domenica 24 maggio 2015

Destra e fascismo nell'equilibrio politico italiano ed europeo

Il fascismo è il risultato dell'estremizzazione dei caratteri culturali della destra.
Dal punto di vista storico, inoltre, esso può essere stabilito, nella sua natura, come l'incrociarsi di determinati elementi archetipici, come scrivevamo in precedenti post. Non è detto, cioè, che esso prenda forma politica esattamente nella maniera in cui esso si è già manifestato nel passato. Il problema, pertanto, è quello della scomposizione del fascismo in fattori che lo determinano e della sua distinzione dalle semplici pratiche politiche della destra.
Non tutto ciò che è a destra, infatti, può essere inteso come fascismo, anche se la definizione del fascismo contribuisce alla stessa definizione della destra, e dei suoi rapporti con la sinistra. Il problema è che nell'Europa continentale vi sono due fondamentali tipologie di partiti sostanzialmente irriducibili l'una all'altra, ma che in Italia queste due tipologie di partiti giocano un ruolo del tutto peculiare nel panorama dell'equilibrio del sistema politico rispetto a quanto accade nelle altre principali democrazie europee. 
Vi sono, cioè, da un lato strutture para-militari, vale a dire strutture nelle quali la gerarchia è un forte elemento di collante all'interno dei processi di selezione della classe dirigente. Questi sono quei partiti che dal punto di vista dell'asse destra-sinistra, sono considerabili come partiti estremisti. 
Dall'altro vi sono partiti più leggeri, e che comportano un minore peso dell'elemento culturale nella selezione della classe dirigente e una maggiore attenzione alle pratiche del professionismo politico. Questi partiti di professionisti sono i partiti centrali dello schieramento politico, vale a dire il partito socialista da un lato e il partito cristiano o cristiano-conservatore principale dall'altro.
Tuttavia la maniera di interpretare la nozione di professionismo politico è completamente diversa in Europa da quanto accade in Italia. Ecco perché, in Europa, i partiti di professionisti della politica sono anche partiti di governo, mentre in Italia essi sono spesso dei partiti che hanno almeno parzialmente una certa notevole inclinazione anti-statale. In Europa, cioè, il tratto del professionismo politico è interpretato in senso fondamentalmente burocratico, a causa della centralità dell'attività dello stato nella determinazione degli affari pubblici, la quale determina una torsione della stessa figura del dirigente pubblico in un senso eminentemente burocratico-impiegatizio. In Italia vi è invece un elemento anti-statale e anti-burocratico nelle stesse pratiche del professionismo politico tipico dei partiti centrali nell'asse destra-sinistra, poiché la figura pubblica di riferimento è piuttosto l'artista-imprenditore, un soggetto dotato di iniziativa o di cultura o di entrambe, ma non necessariamente di spirito di corpo.
Guardiamo ora i partiti estremi sull'asse destra-sinistra. Essi hanno dappertutto una forte connotazione ideologica, ma questa connotazione ideologica, in Italia, si accompagna a una certa declinazione del professionismo politico in pratiche che vanno intese in chiave di esercizi politico-culturali. Non sono, in Italia, partiti intrinsecamente anti-statali, ma piuttosto partiti che sfruttano le leve fornite dallo stato per puntare ad una egemonia culturale. In Europa centrale, invece, i partiti estremi sono partiti anti-stato, e la loro caratterizzazione organizzativa è fortemente orientata in un senso esclusivamente para-militare poiché prevale in essi il senso di una gerarchia sul senso di un'appartenenza partecipativa di tipo cooperativo.
Il problema dell'adozione in Italia di modelli politici europei pertanto si configura come un problema soprattutto di compatibilità istituzionale tra la mentalità organizzativa di stampo franco-germanico, di tipo fondamentalmente statalista, e la mentalità organizzativa mediterranea, di tipo fondamentalmente politico-culturale. Il problema, cioè, diventa immediatamente quello del rapporto tra il sistema dei partiti e lo stato, ed ecco perché in Italia la crisi politico-istituzionale che deriva dalla necessità di adottare schemi di ragionamento europeo in un contesto di progressiva integrazione de facto, diventa immediatamente una crisi dello stato e quindi una crisi economica particolarmente profonda. 
I caratteri generali della destra e della sinistra si mischiano, in Italia, a causa della confusione con la quale si interpreta il processo di europeizzazione, o di americanizzazione, della politica italiana, in base a quanto è stato detto sopra. Si sarebbero dovuti individuare, cioè, degli assi, e attraverso di essi guidare la transizione. Tali assi non sono semplificabili nella selezione di "nomi" per partiti nuovi, ma sarebbero dovuti essere oggetto di un'analisi politico-culturale adeguatamente profonda delle diverse forme politiche presenti nella nostra società.
Ma questo non è stato fatto. Si assiste pertanto alla compresenza di modelli politico-istituzionali incompatibili fra di loro in una crisi di sistema venticinquennale.
Il problema stesso del fascismo, pertanto, va inteso su basi completamente nuove e sulla base di un'analisi disincantata della situazione politica presente. Gli elementi culturali del fascismo sono già presenti nel dibattito pubblico, come tracce endemiche di uno spostamento di tutto il dibattito pubblico nella direzione delle matrici culturali della destra politica. Ma uno dei fattori che va considerato è la debolezza estrema del quadro politico-istituzionale. Il fascismo, cioè, si nutre, al di là delle proprie intrinseche qualità culturali specifiche, le quali non differiscono, se non per l'estremizzazione, dalle caratteristiche ideologiche della destra intesa nel suo complesso, della debolezza del sistema politico, soprattutto perché tale debolezza induce le oligarchie a compattarsi e a schierarsi a protezione di se stesse, allo scopo di salvarsi dalle conseguenze dell'instabilità.
Il tentativo in atto di eliminare la tradizione culturale della sinistra dai giochi è un altro fattore di questa propensione del sistema a una virata generale a destra.

sabato 23 maggio 2015

Sulla natura del fascismo

Il problema delle riforme va di pari passo, in Italia, con il problema dello stabilirsi di partiti organizzati e - secondo tutti - "nuovi". A giudizio di chi scrive non c'è alcun bisogno di partiti nuovi, ma basterebbero semplicemente i partiti della prima repubblica, con alcune piccole modifiche corrispondenti al campo che fu della Democrazia Cristiana. Tuttavia esiste una pregiudiziale, in Italia, secondo cui soltanto se si dice qualcosa di nuovo allora questa cosa può essere degna di attenzione. E allora diciamo pure che questi partiti dovrebbero essere "nuovi", anche se non si capisce esattamente che cosa questo comporterebbe, dal punto di vista della politica e della scienza politica.
Il più grave fraintendimento che è in atto, nel dibattito politico-istituzionale italiano, è l'avere mischiata la questione dell'organizzazione dei partiti con la questione dei finanziamenti alla politica. Questo è stato un errore veramente madornale, e anche, sia detto fin da subito, un errore da educandi. 
Cerchiamo di mettere un po' d'ordine, a questo proposito.
Ci sono diverse opzioni in campo, dal punto di vista politico-istituzionale. Da un lato c'è chi - cieco - vorrebbe un sistema totalmente all'americana e una repubblica, nei fatti, presidenziale.
Dall'altra parte ci sono i fanatici dell'idea di Partito Democratico, e cioè chi vuole un sistema misto, mezzo presidenziale (premierato).
Infine c'è chi vuole un sistema sostanzialmente proporzionle e una repubblica parlamentare.
Ora è piuttosto evidente a chi conosca la storia d'Europa e in particolare della lunga crisi delle istituzioni francesi durante tutta la fase finale del Settecento e l'Ottocento, che questa distinzione non è che la distinzione fra destra e sinistra.
E' evidente, cioè, che la sinistra è per un sistema proporzionale-parlamentare e la destra per un sistema maggioritario-presidenziale.
Tuttavia bisognerà pure trovare una soluzione. La ragione della nostra crisi, infatti, è che bisogna trovare un sistema di regole che vada bene per tutti. E l'assenza di un sistema di regole produce semplicemente l'impossibilità di fare riforme, il che finisce per nuocere, in ultima analisi, allo stesso assetto capitalistico.
La soluzione passa, innanzitutto, per introdurre nella discussione pubblica distinzioni fondamentali e centrali nella determinazione del nostro assetto politico-istituzionale. Passa, cioè, per lo sfatare una serie di miti del tutto errati.
(1) Governare non consente di per sé di fare riforme. Non abbiamo bisogno di governabilità, ma di riformabilità. Abbiamo bisogno, cioè, dell'accumulazione di energia politica nelle mani di organizzazioni astratte che possano reggere l'urto di riforme di sistema.  
(2) In situazioni ragionevolmente estreme, un sistema maggioritario non determinerebbe ipso facto la governabilità, poiché non determinerebbe la riformabilità. Il punto, cioè, è che ci sono situazioni di tensione estreme nelle quali non soltanto la governabilità non è propedeutica alla riformabilità, ma addirittura vige il principio opposto: è fondamentale poter fare riforme per permettere la governabilità, poiché le riforme vengono sentite come incredibilmente urgenti dal popolo.
(3) Non si può legare il nome di un cammino di riforme alla biografia di una singola persona, in un sistema politicamente troppo fragile e permeabile. La ragione è che una singola persona può essere sempre buttata giù dal suo piedistallo ricorrendo a stratagemmi leciti o illeciti. Solo organizzazioni astratte e robuste possono mantenere una determinata linea politica di fronte a lunghi mesi di tensioni sociali.
(4) Un sistema proporzionale istituzionalizzato vorrebbe dire il permettere soltanto a certi partiti di partecipare alle elezioni mentre altri partiti ne sarebbero per principio esclusi. Vorrebbe anche dire che una qualche commissione di persone esperte dovrebbe essere in grado di valutare se lo statuto di un determinato partito si sovrappone a quello di altri partiti in una maniera che è ingiustificabile dal punto di vista della teoria politica. Questo sistema non sarebbe pertanto un sistema liberale. Ma il liberalismo non è il bene assoluto. Il problema è più complesso di quanto non sia risolvibile con la semplice opposizione a ciò che non è liberale. Il problema è la natura del nostro sistema democratico in quanto democratico, prima ancora che liberale. Qual è l'antropologia politica che giustifica dal punto di vista sistemico l'esistenza, ad esempio, del Movimento Cinque Stelle? E' ovvio che questa è una domanda di per sé illiberale. Del resto non si sostiene, qui, che il Movimento Cinque Stelle sia politicamente un animale insensato, ma si sostiene che la domanda è lecita. La ragione per cui è lecita è che la produzione di sempre nuovi partiti è un'arma in favore di chi vuole destabilizzare il sistema, in un'epoca di discredito dei partiti stessi. Bisogna obbligare, cioè, a ripulire la vita democratica dall'interno: e l'interno della vita democratica è la vita dei partiti. Non si può permettere alle oligarchie di agire al di fuori dei partiti ogni volta che esse lo desiderano, perché questo porta semplicemente al fascismo.
(5) La moltiplicazione e la produzione continua di nuovi partiti produce semplicemente l'impossibilità di riformare lo stato, e questo è il male assoluto o meglio questa è l'arma in possesso dei tecnocrati e delle destre. Ogni volta che si abbassa la credibilità della politica decresce il prezzo che le oligarchie devono pagare per far nascere un nuovo partito che scalzi i vecchi partiti. Ma ogni volta che decresce quel prezzo, le oligarchie aumentano di potere, perché possono utilizzare quel costo per mettere a tacere forze a sé ostili oltre che per far convogliare il consenso verso chi vogliono. Se le oligarchie arriveranno a potersi pagare tutto, lo faranno. Ma questa è esattamente la forma politica chiamata "fascismo".
(6) E' necessario slegare il problema della riforma dalla politica dal problema - dal punto di vista teorico-politico del tutto inesistente - del finanziamento della politica stessa. Il problema è eslusivamente quello della scarsa credibilità della politica. Finché la credibilità sarà così bassa, allora ogni costo sarà ritenuto eccessivo, ma ogni prezzo, paradossalmente, sarà di fatto pagato. Bisogna considerare, cioè, che è insito nella natura del partito fascista essere pagato per distruggere lo stato. Esso, cioè, ha un costo - reale -, ma non ha un costo ai danni dello stato. Ha un costo soltanto per chi ha soldi - ma ha anche molti vantaggi per chi ha soldi, e molti svantaggi per chi non ne ha.
(7) L'avversario della politica democratica non è il liberalismo. L'avversario della politica democratica è il fascismo. Ma il liberalismo estremo è una teoria politica ingenua, la quale non ha tra le sue armi quella della lotta politica. Contro il fascismo, invece, l'arma della lotta politica è un'arma essenziale, perché il fascismo stesso è un soggetto che fa lotta politica, sia che esso si chiami "partito fascista", sia che esso si chiami semplicemente "Nuovo".
(8) Caratteri storico-culturali del fascismo in tutte le sue forme politiche: A. nuovismo, odio per tutto ciò che è vecchio e autorevole, B. teoria estetica dell'esistenza e della politica, teoria della "bella morte", o della politica come contemplazione mistica del bello; C. futurismo politico, e cioè amore incondizionato per la tecnologia in quanto finalità intrinsecamente umanistica; D. giovanilismo, esaltazione della gioventù in quanto tale e cioè in quanto età "superiore" della vita.



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giovedì 21 maggio 2015

La filosofia politica di Pippo Civati

La filosofia politica di Pippo Civati risulta tanto più evidente quanto più ci riferiamo al suo esito attuale: quello di rendere Civati stesso il referente di un popolo mobilitatosi per le elezioni primarie di un partito a cui lo stesso Civati non appartiene più.
Gli elementi di deviazionismo - per esprimerci in termini ironicamente burocratici - di Civati rispetto all'ortodossia gramsciana sono ovviamente nel suo spiccato movimentismo. Il problema del movimentismo è allora il suo rapporto con le riforme e cioè con la politica intesa con un sistema di decisioni.
Bisogna individuare, pertanto, in prima battuta, l'esatto rapporto tra decisioni e riforme. Il punto, qui, è che una riforma vera non è mai rappresentabile come una singola decisione, ma è sempre piuttosto un sistema di decisioni. Decisioni su chi esattamente coinvolgere nel processo deliberativo, decisioni su quali incentivi dare a quali attori, decisioni su come attuare ciò che è stato deciso soltanto a un livello centrale e dunque teorico. 
Poiché smuove l'esistente, ogni riforma determina un tentativo di controriforma da parte del capitale. Ora ciò a cui stiamo assistendo in Italia è esattamente un processo di controriforma. Il vero tentativo di riforma era stato quello voluto da Pierluigi Bersani, ovvero una riforma dei partiti e del sistema politico. Perché questo stesso tentativo di riforma era opposto rispetto alla filosofia politica di Civati? 
Perché non era una riforma movimentista: non era cioè una riforma in favore dei movimenti, ma era una riforma in favore dei partiti. I riformatori, infatti, ritenevano non a torto che ogni lungo processo di riforma sottoponga a uno stress potenzialmente disgregante il sistema politico. La ragione è che ogni riforma determina un tentativo di eterodirezione della linea politica dei partiti da parte del capitale, poiché quest'ultimo, sentendosi attaccato, mette in campo un articolato sistema di minacce e incentivi che mette in difficoltà l'altrimenti monolitica architettura di fedeltà politiche che ogni partito politico rappresenta. Ecco perché, a giudizio dei riformatori, un processo di riforma dello stato e delle strutture economiche del paese andava accompagnato da un processo di istituzionalizzazione dei partiti, mentre quello a cui assistiamo è il processo controriformatore di liquidazione dei partiti stessi, un processo pertanto del tutto opposto che condurrà semplicemente ad ulteriori controriforme di taglio sostanzialmente conservatore.
Il problema del movimentismo è dunque sostanzialmente nel fatto che nonostante sia vero che la classe dirigente possa emergere solamente dalle lotte e dal basso, è altrettanto vero che essa dovrebbe far convogliare, nel corso del tempo, le fedeltà che accumula verso un qualche tipo di struttura politica astratta e cioè non legata a singole persone, per quanto abili e capaci. La ragione è appunto nel fatto che l'architettura di fedeltà personali che la politica tende naturalmente ad accumulare viene messa in tensione e rischia virtualmente di esplodere quando l'innalzamento del livello dello scontro politico si determina, e cioè in corrispondenza di decisioni di lungo periodo che hanno grandi conseguenze economico-politiche (le cosiddette riforme), perché queste decisioni innescano processi di controriforma da parte del capitale che passano attraverso il tentativo di eterodirezione dei partiti. Ecco perché la fedeltà politica dovrebbe essere incanalata non soltanto in una classe dirigente intesa come una somma di individui (il che è tipico dell'opzione movimentista), ma in una classe dirigente intesa come corpo organizzatore di un soggetto politico unitario e astratto (i cosiddetti partiti).
Il movimentismo, come filosofia, porta semplicemente, nel momento del confronto con i momenti di alta tensione politico-economica (le cosiddette riforme), alle conseguenze paradossali nelle quali si trova l'onorevole Civati: quelle che consistono nel rappresentare un popolo senza più patria.
 




Osservazioni sul campo intellettuale della politica

Il problema della gestione del potere non coincide affatto, in linea teorica, con il problema di ottenere il consenso. Soltanto nella storia recente della nostra civiltà il potere si è mostrato come capacità di organizzazione di un consenso vasto. Non è scontato, pertanto, che le masse partecipino del potere se non attraverso la mera contemplazione di ciò che il potere mette in campo, in quanto sistema di decisioni che piovono dall'alto su persone che non hanno gli strumenti per valutare l'adeguatezza di quelle decisioni stesse o che non hanno il potere comunque di opporvisi in alcun modo.
E' evidente, cioè, che il potere potrebbe tranquillamente sopravvivere a se stesso cercando di inculcare l'idea, nelle persone, che le proprie decisioni sono inevitabili, se tali metodi propagandistici siano sufficientemente elaborati e pervasivi. Questa del resto è proprio l'origine di tutte le forme tecnocratiche di potere, ma anche di un numero considerevole delle svolte a destra. 
Apparentemente pensare invece la politica come un campo di possibilità è un esercizio intellettuale già orientato, politicamente, e precisamente orientato a sinistra.
E apparentemente l'affermazione secondo cui non esistono alternative alle decisioni messe in campo da chi ha il potere è già un'affermazione che va nella direzione di una concezione del potere di tipo estetizzante, vale a dire una concezione secondo cui chi osserva il potere dall'esterno può soltanto illuminarsi della luce propria che esso emana, senza poter in alcun modo intervenire nelle sue dinamiche. Apparentemente la critica verso il potere, talvolta, può nutrirsi pertanto anche soltanto del coltivare un'alternativa ragionevole all'esistente. 
Il problema di come ottenere il consenso attorno alle decisioni, allora, sembra anche declinabile perciò anche dal punto di vista filosofico, secondo le due diverse modalità di concepire la storia: come necessità o come campo di possibilità.  O, allo stesso tempo, come due modalità della psicologia politica: la modalità che cerca di risvegliare in chi ascolta le energie sopite allo scopo di risvegliarne l'orgoglio e il protagonismo, e la modalità che cerca di addormentarle, indicando se stessi come l'unica guida possibile per il cambiamento.
Chi difende l'idea di storia come necessità inevitabile sembra con ciò stesso collegarsi all'idea che non esistono alternative alle decisioni politiche attualmente messe in campo, mentre chi difende l'idea di storia come campo di possibilità sembra aprire all'ipotesi di uno spazio politico aperto alle alternative. Ma questo parallelismo, in realtà, non regge. La storia, infatti, è soltanto un'euristica per la politica. Molto spesso, al contrario di come appare, quanto più essa è in grado di individuare degli stretti nessi causa-effetto, tanto più essa è anche capace di aprire lo spazio all'immaginazione politica di alternative all'esistente.
Venendo alla psicologia, la stessa distinzione, fatta all'inizio, tra due modi di ottenere il consenso è una distinzione che taglia a metà il campo politico e che non segna in realtà soltanto e neanche principalmente una distinzione tra sinistra e destra. Ottenere il consenso sarà cioè sempre un processo che ha un lato psicologicamente più orientato a sinistra e un lato psicologicamente più orientato a destra, e ciò indipendentemente dal fatto che si voglia poi perseguire una politica di destra o di sinistra. Il lato di sinistra sarà il tentativo di convincere che vi è un campo aperto a molte possibilità, mentre il lato di destra sarà il tentativo di convincere che non vi sono alternative a ciò che si sta decidendo. La psicologia, perciò, come la storia, non coincide affatto con la politica. Nulla coincide con la politica, se non, semmai, la politica stessa.