente prevalente della sinistra ha in tutti i principali paesi europei esclusa l'Italia. E' possibile concepire una specificità del brand italiano rispetto al brand "Partito Socialista Europeo". Ma risulta molto più difficile concepire la mancanza totale di un qualunque brand politico italiano credibile della Sinistra che sia spiegabile in termini di selezione razionale di classi dirigenti per meriti intellettuali-vocazionali-morali.


























venerdì 13 giugno 2014

Il Partito Unico della Sinistra nel quadro politico internazionale.

Poche cose più di un blog sono più adatte a che il loro editor si produca nel seguente compito: fingersi Responsabili dell'Organizzazione di partiti che non esistono. Susanna Camusso propone un Partito Unico della Sinistra. A questa dichiarazione dal sapore fantapolitico è seguita un'ondata di scetticismo e poche timide aperture. Chi scrive non è sicuro di capire perché la soluzione proposta dalla Camusso sia impraticabile oggi.
Proviamo a vedere la cosa dal punto di vista dei probabili principali protagonisti. Civati non puo' lasciare il Partito Democratico perché in esso giace la sua base di consenso. Cuperlo non lo puo' lasciare in parte per lo stesso motivo e in parte perché in esso giace la sua possibilita' di condizionare il governo. Per SEL il problema è più semplice perché nessuno ha mai capito cosa ề SEL, se non per il fatto che ề un partito di sinistra. Si tratta di un partito che non ha legato se stesso e il proprio destino a una serie di cose tra l'altro spesso in contraddizione tra di loro come ha fatto il PD, cose quali la vocazione maggioritaria, un uso largo del metodo delle primarie eccetera. Questa scelta da parte di SEL si dimostra col passare del tempo lungimirante. Ora la vexata quaestio ề che cosa sia un partito, ma anche cose come l'interpretazione della situazione internazionale vengono alla luce abbastanza subito a un'analisi spassionata.
Bisogna considerare, tanto per cominciare da qualche parte, che il sistema democratico italiano appare ormai largamente esposto a pressioni interne e internazionali che fanno fortemente dubitare della sua capacità di produrre leadership democratiche. Cerchiamo innanzitutto di stabilire alcune proposizioni generali sulla natura del Partito Democratico nel sistema politico italiano e sulla situazione politica italiana nel contesto internazionale:
(1) Lo statuto del Partito Democratico non puo' in alcun modo ragionevole essere ritenuto un elemento fondativo di un partito politico serio, ma in ogni caso lo ề ancora meno a causa del fatto che la destra politica non ha adottato un metodo di selezione altrettanto democratica per le proprie classi dirigenti. Il punto, cioè, è che quello statuto va valutato come una iniziativa politica volta a scompaginare il campo avverso e a produrre una trasformazione del sistema politico italiano dall'interno. Va valutato, percio', non tanto come un documento politico fondativo ma come un fattore di disgregazione e riaggregazione politica e ognuno puo' giudicare se sia stata un'iniziativa complessivamente di successo. Oggi abbiamo una parcellizzazione della lotta politica a destra e una produzione pressoché bimestrale di nuovi partiti politici personali.
(2) Il Partito Democratico in quanto aggregazione di culture politiche eterogenee era volto non tanto alla creazione di classe dirigente quanto all'edificazione di un contenitore politico adatto o a un sistema che dal punto di vista elettorale era tendenzialmente maggioritario e dal punto di vista costituzionale era tendenzialmente presidenziale. Ora a parte il fatto che questa idea poteva da subito essere giudicata come culturalmente debole, restano le questioni di carattere pratico e cioè se questo "immediato" aggancio di una forma-partito a un determinato sottoinsieme di modelli costituzional-politici sia sensato in una lunga fase costituente quale quella che ci troviamo di fronte. Dal punto di vista della sua cultura di riferimento, ề ovvio che un partito di questo genere tenda a produrre leader-amministratori. Si tratta, cioè, di un oggetto politico costruito in base a una logica elettorale-presidenziale. Dal punto di vista culturale, ề e restera' sempre debole. Ora chi scrive trova del tutto ragionevole avere un partito di governo fatto di leader-amministratori che non abbiano nulla da dire sulle nuove soggettivita' in campo e che non abbia la pretesa di decidere chi deve scrivere i prossimi due o tre documenti costituzionali da vagliare in sede italiana o europea. L'importante è che lo si sappia, e che si ribadisca ogni tanto che l'amministrazione ề cosa parzialmente ma sostanzialmente diversa dal sapere politico.
(3) La volatilita' delle appartenenze politiche in Italia e l'esposizione oggettiva italiana ai diktat nordici o provenienti dalle strutture tecnocratiche europee fanno ritenere che il proposito di avere un partito di governo con caratteristiche di flessibilita' tali da restare qualunque cosa accada intorno al 35-40% sia piu' una garanzia per chi intende porlo sotto pressione dall'esterno che  per chi voglia militare in esso. In mancanza di un forte partito di destra, da un lato non si puo' dire che il proposito della Seconda Repubblica (quello di fornire un'alternanza al governo) si sia del tutto realizzato nei fatti e dall'altro non si puo' dire che questo problema sia ormai il primo problema all'ordine del giorno dal punto di vista dell'organizzazione costituzionale e politica, come pure si poteva più credibilmente pensare in passato.
La creazione di classe dirigente di qualità e la fattibilita' delle riforme (cioè il legame reale tra elaborazione politica dei partiti e formazione del consenso nei meccanismi interni alla società civile) sembrano due problemi oggi come oggi molto piu' importanti.
(4) Il quadro internazionale, e in particolare europeo, va già probabilmente interpretato come orientato da una dinamica necessaria verso la progressiva messa in comune di sempre maggiori responsabilità politiche al livello dell'Unione Europea a fronte di una realta' di crisi successive forse anche gravi. Da questo punto di vista, il problema della formazione di aggregatori politici che siano in grado di creare classe dirigente e di rendere fattibili processi di riforma radicale deve ormai essere pensato con un ragionevole livello di separazione dal problema di mantenere un sistema elettoralmente prevedibile nel rapporto tra offerta politica e domanda politica. Il punto, cioè, è che da un lato le elezioni sono comunque sempre meno prevedibili a causa della scarsa credibilità non delle élites politiche, ma di tutte le élites, e dall'altro l'unico modo in cui le élites possono riguadagnare credibilita' è proprio attraverso l'interazione con élites politiche più credibili di quelle attuali. E' ragionevole, percio', che i poteri economici si orientino principalmente all'obiettivo di medio termine costituito dal condizionare la formazione dei governi ma la costruzione di una sinistra di alternativa non puo' che orientarsi più che mai a opzioni di carattere valoriale e intellettuale. Una "divisione" del lavoro di questo genere tra forze della sinistra e forze della destra è quella a cui stiamo già assistendo.
L'idea di una sinistra unitaria è o comunque puo' essere legata appunto a un'analisi di questo genere. Si tratta naturalmente di un'analisi che ha il difetto politicamente per nulla banale dell'astrattezza e dell'intellettualismo. Il punto, pero', è se non sia il caso di inventare qualcosa di relativamente nuovo anche in politica. Se questo fosse vero, cio' richiederebbe un certo sforzo di fantasia indipendentemente dal fatto che in un'epoca di ostentato efficientismo esso potrebbe persino non risultare immediatamente molto popolare. Le reazioni alle dichiarazioni della Camusso lo insegnano.






lunedì 24 marzo 2014

Letteratura e fantasia. Ancora sul caso Napoli

Che ne parlamm a ffà

"Che ne parlamm a ffà?" ("che ne parliamo a fare?"), come moltissime espressioni dialettali di simile concezione, di simile rapporto con le proposizioni del senso comune, può essere detta sia in maniera letterale che in maniera allegorica, o per meglio dire con l'intento di fornire una rappresentazione di una scena astratta che è in mente sia al locutore che a chi ascolta. 
E', come in molti usi dialettali, ancora una volta un'allusione a scene che entrambi i parlanti conoscono ma anche al fatto che se entrambi conoscessero determinate scene questo creerebbe già di per sé un legame fra di loro, e che ciò può essere effettivamente o può al contrario non essere senza che questo punto faccia una reale differenza. L'espressione può allora significare: "Ho fatto questa cosa in una maniera che già immagini", ma anche: "Facciamo finta che ho fatto questa cosa in una maniera che già immagini", ma anche "facciamo finta che facciamo finta che ecc.". Non c'è limite al potere di alludere, che termina con il puro suono. Alla fine "Che ne parlamm a ffà" diventa il nome di qualcuno, se l'espressione viene ripetuta con il tono giusto o viene utilizzata in risposta con una particolare prontezza. Alla fine del gioco si starà chiamando una persona "Che ne parlamm a ffà", invece di "Gioacchino". Quasi a ribadire come il più astratto sistema di allusioni in assoluto sia il semplice nome proprio, in quanto fonte dell'identità personale e pubblica e quindi di qualunque proposizione in senso filosofico forte, congiunzione di copula e soggetto. 
L'elemento recitativo aumenta con l'astrattezza, ma un elemento recitativo minimale è sempre presente, comunque, in quanto potenzialità oppure in quanto conseguenza della scelta di utilizzare il dialetto in un contesto di bilinguismo nel quale il dialetto finisce per assumere su di sé, proprio in contrasto con la lingua 'ufficiale', tutto il portato della ritualità. Il punto è che l'affermazione "Che ne parlamm a ffà" non equivale del tutto a quello che potresti facilmente ascoltare a Milano, vale a dire il simillimo "Che ne parliamo a fare?". E ciò in qualche modo solo perché l'espressione è dialettale e soprattutto laddove c'è stata da parte di qualcuno la scelta di utilizzare il dialetto quando si avrebbe avuta pure la competenza per usare la lingua ufficiale.
Nell'espressione dialettale la potenzialità allegorica è già da sempre collegata all'estremo semiologico rappresentato dall'espressione di un puro suono come tale, in una scala di toni che va dal tono personale o al più politico dell'allusività, al tono puramente recitativo del teatro.

Foss o' Dio

"Foss o' Dio" è un'espressione dalla violenza semiologica incredibile. Chi dice "foss o' Dio" allude a un'emotività completamente indefinita e tesissima oppure, in maniera solo apparentemene del tutto opposta, allude agli estremi problemi della conoscenza, e in un certo senso non fa sapere a cosa allude di preciso, a quale di questi due itinerari stia prendendo in considerazione.
Ancora una volta è la forza dell'elemento recitativo che conta. Se l'elemento recitativo è notevole, allora chi proferisce l'espressione vuole dire solo che egli allude al piano a cui l'altro non sta alludendo. Se l'uno allude alla cognizione, l'altro allude all'emozione. E viceversa.
Traduzione da vocabolario dell'espressione: "Se Dio esistesse". Ma Dio esiste. O al massimo non esiste. La traduzione giornalistica e forse anche letteraria, allora, sarebbe "magari". Ma non è una traduzione esaustiva né ne potrebbe esistere una. "Questa cosa si fa così, così, e cosà, e il meccanismo con cui funziona è questo, questo e quello". "Foss o'Dio", in risposta, muta il discorso, lo sposta sul piano diverso. Chi stava parlando, stava illustrando qualcosa che richiedeva concentrazione per essere capito (qualcosa di complesso dal punto di vista cognitivo), ma la risposta allude al fatto che chi ascolta non crede a quello che sente, o che non è in grado di capire il meccanismo che gli viene spiegato e che questo lo rammarica. 
"Sei stato un verme!" "Foss o' Dio". Il primo locutore vuole colpevolizzare il secondo, ma il secondo lo invita a riflettere, e a spostare così la discussione su un piano cognitivo di maggiore intensità, diminuendo il portato emotivo della discussione. Tutto questo potere di alterazione dell'immaginario dipende dalla presenza del nome "Dio" in essa e dall'allusione ai principali problemi teologici. L'espressione allude infatti in maniera strutturale alla profonda connessione teologica connaturata al rapporto tra conoscenza e amore, verità e sentimento. La forza recitativa con la quale essa può essere proferita in quanto espressione dialettale, in questo caso, approfondirebbe questo rapporto strutturale, allontanando l'espressione dalla condizione semantica di un puro intercalare, e trasformandola in un'espressione dal potere di alterazione dell'immaginario piuttosto notevole.





giovedì 30 gennaio 2014

De "Gli sdraiati"

Insomma, ricevo ultimamente da mani gentilissime, e commento perciò con particolare gusto, l'ultimo libro di Michele Serra. Titolo: "Gli sdraiati".
Per altro, in una sola alquanto improduttiva settimana, chi scrive ricevette due generosi inviti a sparire maggiormente dietro la scrittura. Ma l'editor di questo blog tranquillizza quei mittenti.
Egli, come diceva da ben altro poggio il Bene-Merito Carmelo Bene, non esiste affatto, né dietro né davanti alla scrittura. Il che, egli immagina, sarebbe anche esprimibile in maniera leggermente meno teatrale ed enfatica, in un intero trattato di semiologia che non ha assolutamente la competenza per scrivere, visto che non ha neanche quella per stabilire se sia stato già scritto in tempi antichi o recenti e del resto è ovvio, a quasi tutti coloro si siano posti il problema, che chi aggiorna questo blog non ha alcuna competenza.
Insomma, egli non scrive testi, ma lettere. Scrive, cioè, a ciascuna persona e in ciascun momento, ma mai a ogni persona e mai in ogni momento. E per quanto questa nozione sia semiologicamente quasi impenetrabile, a lui è chiarissima e non gli crea problemi di sorta, tanto che con essa sia lui che i suoi lettori vivono benissimo.

Tornando alla impareggiabile modestia che deriva dall'utilizzare la prima persona singolare vengo, senza sparire, al merito.

Insomma, questo libro è scritto benissimo, il punto è stabilire di che cosa parla. Il Conflitto tra i Vecchi e i Giovani, si dice. Si, ma mi pare parli comunque di filosofia, o qualcosa del genere.
Per meglio dire non ho capito bene di cosa parla il godibilissimo libro, ma ho capito perché l'autore l'ha scritto e mi sono accontentato.
Andiamo avanti per ipotesi e con ciò giungiamo con lento ma regolare andamento, nonché con stabile, hegeliana indolenza, a quello che fin da principio sappiamo essere il risultato finale. Parla del conflitto generazionale attuale? Si, dice che il conflitto generazionale attuale non esiste. Che la differenza tra vecchi e giovani è sempre uguale nel tempo, è che è una differenza di competenza e di forza delle convinzioni che deriva dalla lontananza o dalla vicinanza degli obiettivi che ciascuno si pone nel tempo. 
Parla del figlio di Michele Serra? Eh. Parla più che altro di Michele Serra. E' l'unico modo in cui un parodista potrebbe parlare di se stesso: parlando della propria famiglia e parodiandola. Al livello della parodia, alla fin fine, noi siamo sempre famiglia, e non siamo mai società civile. Oppure, in un certo senso, siamo politica, o per meglio dire siamo lo Stato. 
La parodia è un genere del discorso che fa parte della casa oppure della politica, ma non fa parte delle relazioni umane in quanto sociali o economiche. 
Parla della casa e della politica, dunque? Si, ma parlando di entrambe non parla di nessuna delle due. Parla sicuramente del soggetto. Parodiando vari personaggi più o meno adolescenti e raccontando così un singolo autore adulto, emerge nella relazione tra questa singolarità e questa pluralità una straordinaria compattezza psicologica nella forma di un solo personaggio con convinzioni talmente profonde da essere più mistiche che religiose.
Ma questo personaggio non è affatto un borghese di sinistra, come egli si dichiara. Non è né un borghese, né di sinistra. E' appunto, nella sostanza, un mistico. Probabilmente questo personaggio non è neanche l'autore, il che è in parte ovvio e in parte meno. 
Di che cosa parla perciò questo libro? Più o meno, parla semplicemente di Hegel, e cioè della formazione della personalità, e di una formazione della personalità che, come tale, è anche storia, nell'estroversione letteraria o nell'introversione filosofica. 
I Giovani vinceranno la Guerra contro i Vecchi, ma per farlo devono invecchiare il prima possibile. Invecchiare, in qualche modo, senza crescere. Non pensarsi vecchi: pensarsi morti nella gioviale Apocalisse dell'ironia.
Invecchiare attraverso una sorta di lotta troppo profonda per creare ogni genere di reale rottura. E poi ci sono nel libro quelli che si possono ritenere senza dubbio dei buoni consigli. Tipo andare talvolta in montagna e non perdere i calzini in giro. A qualcuno resteranno, ben più produttivamente di tutto ciò che è stato fin qui suggerito, anche quelli.
Libro olfattivamente disgustoso, straordinariamente spiritoso. Né qualcuno che avesse letto almeno due righe di Serra poteva dubitare soprattutto di questo secondo elemento. Da far sdraiare dal ridere. Da leggere.