domenica 11 dicembre 2016

I migliori. Una nuova repubblica

Meritocrazia è la parola d'ordine della terza repubblica. E la filosofia è la parola che resta sullo sfondo di questa trasformazione. Siamo di fronte all'avvento di un nuovo illuminismo. La politica è stato recentemente l'unico settore della produzione nel quale le decisioni venivano realmente prese dai clienti e non dai produttori stessi. Questa eccezione sta per terminare.
L'avvento al potere dei Cinque Stelle, ritenuto da molti probabile, porta già in auge il tema del merito, ma sarà la loro effettiva eventuale vittoria a definire questa tematica come quella decisiva, riportando le lancette della storia indietro al biennio 1943-1945, quello del merito acquisito in battaglia.
Il problema sarà, in altre parole: chi deve governare? Impostato in termini di antropologia e sociologia: quali classi di persone, quali tipi di persone, quali forme di organizzazione? La risposta è: i migliori. Ma perché questa risposta ha a che vedere con la filosofia?
L'architettura dei sistemi di credenze su base sociale è tale per cui la fiducia viene accordata alle persone, e non alle idee, o comunque alle idee soltanto in quanto vengono rappresentate da persone nelle quali crediamo. Le idee, gli stili, determinano la personalità pubblica di ciascun esponente della classe degli intellettuali. Le verità scientifiche costituiscono una percentuale irrisoria di quanto gli stessi scienziati conoscono e tengono per vero. Figuriamoci gli altri. Il sistema di circolazione delle informazioni, all'interno della nostra specie, è incredibilmente più sofisticato di quanto molti esponenti del positivismo sembrano pensare. Di fatto, noi ci affidiamo continuamente a opinioni cui crediamo de relato. L'esposizione pubblica delle fonti dell'autorevolezza, e cioè il fatto che chi è realmente in grado di influenzare sia conosciuto per il suo reale ruolo sociale svolto, è una conquista moderna, molto difficile da mantenere. Si tratta, in un certo senso, della stessa democrazia, ma vista sotto la luce della meritocrazia.
Chi sa, influenza (gli altri). Ma anche, più sottilmente: chi pensa, influenza. Più indirettamente, più profondamente, in maniera più cogente. Perciò no, uno non vale uno. La società è una macchina fragile e complessa, costruita attorno a istituzioni (educative, di cura, di protezione). Istituzioni che precedono i sistemi politici stessi, e che ne costituiscono la base imprescindibile. 
Chi non sa nulla, non può nei fatti guidare il paese. Non può, non "non dovrebbe". Quando questo diverrà chiaro a tutti, il problema del merito in politica esploderà immediatamente e divorerà gli altri. E il cerchio delle tre repubbliche si chiuderà. 
Bisogna, in qualche modo, trovare i migliori. Non candidandoli a qualcosa, ma trovandoli con la sicurezza di averli trovati, e lasciando poi che essi trovino se stessi. Un lavoro complesso. Il lavoro dei partiti. Attraverso reti, certo. Ma anche attraverso una visione del mondo che non può essere l'unica visione del mondo e che sa di non esserlo. Attraverso un'ideologia, e cioè un corpus limitato di opinioni circa la struttura morale e intellettuale del reale, di fatto generato dalla lettura e dall'interpretazione dei grandi classici. La filosofia è così il vero terreno attraverso cui la struttura morale e intellettuale di quello che in età moderna fu il ceto aristocratico si trasmette al popolo e attraverso il popolo torna a influenzare le élites.
La filosofia è il grande ricambio che anima il mondo. Al di là di essa, solo le élites, e i loro forse autoreferenziali, ma perfettamente funzionali, linguaggi. Le gallerie d'arte, i salotti, le grandi ville. Il fascino dei luoghi dove avvengono conversazioni indimenticabili.
Le biblioteche, di fatto, si sostituiranno alle sedi dei partiti. Per una nuova struttura del sistema politico. I grandi centri intellettuali della sinistra sono i centri, al momento ancora urbani, dove la vita del sottoproletariato si incrocia in brevi momenti con la vita delle élites, producendo stili di vita unici per contradditorietà e pregnanza sociale. La frequenza degli scambi, la frequenza degli incontri con il diverso.
Eppure è proprio dalla solitudine che nasce la forza di trasformare il presente. 
Il problema del merito sarà allora quello di individuare il giusto equilibrio tra ascesi e politica. La costruzione di un dibattito che si svolga sotto lo sguardo della storia. Il dibattito sulle grandi idee. Questa è la funzione delle grandi istituzioni, per la rinascita di una Weltpolitik italiana o italo-europea.

martedì 6 dicembre 2016

In data odierna. Il totale suicidio politico di Renzi e il futuro del Partito Democratico

Il sistema politico italiano si muove attorno alla figura di Grillo e alla repulsione che la maggior parte degli attori politici hanno verso quel movimento, o comunque alla paura che esso suscita. 
Risulta evidente infatti che il principio di organizzazione primario attorno a cui si orienta tutto il sistema dei partiti italiani è il fatto che l'avvento al potere del movimento fondato da Beppe Grillo segnerebbe un punto di fondamentale auto-distruttività di tutto il sistema e quasi di implosione. Ciò soprattutto a causa della non-volontà del movimento di schierarsi sull'asse destra-sinistra, il quale determina irrilevanza e inconsistenza di fronte a tutte le decisioni politicamente dirimenti.
La maggior parte degli attori in campo ritiene del resto che il movimento in questione non sarebbe in grado di reggere le responsabilità, in due maniere: esso finirebbe per cedere strutturalmente, se venisse posto direttamente al potere, e perderebbe consensi in larga misura, se iniziasse a fare accordi sostanziali con le altre forze politiche.
Tuttavia, mentre il secondo processo sembrerebbe relativamente più indolore per la collettività, il primo processo desta eventualmente notevoli preoccupazioni - soprattutto nella destra economica. Il principio di organizzazione della vita politica italiana diventa dunque quello di cercare di causare il secondo processo, cercando allo stesso tempo di impedire il primo.
Da questo punto di vista, la strategia più sensata sembra quella di assegnare al movimento in questione crescenti ma limitate responsabilità, onde evitare che esso arrivi mai ad avere le massime responsabilità. 
Se si guarda al comportamento delle forze politiche, si ha che la destra economico-politica apre politicamente al centro-sinistra, perché ritiene che l'arrivo al governo del movimento di Grillo avrebbe conseguenze estremamente negative sul piano economico-finanziario-istituzionale - il piano che più interessa alla destra economica.
Si ha poi che la sinistra dovrebbe aprire a sua volta al movimento di Grillo, perché è interessata a uno "spacchettamento" del movimento, a una sua diaspora interna, la quale ricollocherebbe le forze su un asse destra-sinistra più congeniale alle motivazioni di una forma di lotta di classe.
Il movimento di Grillo, infine, apre a destra, nei contenuti, senza aprire ad esso in termini di alleanze. Questo perché i movimenti di destra sono eterodiretti dalle forze economiche. Non hanno bisogno dell'appoggio esplicito delle forze economiche per essere organici a un sistema di potere interno alle classi sociali che si posizionano a destra, e non hanno bisogno di sostenere esplicitamente quelle forze per sostenerle di fatto, perché tale sostegno non è legato a processi di soggettivazione.
Questa dinamica - destra apre esplicitamente alla sinistra, sinistra apre esplicitamente a Grillo, Grillo apre implicitamente a destra - sembra essere una dinamica perfettamente razionale da parte di tutti gli attori in campo. 
Essa produce un sistema autenticamente tripolare con incompatibilità tra tutte e tre le forze e quindi non-governabilità, nell'attesa che si verifichi l'implosione o lo svuotamento del movimento di Grillo, che tutti - compreso, probabilmente, il movimento stesso nella persona dei suoi ideologi - associano all'assunzione da parte sua di crescenti oppure massime responsabilità.

Le azioni di Renzi costituiscono in questo contesto un suicidio politico, in senso stretto. Renzi, infatti, invece di aprire a Grillo, lo sfida sul terreno elettorale - il terreno che è più congeniale a quest'ultimo. Grillo, in sostanza, è soltanto in grado di prendere voti - non sa fare null'altro, in politica. Eppure Renzi lo sfida proprio su quel terreno, ovvero l'unico che potrebbe permettere a lui di vincere, tra i mille possibili.
Questo comportamento introduce una completa irrazionalità nel sistema e soprattutto aliena alla sinistra il sostegno strutturale della destra che abbiamo descritto. La destra, cioè, cercherà di egemonizzare il movimento di Grillo dall'esterno - con un'influenza mediatico-economica, mentre si ristrutturerà al suo interno per porsi in condizione di portare avanti una sfida completamente populista, nella retorica esterna, e cioè, nel contesto italiano, anti-governativa.
In tal modo, Renzi ha ottenuto il proprio completo isolamento politico - esattamente quello che un politico non dovrebbe mai cercare di ottenere.
Davanti al suicidio politico totale da parte del suo leader, cosa farà l'opposizione interna al suo partito?
Renzi sta cercando di spingere quella minoranza fuori dal partito, adoperandosi in un comportamento che rasenta la follia politica, ma questa visione incentrata sulla scissione sarebbe di breve periodo e non appartiene alla cultura politica della maggior parte dei membri della minoranza stessa. La minoranza chiederà, probabilmente senza ottenerlo, un congresso (la ragione per cui non lo otterrà è l'emotività politica, e cioè il fatto che la mancanza di lucidità di visione dettata dalla vicinanza del referendum è tale per cui molti all'interno del partito di Renzi non individuano il nocciolo del problema strutturale che si sta ponendo e continueranno a sostenere Renzi per la mancanza di alternative "visibili"), e si preparerà alla gestione della fase pressoché apocalittica ma piuttosto breve che si dovrebbe verificare dopo la probabile vittoria del movimento di Grillo alle prossime elezioni politiche.



venerdì 2 dicembre 2016

La sindaca Appendino e la TAV

La sindaca Appendino si schiera di fatto con gli anarchici - e, molto più incidentalmente, con gli abitanti della Val di Susa.
Rifiuta di prendere parte a un organismo detto Osservatorio sulla Torino-Lione, con la solita spocchia demagogica che caratterizza tutte le espressioni del movimento politico a cui appartiene, e lo fa a causa della propria contrarietà alla TAV.
La mossa ha in un certo senso persino del politico di razza - ancorché denoti una subalernità culturale imbarazzante. 

Solo due parole su un tema già toccato qui, vale a dire la TAV.
Il processo decisionale che ha portato alla costruzione della TAV è un processo democratico, che passa attraverso l'elezione di organismi legislativi o esecutivi a suffragio universale e l'espletamento di funzioni pubbliche da parte degli eletti. La questione che dovrebbe essere discussa con la valle non è perciò il se, ma il come di tale decisione, con la proposizione di contropartite da parte del governo centrale per rimediare ai danni ambientali dovuti alla costruzione dell'infrastruttura.
A me sembra evidente che ci sono operazioni politico-ideologiche in campo. Da un lato, lo scrittore De Luca è stato ritenuto innocente rispetto all'accusa di istigazione a delinquere, accusa che ha gettato una luce tuttavia sul fatto che egli fosse ritenuto da alcuni probabilmente non del tutto a torto come uno degli ideologi del movimento di contrasto alla TAV. Dall'altro, le forze dell'ordine hanno certamente commesso abusi, che vengono interpretati da alcuni come il risultato di una linea politica di intimidazione voluta dalla questura o più in alto.

Da un lato c'è l'operazione ideologica degli anarchici: fare finta che la TAV ci riguardi tutti - ma che non ci ha riguardato ogni volta che abbiamo votato democraticamente per un parlamento che ha dato poi la fiducia al governo che poi decideva di fare la TAV.

Dall'altro c'è o ci fu l'operazione ideologica della procura: Erri De Luca è un ideologo di un movimento strutturato eversivo - e non un semplice intellettuale isolato come appare ai più.

Chi aveva ragione? Gli anarchici considerano politica l'operazione delle forze dell'ordine, e cioè considerano voluti e non semplicemente episodici gli abusi commessi da esse. La procura considera politica l'operazione messa in campo da Erri De Luca, e cioè voluti i suoi accenni a fatti reali che il movimento di contrasto alla TAV stava mettendo in campo in quanto movimento strutturato e ideologizzato.

Tutti e due hanno ragione, a loro modo, e operano con strumenti che la controparte considera intimidatori. La battaglia politica in corso ha una dimensione che è oltre la mera giuridicità. La struttura politica, da un lato simil-fascista, dall'altro simil-anarchica delle forze in campo, dovrebbe motivare la classe politica dirigente ad atteggiamenti di responsabilità politica. A ragionamenti di sistema e nell'interesse generale del sistema.

Il gesto della Appendino ha così invece l'unico scopo di alzare la tensione, in una situazione che è già di per sé esplosiva. Esso dimostra semplicemente l'irresponsabilità di una classe dirigente, e la non abitudine a usare strumenti democratici e di concertazione-mediazione. La sindaca si schiera con il "popolo", facendo finta di non sapere che dietro al popolo c'è una determinata ideologia anti-stato contro la quale per il ruolo che ella ha dovrebbe agire con spirito di contrasto. In questo modo fa gli interessi della destra, naturalmente. Come sempre fanno i Cinque Stelle, pur partendo da motivazioni spesso di sinistra. La Appendino solleva la paura di chi vede nell'anarchismo un motivo di destabilizzazione, invece di contribuire con la propria carica istituzionale a risolvere i problemi pragmaticamente. In questo modo, mostra di essere una donna di partito, piuttosto che delle istituzioni. Ma di che partito? Di un partito incerto che guarda a destra e agli interessi della destra.
L'ingenuità politica al potere porta quest'ultimo immancabilmente a virare in quella direzione, infatti.










sabato 2 luglio 2016

Il quadro geopolitico, i mutamenti globali, e la particolare posizione italiana negli attuali conflitti internazionali. Un bollettino

La situazione internazionale
 
Il quadro geopolitico è segnato come sempre da una molteplicità di conflitti. 
Il Sud del mondo, con l'esclusione del Sud America, del Sud Africa e dell'Australia, è quasi interamente in "rivolta" contro l'estabilishment occidentale, e questa rivolta ha assunto in Africa e in Asia i caratteri dell'islamizzazione delle popolazioni animiste e della radicalizzazione religiosa delle popolazioni islamiche, laddove nei paesi occidentali essa ha assunto i caratteri dell'estremizzazione del conflitto politico sul binomio alto-basso della scala sociale e della nascita di schegge impazzite, tra i giovanissimi, che si uniscono al jihad senza convinzione, ma solo per un rifiuto radicale delle regole sociali. 
Da questo lato, dunque, il conflitto più evidente sembra essere quello tra un Islam radicale che di fatto rifiuta l'etica capitalistica del lavoro e in particolare rifiuta l'occupazione delle donne fuori casa voluta dalla mentalità occidentale, e il capitalismo sfrenato di cui Washington è stata fino a questo momento il simbolo internazionale.
Ma non per molto Washington continuerà ad esserne il simbolo. La Cina infatti sta riuscendo per il momento a nascondere la propria leadership mondiale, ma non potrà farlo in eterno. 
Di fatto la Cina coltiva anche attualmente pessimi rapporti internazionali soprattutto con i suoi vicini più prossimi, ed esporta contemporaneamente persone, capitali, e tecnologie, riuscendo così a non farsi "contaminare" dall'esterno. Ma nel momento in cui l'equilibrio internazionale verrà percepito come una pax cinese, o meglio come una guerra che la Cina non riesce a fermare, è probabile che buona parte degli stati e delle business communities che coltivano una politica di pace guarderanno altrove - e cioè innanzitutto ancora una volta alla Russia - per cercare garanti di una condizione di pace e quindi un'agibilità per gli affari.
Oggi questo è particolarmente chiaro nella guerra contro il terrorismo, che sancisce l'espansione dell'influenza russa - dopo che la Russia ha giurato guerra eterna al fondamentalismo - in Medio Oriente, in nord Africa, e in Asia meridionale. Influenza crescente, quella russa, anche in Europa centro-occidentale, dopo l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea, la quale sancisce il ritorno di un asse Washington-Londra in chiave anti-tedesca prima ancora che anti-russa e un avvicinamento della Germania, parzialmente della Francia, e di conseguenza del nord Italia alla Russia, mentre i paesi dell'Europa orientale guardano a Washington più che a Berlino in chiave anti-russa, temendo che l'espansionismo di Mosca verso l'Ucraina possa un giorno toccare anche i propri interessi nazionali.
I fenomeni di destatualizzazione attraversano ampie fasce del continente africano per altro in rapidissima espansione demografica e in rapida desertificazione, il che comporta un'esplosione dei conflitti etnici e costituisce la base per una porzione notevole di tutti i flussi migratori globali. In questi territori gli interessi cinesi, in termini innanzitutto di investimenti, crescono, ma la Cina non riesce ad acquisire ancora una vera e propria egemonia su di essi. A causa del grande numero di contenziosi territoriali con Vietnam, Giappone, India, e altri paesi, la Cina appare in generale relativamente isolata sul piano schiettamente politico. Nei molti contesti che vivono una destatualizzazione, i poteri informali e quindi in particolare le organizzazioni jihadiste e le organizzazioni criminali acquisiscono un crescente peso.
Sembra che si assista a una sostanziale israelizzazione dell'Europa, un continente nel quale un numero crescente di lavoratori di origine straniera contribuiscono alle pensioni e al PIL pur non avendo diritti o avendo una dotazione di diritti limitata rispetto al resto della popolazione, il che genera tensioni geopolitiche con i paesi di origine di quei lavoratori e una "sindrome da accerchiamento" nei paesi europei che sposta l'asse dell'opinione pubblica a destra, e cioè verso una mentalità securitaria o latamente fascista.
Nel complesso, i flussi migratori sembrano determinare da un lato una separazione crescente tra cittadinanza e luogo di residenza, e dall'altro una privatizzazione del welfare come risposta all'impossiblità di attribuire il welfare a tutti coloro che sono solamente in transito nei territori che occupano. 
Questo radicalizza le appartenenze tutte, religiose o nazionali o, per meglio dire, rende religiose le appartenenze nazionali. Ciò vuol dire che l'appartenenza è vissuta prevalentemente come assenza, e dunque come ineludibile trascendenza, e dunque come un altrove cui sacrificare ogni "oggi" e ogni "qui". Questa forma dell'appartenenza conduce direttamente a destra, dal punto di vista delle opzioni politiche, e a un avvicinamento verso il fascismo.
Quasi ovunque il movimento socialista internazionale è in crisi, tranne che nei paesi anglofoni, dove invece aumenta di peso (nei paesi di fondazione politico-religiosa del capitalismo), come movimento ideale e come radice di pensiero laburista, più che come pragmatismo socialdemocratico, e si identifica perciò ormai sempre più con il progressismo capitalista, e perciò con qualunque forma del progressismo in quanto tale. La spinta "millenarista" del socialismo, il suo carattere para-religioso, è l'elemento che attrae ampie parti di quelle popolazioni verso gli ideali socialisti, in buona parte dei paesi più ricchi e prosperi del mondo, dagli Stati Uniti al Regno Unito alla Svezia.
Tutto va perciò verso un acutizzarsi del conflitto religioso e verso un acutizzarsi della sensibilità religiosa e perciò si aprirà a un ritorno del tema della tolleranza come base principale del confronto democratico, nei paesi che ancora coltivano una forma-stato e una struttura dell'opinione pubblica in qualche modo democratiche.

La situazione italiana, il dibattito pubblico e le prospettive

Per quanto riguarda ciò che attiene all'Italia, c'è da dire la Germania continua a rappresentare il fulcro politico dell'area che più di tutte unisce l'altissimo livello di antropizzazione all'altissimo grado di civilizzazione, in termini di diffusione delle tecnologie e qualità della vita, da Firenze a Rotterdam, da Lione a Norimberga. 
L'Italia si pone al confine tra l'area nord e l'area sud del mondo, ed è quindi prossima all'area nordafricana della destatualizzazione. Dove il peso delle organizzazioni criminali è più forte, vale a dire nel sud del paese, esse si pongono come garanti in termini di sicurezza di un processo di integrazione che lascia però i migranti in una posizione subalterna dal punto di vista lavorativo. In queste aree, le migrazioni spostano il dibattito a destra per la competizione tra poveri generata sul terreno del welfare.
Nelle aree che resistono alla destatualizzazione, vale a dire nel nord del paese, la questione delle migrazioni ha invece direttamente effetti sul senso di sicurezza, spostando ancora una volta il dibattito a destra ma per ragioni diverse.
A causa della presenza di una pluralità di poteri informali (Chiesa, organizzazioni criminali, innanzitutto), è ancora scarsa la penetrazione di frange terroristiche.
Il processo di disintegrazione europea sembra lasciare almeno il nord del paese in un'orbita che è sempre più esplicitamente tedesca, il che vuol dire che lo spazio per una politica mediterranea sembra assottigliarsi sempre di più. Le migrazioni e i fenomeni terroristici allontanano, anziché unire, le due sponde del mediterraneo, al momento. Questo sembra dipendere dal fatto che i governi non affrontano il problema delle diseguaglianze né sul piano nazionale né sul piano internazionale. Questo determina tensioni geopolitiche e focolai anti-colonialisti, perché i flussi migratori sembrano essere causati proprio dalla palese "mancanza di politica" da parte dei governi della sponda nord. I governi - e l'establishment in generale - sembrano sostenere che il welfare vada sottratto a tutti perché non può essere dato a ciascuno, ivi compresi i migranti. Essi cioè ammettono di non poter fermare i flussi migratori, ma nel fare questo, paradossalmente, li causano.
Di fatto una gestione europea del flussi e una gestione armoniosa dei sistemi di welfare al livello continentale, unita con una politica di cooperazione stretta con l'Unione Africana in chiave anti-terroristica e di cooperazione economica comporterebbero probabilmente una diminuzione dei flussi stessi e certamente comporterebbero comunque una loro minore ricaduta sugli andamenti dell'opinione pubblica e un loro minore scivolamento verso destra. Solo il ritorno di una grande politica sembra poter salvare il paese dallo sfaldamento interno o da una rapida virata a destra.

venerdì 22 aprile 2016

L'incompatibilità del Movimento Cinque Stelle con la natura del movimento operaio. Il problema del rapporto tra filosofia e politica

Il Movimento Cinque Stelle nasce da un'idea di azione politica estranea alla tradizione principale della sinistra italiana: un'idea caratterizzata dall'utopia della democrazia diretta e dall'ideale leggermente velleitario di una palingenesi della società civile contro i partiti e contro la casta.
Ora, non si sostiene qui che queste idee-forza, in quanto radicate profondamente nel Movimento Cinque Stelle, non possano un giorno vicino o lontano essere cambiate o sensibilmente modificate, ma soltanto che, fino a che non saranno cambiate o modificate, questa forza politica non avrà le caratteristiche storiche, organizzative, politiche, per sostenere le battaglie del movimento operaio, cui la storia della sinistra è indissolubilmente legata.

Il primo problema, a questo proposito, riguarda l'adesione da parte dei cittadini al Movimento Cinque Stelle. Il movimento, sostanzialmente, accetta tutti tranne, magari, gli aderenti a quella stessa casta che il movimento vorrebbe distruggere. Non esiste cioè una selezione in ingresso in base a valori di riferimento, in base a una cultura comune. 
Non si tratta, allora, di un partito, ma di un generico contenitore politico nel quale tutte le opinioni sono ugualmente ben accette, il che determina conseguenze che non è possibile definire se non disastrose. Il contraltare di questa genericità in termini di cultura politica è infatti allora necessariamente la ferrea disciplina imposta dai vertici, e il risultato di tutto questo mix è che, nella selezione dei dirigenti, viene premiata la fedeltà nei confonti dei vertici del partito, e non il vero merito politico. Poiché, in altre parole, non ci sono idee sulla base del quale si aderisce alla Comunità che il partito rappresenta, si potrà essere premiati o cacciati dal movimento semplicemente in base a dichiarazioni più o meno conformi alle direttive che provengono dall'alto, e non sembra esserci altro modo di valutare la classe dirigente del movimento stesso. 
Si attua perciò una separazione quanto più completa tra la posizione intellettuale dei dirigenti e quella dei semplici cittadini - esattamente il contrario di quanto affermato paradossalmente dal tanto celebrato slogan "uno vale uno".
I dirigenti, infatti, devono sostenere precise tesi su argomenti organizzati come dossier tematici, mentre i cittadini possono dire quello vogliono quando vogliono e come vogliono. Ma c'è un piccolo problema: questa non è la maniera in cui funziona il pensiero umano in quanto pensiero organizzato e indirizzato alla politica. In generale, infatti, il pensiero umano, quando si avvicina a una riflessione su faccende di interesse pubblico, si coagula attorno a valori e a interessi che solo in un secondo momento vanno a concretizzarsi in precise posizioni politiche, dettate da una conoscenza dei dati di fondo, da una loro interpretazione personale, e dalla necessità di adeguarsi a regole sociali di limitazione della propria soggettività in base a ruoli pubblici.
Tale discorso ha purtroppo a che vedere con nozioni di pedagogia e filosofia relativamente sofisticate, e che mal si adattano ad essere immediatamente appiattite dagli slogan del populismo.

Il concetto di dibattito interno che si sviluppa in una forma-partito che voglia dirsi rappresentativa del movimento operaio ha dunque una struttura totalmente diversa da quanto accade all'interno del Movimento Cinque Stelle. Il dibattito di un partito che voglia difendere il movimento operaio non è organizzato essenzialmente attorno a dossier tematici, come accade invece nel Movimento Cinque Stelle, ma attorno a differenti idee del cambiamento storico in corso, che si organizzano poi concretamente in correnti più o meno strutturate, a seconda di dati storici e politici contingenti. Differenti filosofie.

La ragione di questo fondamentale dato di fondo organizzativo può essere interpretata in maniera differente, ma il punto centrale è il ruolo della filosofia nella formazione del dirigente politico come unico possibile antidoto all'elitismo spinto e dunque all'oligarchia. 
In primo luogo si ha infatti che il partito operaio autenticamente inteso esprime per definizione classi dirigenti che sono espressione diretta del mondo operaio, e l'unico modo per un membro della classe operaia di entrare in dialogo con le classi dirigenti non politiche è la pratica dello studio approfondito, ma l'unica disciplina mentale che è in grado di fornire gli strumenti per garantire al dirigente politico una capacità di confronto paritario con una pluralità di classi dirigenti non politiche è proprio la filosofia. Ecco perciò che il movimento operaio si organizza, dal punto di vista della struttura cognitiva che esso rappresenta, attorno alla conoscenza della filosofia, in quanto fulcro di un insieme plurale di competenze diffuse. Si badi: nessuno conosce esattamente il significato della parola "filosofia". Il punto è che esistono però somiglianze di famiglia tra tutte le diverse e rivali concezioni della filosofia, tali per cui è abbastanza autoevidente quello che la filosofia in tutti i casi rappresenta. Ad esempio, una conoscenza generalista, ma di ineguagliata profondità. Una capacità di dialogo costante con le arti e con le scienze. Infine, fattore non meno rilevante, un'abilità retorica.

Il Movimento Cinque Stelle è legato a un'idea di disciplina interna che è in contrasto con l'autonomia intellettuale caratteristica di un dirigente politico per come quest'ultimo naturalmente si forma nella vita associata. Bisogna considerare, cioè, che la politica è un interesse che nasce naturalmente e che si sviluppa con l'età, con la crescita professionale, con gli studi, con l'assunzione progressiva di ruoli di rilevanza pubblica. Compito dei partiti è convogliare questa energia, non inculcarla, né negarla. Riconoscerla. I dirigenti esistono a causa stessa della natura della società. Non c'è bisogno di crearli ex nihilo o di negarne l'esistenza. 
L'attività di guida politica viene di fatto continuamente esercitata da membri delle professioni, da legislatori, da magistrati, da giornalisti, sindacalisti, sia che questi rivestano ruoli nominalmente politici sia che non rivestano questo tipo di ruoli. Compito dei partiti non è quello di andare a favore o contro qualcuna di queste categoria, ma di organizzare il dibattito interno fra queste categorie in una maniera produttiva per la società. In gran parte, questo dal punto di vista democratico coincide con l'attribuire ruoli pubblici nominali a chi di fatto riveste già ruoli pubblici ma che non ha avuto un'investitura pubblica che sancisca tale funzione intellettuale. Il problema del movimento operaio, perciò, non è quello di costruire candidature a cariche pubbliche dal nulla - e cioè attraverso l'abuso del contributo che i media normalmente dovrebbero dare alla costruzione di una candidatura. Il problema del partito operaio è quello di individuare le persone che in base alla propria storia politica e alle proprie competenze hanno più probabilità di portare avanti valori e interessi legati al movimento operaio stesso in battaglie concrete.

Ecco perciò che il problema del Movimento Cinque Stelle rispetto al movimento operaio, e cioè il suo non essere fino a questo momento accettabile come punto di riferimento del movimento operaio, è che il primo non esprime alcuna struttura filosofico-cognitiva-organizzativa in grado di rispondere al problema: come portare un membro della classe operaia a contribuire in maniera dirimente alla direzione della società? Come si forma una classe dirigente politica che sia all'altezza, in termini di forza e di competenza, delle classi dirigenti non-politiche (economiche, accademiche, sindacali, giornalistiche, bancarie, ecc.)? Come si garantisce l'adesione delle migliori personalità al partito che rappresenta il movimento operaio, e come si consente il loro progresso sociale, anche come metodo per garantire il ricambio sociale in generale? Come si costruisce, infine, il dissenso interno, in modo tale che esso possa far emergere i migliori, prima ancora che le idee migliori? Che cosa fanno, dunque, i migliori? Qual è il loro stile? E, dunque, come riconoscerne il primato senza assegnare loro un indebito potere?
La politica a sinistra ha a che vedere con un umanesimo: con una concezione idealizzata dell'uomo e della donna, e di come essi dovrebbero essere e apparire.
Questa idea di sinistra ha, forse per qualcuno sorprendentemente, fortemente a che vedere con il liberalismo: solo nella libertà l'uomo è realmente uomo. 
Compito della sinistra non è quello di negare le gerarchie, ma quello di costruire gerarchie di valori, di interessi, e quando necessario anche di persone, gerarchie che siano realmente umane nella loro ragion d'essere.

martedì 12 aprile 2016

La morte di Gianroberto Casaleggio e i nuovi scenari nella costituzione delle élites politiche

Il termini di formazione politica, il Movimento Cinque Stelle, fondato da Gianroberto Casaleggio, ha riportato in auge il nesso tra studio e politica. Tuttavia "studio" può voler dire molte cose differenti, e pertanto questo obiettivo non è sufficiente, anche se costituisce senza dubbio un fatto positivo. In termini di formazione politica, ciò che conta è soprattutto il riconoscimento da parte di un dirigente politico della validità di un'articolata enciclopedia delle conoscenze, e l'adesione all'idea di una circolarità dei saperi. 
L'incrocio di pragmatismo e visione culturale che l'uomo politico deve poter incarnare si realizza attraverso un misto di capacità, che solitamente, in una società industrialmente avanzata, soltanto una lunga militanza politica in un partito strutturato su base burocratica consente di acquisire, unita probabilmente a un'esperienza professionale, ma non sostituita da quest'ultima.
Una familiarità con svariati campi di azione, con le più svariate circostanze pubbliche, con i più svariati campi della conoscenza. 
L'idea utopistica di Casaleggio era quella di sostuire alle élites il popolo. Ma questa idea è incompatibile con il capitalismo e cioè con una società avanzata, e il primo a sapere questo è il Capitale stesso. Il Capitale, tendenzialmente, cerca appunto un confronto-scontro con chi gli si oppone, ma cerca invece di usare a proprio vantaggio chi semplicemente non lo capisce, ed è il caso del Movimento.
Il nesso profondo tra liberalismo, socialismo e capitalismo, è un nesso storico, e cioè che affonda le proprie radici nella storia. 
E' solo, perciò, una cultura storica, una cultura che riconosca il ruolo della conoscenza umanistica, ad aprire la mente alla concretezza nel perseguimento di obiettivi e valori di interesse pubblico
L'emergere dei migliori non può avvenire che all'interno di un gruppo organizzato che si contrappone a un avversario esterno. Non "la società" esprime direttamente i migliori, ma la società-che-usa-uno-strumento-pubblico-chiamato-partito.
Il problema italiano, in termini di formazione delle élites, è che personaggi estremamente potenti si contrappongono nettamente alla formazione di partiti politici a sinistra. L'Italia è diventata cioè il laboratorio politico di una società senza partiti, di una società post-novecentesca, post-industriale, post-identitaria. E lo fanno dando spazio a fenomeni politici passeggeri, che sembrano incarnare superficialmente valori di sinistra ma che di fatto contribuiscono semplicemente a smembrare le capacità operative del movimento operaio.
Il partito politico a sinistra deve operare attraverso differenti cinghie di trasmissione all'interno della società, deve nutrirsi dell'apporto delle élites per esprimere un punto di vista autonomo, e non contrapporsi alle élites, il che è insensato e velleitario.
Per completare un ipotetico processo di trasformazione del M5S in un partito di sinistra, il M5S dovrebbe adottare un pensiero politico storico-critico nei confronti dell'attuale stato di cose, e non semplicemente sposare una determinata "previsione" di ciò che accadrà. Questo secondo atteggiamento è infatti figlio di una mentalità scientista che rasenta l'inutilità politica. 
Dovrebbe inoltre adottare una forma di organizzazione interna che faccia emergere non le idee in astratto, ma il modo di proporle di ciascun dirigente politico, dovrebbe cioè aiutare la costruzione di profili intellettuali di dirigenti attraverso l'allestimento su base continuativa di un dibattito interno sui temi di interesse generale.
Dovrebbe costituire meccanismi democratici che evitino l'eterodirezione politica del partito. Adottare, cioè, una posizione culturale determinata, e perciò allestire alleanze e reti di relazioni con strutture operative che esprimono élites intellettuali o industriali: università, imprese. Fare scelte precise, dettate anche da una visione di politica industriale e di politica culturale.
Dovrebbe infine premiare non semplicemente la militanza o la fedeltà, ma un insieme più complesso di qualità umane e intellettuali, da vagliare attraverso percorsi lunghi e una progressione di incarichi adeguata alla delicatezza di simili decisioni per come esse vengono prese nei contesti non-politici, in un complesso di pratiche decisionali da determinarsi evidentemente dall'alto e non con meccanismi anti-meritocratici.
Ciò che sembra accadere, invece, non va in questa direzione. I soggetti che hanno cultura politica di sinistra guardano in questo momento ad altri soggetti, comprensibilmente, per la ricostituzione di un partito politico a sinistra.




giovedì 25 febbraio 2016

Tra due fuochi

Si discute nuovamente del tema del pacifismo e della guerra dopo che al professor Angelo Panebianco è stato impedito di tenere la sua lezione universitaria, in quanto autore di un articolo di giornale a detta di molti eccessivamente bellicoso sul da farsi nel contesto libico.
La situazione che noi abbiamo di fronte, in una realtà che forse fatichiamo ancora ad accettare ma che è davanti ai nostri occhi, è quella di una guerra multisfaccettata, che investe una gran parte dei territori che circondano l'Europa: Libia, Siria, Ucraina, più sottilmente Turchia, tanto per cominciare.
E' evidente di fronte a questi fenomeni che il tema posto da Panebianco è di quelli seri: quanto l'Europa possa dirsi sicura, nel momento in cui si assiste a un drammatico declino dell'influenza statunitense in particolar modo in Medio Oriente ma anche nell'est Europa. 
Siamo tutti d'accordo che la guerra non è quasi mai una soluzione ragionevole, ma il problema della sicurezza resta un problema serio.
E' chiaro che non siamo in condizione di esportare la democrazia, perché questo è divenuto evidente a tutti dopo il caso Iraq. Ma non si tratta di questo. La domanda è: cosa siamo in condizione, allora, di esportare, visto che qualcosa lo dovremo forse necessariamente esportare? Secondo i russi, a giudicare da come operano in Siria, non siamo in condizione di cercare di imporre niente di meglio che dittatori sanguinari. 
Certo è che non possiamo neanche accettare tanto facilmente l'esistenza di stati falliti, come quello libico, di fronte alle nostre coste, perché questo porrebbe problemi di sicurezza enormi oltre a una falla gigantesca nel tentativo di porre un qualche tipo di argine organizzatore ai possenti fenomeni migratori in atto.
Il problema serio è che noi non possiamo esportare modelli qualsivoglia nel momento in cui assistiamo a un processo complesso di disgregazione dell'Unione Europea stessa, dovuto alla tenaglia di due crisi: la crisi delle finanze pubbliche e la conseguente deflazione, e la crisi aperta dal problema dei migranti.
L'errore di chi pensa a fare la guerra è che spesso non capisce che l'ordine post-bellico non potrebbe individuarsi se non a partire dalla eventuale capacità dell'Europa di rappresentare un ideale politico a cui tendere per quei paesi stessi nei quali ci si arroga il diritto di tentare di imporre una qualche forma di pace sociale o quanto meno di tregua dalle ostilità. E tale capacità dell'Europa di costituire un modello per altri deve dirsi appunto sostanzialmente svanita, nel corso degli ultimi otto anni.
Tuttavia ritirarci, nel tentativo di risolvere i nostri problemi interni, a guardarci il nostro ombelico, non farebbe che portare la guerra all'interno stesso dell'Europa. E' quanto l'ISIS si propone di fare, insistendo sulle nostre contraddizioni interne. 
Si tratta perciò di accellerare un processo di unificazione, forse partendo dal fatto di doversi affidare a un'Europa a due velocità. La politica estera europea deve essere maggiormente coordinata, in particolare sulla spinta dei paesi fondatori. 
Siamo perciò tra due fuochi: l'impossibilità di definire una strategia interventista in politica estera, dovuta alla scarsa credibilità che il nostro modello politico ha conseguito negli ultimi otto anni, e l'insufficienza di affidarci, per la risoluzione della doppia crisi in atto, a una politica "interna" europea che appare sempre essere contrassegnata da uno scontro permanente tra le potenze più influenti.
L'Europa non può semplicemente limitarsi ad arretrare, davanti alla crisi in atto. Deve trovare in sé lo scatto per un percorso di maggiore integrazione interna che possa condurre a spendere energie per un calibrato tasso di interventismo esterno, in particolare con riferimento agli stati falliti.
Il fallimento delle primavere arabe è stato innanzitutto un nostro stesso fallimento: l'incapacità di generare speranze in chi deve comunque necessariamente guardare a noi quando pensa a quel lento, secolare processo di incivilimento democratico che persegue.
Il nostro problema è quello di costituire un modello politico per altri: un modello da "esportare" con l'esempio e non con le armi. In mancanza di questa nostra capacità di fare modello, non potremo ragionevolmente mantenere un buon livello di sicurezza nemmeno applicando tutta la (poca) forza di  cui siamo capaci.