Quando inventarono la televisione avevo ventisette anni. Eravamo appena arrivati nell'Isola. Dove venivo, prima, si usava una scatola cubica, la si accendeva nei tempi morti e di solito la si rispegneva con la sensazione di essere leggermente più morti di quando la si era accesa: si trattava di un viatico per andare a dormire, una versione elettronicamente sofisticata della camomilla. Faceva molto rumore e mostrava molti prodotti cosmetici, non poche automobili e alcuni dentifrici.
Avevamo affittato una casa vicino alla stazione, si stava bene. Il corridoio stretto ti portava in cucina, dove passavamo spesso almeno una parte delle nostre frugali serate ad aspettare che le verdure fossero sufficientemente lesse. Noi continuavamo a pensare che esistessero al mondo alcune verdure che dovevano essere davvero lesse per poter essere mangiate, si trattava infatti di una delle poche verità riguardanti le primizie di madre natura che, pur nella nostra relativa ignoranza, ci sentivamo in diritto di trapiantare anche quaggiù.
La scatola c'era anche qui, sembrava. Era nera, piatta. Ultimamente anche sul continente si usava così. A casa nostra stava lì, quasi attaccata al piccolo tavolo dove cenavamo, tanto che per guardarci dentro dovevamo sederci dall'altro lato del tavolo per non farci prendere dal mal di testa.
Il collezionismo
Questa sera si mangia pollo con le pastinache.
Gli isolani, lo sapevamo, sono dediti all'antiquariato almeno dalla prima metà del Settecento. Sarà che dal loro Grand Tour tornavano sempre con qualche pezzo di pregio, una moneta romana o magari un coccio di vaso Ming, una copia rara della Città del Sole. Le foto non esistevano, allora, e quando tornavi a casa dopo aver visto il centro del mondo ti dovevi pure portare qualcosa. Anche perché non è che ci tornavi facilmente, laggiù, tutto era in mano agli spagnoli, che erano notoriamente quanto di più inaffidabile, e non facevano che litigare con i popolani per quattro soldi in più di tassa sulla macina. Certo c'era la flotta isolana che bazzicava il porto, la flotta dei nostri, ma i tumulti erano dietro l'angolo. Campania felix, un posto da ricordare. Ne parla Plinius. La campagna è molto ospitale in tutta l'area, e non soltanto nella zona del vulcano, ma anche molto più a nord, vicino alla Città, quella dove vanno tutti gli architetti a studiare. Prima di vedere la Città pensavo che Londra fosse un posto figo. E' difficile immaginare che ci sia un posto dove ogni palazzo vale quanto tre quartieri interi di Londra. Ci devi proprio andare, se no non lo immagini. E' impossibile immaginarla. Devi viaggiare, per forza. Se no pensi che il mondo è veramente fatto dei Docks e quando vai in India per affari i Brahmani ti prendono per uno sfigato, tipo quelli che vengono giù dal lago d'Aral nella vana speranza di appioppare tappeti. Appioppare tappeti turkmeni a Calicut, figuriamoci. Ma è nella campagna che si sta davvero bene, i senatori romani ci andavano il più possibile e quelli veneziani, milleciquecento anni dopo, ogni volta che rileggevano quel Cicero (splendido, davvero splendido) erano talmente convinti che si stesse bene in campagna che fecero costruire delle ville a quel Palladio nel bel mezzo della poco attraente nebbia padana. Potere illusionistico del libro. C'è scritto in quella rivista che ho letto al Caffè della Facoltà di Classics. C'era quell'altro, Virgilius, lui ne sapeva e come. Quell'altro, Quintilianus, ha inventato la retorica, quella vera. Se stai a leggere quella di Aristotele non riuscirai mai a capirci niente, e al discorso per il Viva ti tremerà la voce. E allora sono tornato dal viaggio e mi sono portato un sesterzo, poca roba ma sempre meglio di niente, e soprattutto sempre meglio che lasciarlo a quelle bestie degli spagnoli. E' allora che ho cominciato a collezionare roba, di tutti i tipi, antica, soprattutto. Mi ricorda il Mediterraneo. Il mare vero, dove tutto è sicuramente possibile perché è successo almeno una volta.
Nella scatola si vedevano questi isolani radunarsi a una fiera, tanti, accalcati. Un'anziana signora portava una lettera scritta a penna, vecchia almeno di settant'anni. Porta la lettera in mano a quest'uomo, che sta parlando alla scatola nera. Insomma, lui è inquadrato dalla telecamera. Un uomo distinto la avvicina e le spiega che cosa dice quella lettera. Lei lo sa - la lettera è sua! - ma ascolta paziente e fissa la telecamera anche lei di tanto in tanto. Lui sta parlando alla telecamera, perciò parla così chiaro, con quell'accento perfetto. Lui spiega cosa c'è scritto. Una lettera scritta dal fronte, in Africa. Seconda Guerra Mondiale. E lui racconta, racconta. C'era il generale, si, c'era il deserto, poca acqua, poco da mangiare, nessuna notizia da casa, la sofferenza, la radio. Churchill, certo, alla radio c'era lui. Il lavoro forzato nelle fabbriche, e gli aerei che risuonavano. L'angoscia. E tutti ascoltano, e dalla terza fila in poi chiacchierano e ridacchiano. Lui è uno storico e la signora ha una lettera, e davanti a entrambi c'è la telecamera, dietro una folla di curiosi che è arrivata alla fiera a fare un giro. Sono tutti matti per il collezionismo nell'isola, e allora alla fiera sono in migliaia. E lei non sarebbe in grado di spiegarle così bene, la lettera è di suo nonno, ma lei non sa dire che cosa c'è dietro quella lettera. Si chiede se valga qualcosa, quella lettera. Sono solo io che ci tengo a certe cose? Forse devo buttarla ora insieme ai cimeli di famiglia che la banca mi sfratta e ho già tutti quei pacchi da fare. E invece no, forse, non lo so, vediamo cosa mi dicono. Lei prova un'attacamento che non sa spiegare, e allora va lì, dove c'è questa fiera di cose vecchie. Dopo si fanno altri cinquanta metri dentro la fiera e si vede un vecchio un grammofono, un vecchio signore lo porta a un altro distinto signore, uno storico, o forse un musicologo, o forse un mercante. Il vecchio vuole sapere quanto vale. E lui gli racconta tutto. Il vecchio è contento. Lui vorrebbe sapere cosa ha in casa, ma in fondo non gliene frega neanche tanto. Però se qualcuno gli bussasse alla porta a raccontare. Questo si, questo è bello. Forse anche solo una scatola parlante che bussa con gentilezza. Quali strumentazioni si usavano nel 1910 per ascoltare la musica, e dove si vendevano i dischi, e la gente che si riuniva per ascoltare la musica, al Public House, il venerdì, o a casa del funzionario di banca. E poi vediamo se funziona ancora, si funziona, fantastico! Vale molto, insomma abbastanza, forse mille sterline. La telecamera continua a guardare. Non succede assolutamente nulla, ma è bellissimo. Trionfale. Tutto è assolutamente normale, tranne il ritmo, che invece è geniale. La conoscenza pura dello strumento linguistico, da parte del produttore, assoluta. Uno strumento piccolo e potentisimo. Ma soprattutto piccolo, che non può essere enfatico. Lo spettacolo della piccola curiosità borghese assume dentro quello strumento unico una dignità addirittura epocale per la capacità del manovratore di scomparire con abnegazione dietro la macchina da presa. Questi sono i vostri stupidi vizi, questa è la vostra stupida storia, siete un grande popolo. Collezionate perché non sapete niente. Tutti i popoli non sanno nulla, per definizione, eppure chi meglio di voi sa raccontare l'ignoranza? La pietosa etica di Dickens, la poesia contagiosa di Loach, la rabbia silenziosa di Keynes. Solo i francesi vi hanno avvicinati, ma la loro lingua non ha consentito loro di arrivare a quella vostra ingenua e sorprendente crudezza. L'autore, prima di sparire, si toglie il cappello davanti alla vostra distinta omogeneità, fieri per così poco, contenti per ancora meno. Il piccolo quando resta piccolo diventa confortevole, come un artista di strada che al semaforo gioca per trenta secondi con i suoi birilli. Ti fa sorridere perché ti sfotte ricordandoti quanto tempo perdi, ogni giorno, nella banalità. Se però invece di portare i birilli avesse recitato Pascoli forse saresti passato con l'Alfa Romeo sul suo corpo nonostante il semaforo rosso, per quanto era noioso. La banalità è la più suscettibile delle signore: va corteggiata con cura maniacale.
Chi scompare sa tutto quello che vorrebbe dire, e sa che non potrà dirlo e lo accetta. Sa che nessuno lo ascolta, tranne una sola volta. Come l'attore che sa che deve essere pronto per la scena. Tutto il resto non conta, tutto il resto è vita. Deve conoscere tutti i toni, per usare l'unico giusto. La televisione è banale. Anche l'Art Deco è banale, è decorativismo. L'Art Deco fa cornicioni, non monumenti. La televisione è sottofondo, ma anche il mare è sottofondo. Eppure il mare è musica, non è rumore. E' un tono basso, confortevole. Se i sassi sul bagliasciuga risuonassero come un sax la gente andrebbe in vacanza in val Brembana. Il tono di un cornicione non è il tono di una facciata. Il tono dello sguardo verso un cornicione non è il tono dello sguardo verso una facciata.
La paura del proprio corpo
La sera dopo si mangia pasta e poi patate e pomodori.
Alla TV fanno uno trasmissione sulle persone che hanno delle malattie che sfigurano in maniera orribile il proprio corpo, e in particolare le parti intime. Confesso che non lo guardavo: in fondo avevo una certa fame e avevo l'impressione che mangiare guardando quella trasmissione non fosse ideale. Mangiavo, e ascoltavo. E quel ritmo, ancora, nelle parole che sentivo. Ho cominciato a mangiare veloce, e ho finito ben presto di mangiare perché volevo vedere. Ma devono proprio farli a cena questi programmi? Temo di si. La signora andava dal medico, che la controllava, si vedeva che le faceva la visita, e il medico le raccontava cosa fare. Lei poi veniva intervistata, in seguito, e raccontava che a volte si vergognava della sua malattia, e soprattutto raccontava di quanto si vergognasse quando era ancora ragazzina. Continuano a far vedere, di tanto in tanto, gli spezzoni di girato della visita, con il suo corpo che si vede in primo piano. Poi parla di che lavoro fa, delle sue abitudini, se la ride, la telecamera la accompagna in giro per un po' a fare shopping, e poi si saluta. Si passa al prossimo che per qualche problema ghiandolare pesava qualcosa come duecento chili. Anche lì un po' di spiegazioni scientifiche, un po' di spiegazioni mediche, poi ti fanno vedere quelli dell'ufficio che si occupa di loro ai servizi sociali. Poi c'è lui che magari è triste, lo intervistano. E ancora inquadrano la sua enorme pancia. Ma come fai ad andare in bagno? Eh, ho dovuto mettere un bagno speciale a casa mia, e allora vanno in giro con la telecamera, e l'intervistatrice gli ride in faccia con assoluta naturalezza. Ma lo inquadrano: inquadrano il suo corpo. Impediscono la compassione con un doppio registro: lo prendono in giro esplicitamente e ti mostrano il suo corpo con un ritmo di sceneggiatura e di montaggio tale per cui devi affrontare il problema sul piano pienamente morale. Non puoi fare come davanti all'horror. Davanti agli horror puoi chiudere gli occhi. Ma l'horror non è una categoria morale, è una categoria emotiva. Devi essere in grado di guardare anche il corpo sgradevole, altrimenti non sei un buon cittadino.
La visione di questa trasmissione è assolutamente godibile, è persino divertente. Il ritmo infatti è quello dell'inchiesta, tra la curiosità e l'informazione. Una delle migliori realizzazioni tecniche che abbia mai visto fare con una telecamera, ivi compreso il cinema. La cultura cattolica non l'avrebbe mai consentita. La cultura protestante si consente di affrontare i problemi radicali lasciandosi il gusto di esercitare una conoscenza tecnica perfetta a problemi specifici che essa si ritrova davanti. La diffidenza sociale per la materialità del corpo, ad esempio, uno dei più grandi problemi sociali che grava soprattutto sulla condizione femminile.
La sera dopo cosa ho mangiato? Non me lo ricordo.
Non posso ricordarmelo, perché mi ricordo la trasmissione che facevano sulla scatola nera e questo ricordo oscura il resto. Avevo quasi le lacrime, ma di gioia. Non era una trasmissione sulla musica, era una trasmissione sulla Musica, sullo studio delle emozioni-vibrazioni. Schubert, e il suono minaccioso di un basso interrogativo. Il basso impaurisce perché rappresenta ciò che è grande, e che nel buio può raggiungerci. Il tremolio sugli alti rappresenta colui che è impaurito dal basso. Dialogano. La telecamera va a casa di un compositore, che ti racconta la differenza tra comporre musica per la pubblicità e musica per l'opera. La telecamera va nelle case, nelle biblioteche, nelle discoteche, dicendo poche cose. "La musica deve dare emozioni facili"? E penso al mio Rachmaninov, naturalmente. Io credo di si, io sono della scuola di Verdi e di Rachmaninov. Ma loro mi dicono di no, che non è così e hanno ragione loro, ha ragione la scatola nera. La musica deve trovare emozioni che rimbalzano interne tra le note, e non deve imporre emozioni all'ascolto. E ti dicono Stravinskij, ma pensano già a qualcos'altro, molto probabilmente alla cultura musicale tedesca. Non pensano ai russi, pensano a Ludwig, il grande sordo. A casa di un'altra compositrice, completamente matta che si mangia una sorta di i-Phone collegato alla sua scheda audio per far risuonare il suo palato in una specie di sintetizzatore. "Lo faccio per ottenere il suono del violino con la mia voce, così mi sento più femminile". Follia pura. E poi ancora si fanno spiegare da una pastora che musica ci vuole per fare un bel funerale coi fiocchi, e quella ti fa vedere con quale tipo di offerta musicale riescono a far cantare interiormente le persone al funerale, tirando fuori la loro energia sepolta dal lutto. E poi ancora pubblicitari, musicologi, pessimi talenti da X-Factor monitorati da produttori geniali, ti sciorinano uno studio sociologicamente divertito di perché l'ansiogena scena dubstep londinese sia davvero così ansiogena come sembra. Quando l'ho visto tutto questo era completamente sensato. Ora non lo e più, ora ho solo perso la voglia di ascoltare la musica, perché mi sembra di averla già ascoltata tutta.
Questa è la televisione, quella di prima non so cosa fosse
Ricordo sempre con piacere il giorno in cui inventarono la televisione. Gli isolani hanno di solito due nomi propri e un cognome. Credevo fosse per un senso di affetto che chiamavano quella scatola assegnandole tre nomi, quasi come per riferirsi a una persona. La chiamavano semplicemente BBC. Io non parlo la loro lingua, ma alla scatola voglio bene, le vorrei quasi dare un nome mio, come fanno loro. Come i fascisti che, non so se per affetto, italianizzavano sempre i nomi. Compagnia Radiotelevisiva Inglese