giovedì 23 ottobre 2014

Utopie di una palingenesi democratica

Il Presidente della Repubblica parla come un libro stampato, con il suo monito di oggi come del resto come con i mille precedenti. Eppure, nonostante i suoi limiti, egli è ancora oggi la figura pubblica più autorevole, in Italia.
Dov'è davvero il potere, oggi, in Italia? C'è bisogno, si dice, di una urgente riforma costituzionale. La realtà è che ci troviamo in una crisi strutturale, e che ci sarebbe bisogno piuttosto di un pacchetto di riforme che includa quella costituzionale ma che sia anche, come si sarebbe detto un tempo, costituito da riforme della struttura economica. Si assiste a una vera e propria crisi della democrazia in cui le sirene della democrazia diretta, brandite da Grillo e dai suoi, risultano appetibili per un 'pubblico' politico sempre più vasto. Il tema forte di analisi è quello che si interroga sulla necessità o meno di un ceto politico professionalizzato in un'epoca come la presente.
In un certo senso, si direbbe, quella necessità è infatti svanita. Questo tipo di riflessione ha un senso, anche se genera il mostro della paura in una borghesia abituata ai complessi proceduralismi delle democrazie moderne per come le abbiamo sempre intese, i quali sembrano richiedere un'expertise specifica. Ma il tema vero non è quello della complessità delle procedure che presiedono alla mediazione politica, ma quello della mancanza di un pensiero politico di fondo nelle scelte a cui assistiamo più o meno quotidianamente.
Il punto, in sostanza, è che, secondo i sostenitori della democrazia diretta, noi viviamo in un'epoca di gestione del presente. La realtà è che è proprio in base a questa considerazione che essi sostengono l'inutilità di una visione di fondo, se non nella variazione para-letteraria data dalla dimensione tecnologico-utopistica cui essi in ultima analisi si ispirano.
Tuttavia l'ipotesi 'gestionale' mal si concilia con il quadro geopolitico. E' esattamente questo il punto di fondo. Il fatto, cioè, è che in un'epoca di espansione impressionante dei mercati emergenti, ci troviamo davanti a una zona, quella europea, contrassegnata da bassa o nulla crescita e da inizio di deflazione. Questa situazione segnala una situazione di declino cui bisogna reagire. E la forma di questa reazione mal si concilia con un basso livello di professionismo politico nell'élite dirigente, poiché si tratta senza dubbio di una esigenza di rigenerazione morale, di una visione da lontano della grandezza, una proprietà tipica del ceto politico.
Va in scena, pertanto, la lotta tra due contrapposte utopie. L'utopia di una palingenesi dell'umanità more tecnologico e quella di una palingenesi more politico. In mezzo a queste due utopie, in un paese come l'Italia, il lento crollo del sistema politico e la sua riduzione a una libera associazione di oligarchie costruite dal sincretismo sempre più evidente tra sistema finanziario e sistema mediatico.

martedì 7 ottobre 2014

Democrazia e cartellonistica

Un mio vecchio post dedicato al mitico Giovanni Floris, ripescato dai miei confusi archivi




Come i più annoiati e disillusi consumatori di politica-spettacolo avranno già prontamente osservato, poche cose sono così scarsamente informative e così sistematicamente confusionarie quanto i cartelli che vengono mostrati a Ballarò dal conduttore Giovanni Floris a segnalare, di volta in volta, la proposizione da parte di quest'ultimo di un nuovo argomento di conversazione da somministrare ai malcapitati ospiti. Innanzitutto, il loro carattere evidentemente raccogliticcio consegna al subconscio dello spettatore il fondato sospetto che si tratti di qualcosa di imposto dalle vertigini di un immaginario luogo di potere mediatico fino alla cabina dell'inerme regista che avrebbe poi l'obbligo di mandarlo disciplinatamente in onda. Il colore eccessivamente acceso che fa da sfondo alle scritte attrae poi l'attenzione più del contenuto delle stesse, per il quale viene usato un font di una tale rara tristezza che qualunque amministratore delegato ne riserverebbe l'uso unicamente a momenti particolarmente drammatici, come per una comunicazione aziendale di avvenuta cessione delle attività. Ma a farla da padrone è l'assoluta incoerenza sintattico-semantica del contenuto dei cartelli, solitamente suddiviso in tre o quattro tranche di testi scarsamente conciliabili fra di loro. Non sarebbe improbabile, dunque, trovarvi quanto segue:

IMU, abolizione entro Dicembre 2013-2014 da approvare nel Consiglio dei Ministri, che faranno essi stessi domani.

TARES, abbiamo noi deciso tutti insieme di introdurla dal 2015 ammesso che Forza Italia, i paninari e Forza Maggiore ci diano una mano, ma in ogni caso costerà 2.4 euro al bimestre per ogni italiano che non risieda in Germania o in Austria o 2.5 euro per ogni tedesco che non abbia risieduto in Italia o in Austria negli ultimi due anni.

"Le tasse vanno pagate", sostiene il "PD". Il Partito Democratico è un'associazione di persone libere. La libertà è il contrario della necessità (secondo "Kant"). La necessità è di pagare le tasse, sostiene Papa Bergoglio in un'intervista ancora da pubblicare in un giornale ancora da fondare. Il cerchio si chiude, sostiene il "quadrato".

Saccomanni va in ferie prima, quest'anno, e si ferma in Autogrill a far fare la pipì ai suoi bambini. PIL +2.5% su base tendenziale trimestrale occipitale.

Ciascuno dei pensieri raccolti nei cartelli non soltanto sembra scritto da una persona diversa, ma anche, se possibile in maniera più inquietante, da una sola persona in vari momenti diversi della propria vita o quanto meno della propria giornata. Chissà che cosa avrebbero voluto dirci, se potessero, i cartelli di Giovanni Floris, quanti segreti nascondono che non saremo mai in grado di disvelare.
C'è da notare, infine, che l'esposizione dei cartelli durante la trasmissione non ha per lo più niente a che vedere con la conversazione che accade in trasmissione in seguito all'esposizione dei cartelli stessi. Questi ultimi vengono letti troppo velocemente perché se ne riesca a metabolizzare l'enigmatico significato, e hanno per altro un contenuto internamente troppo eterogeneo perché l'interlocutore riesca a trarne un qualche spunto senza essere imbrigliato nell'enorme mole di messaggi subliminali che da essi selvaggiamente erutta. 

venerdì 3 ottobre 2014

Correva l'anno

Come volevasi dimostrare la leadership personale di Renzi sta indebolendo enormemente il suo stesso partito (-400000 iscritti) anche se sta rafforzando la propria posizione. Dal punto di vista dell'equilibrio del sistema politico, perciò, siamo in piena onda di dissoluzione poiché anche l'ultimo dei partiti organizzati va nella direzione della smobilitazione di massa.
Ma questo punto di vista da me citato ormai non esiste affatto, o quanto meno non tra gli attori politici. Le tracce della sinistra istituzionale e migliorista italiana sono ampiamente evanescenti. Nessuno, perciò, si occupa della tenuta del sistema, ma tutti si occupano esclusivamente di posizioni personali o, nel breve periodo, partitiche (visto che i partiti sono tutti partiti personali a vocazione carismatica, con la parziale eccezione di compagini relativamente piccole come la Lega e, se esiste ancora, SEL). 
In questo contesto è facile, anzi facilissimo prevedere scossoni, ed è facile vedere che il Partito di Renzi, come lo definisce Ilvo Diamanti, è un partito che sempre più ha una testa molto grande ma delle gambe sempre più deboli su cui camminare. E' prima di tutto la credibilità di Renzi nel concerto europeo ad esserne minata, anche se in Europa possono tranquillamente notare che il Partito Democratico è ancora l'ultima imitazione di partito vero di governo che esista in Italia. Non avrebbe senso, perciò, indebolirlo ulteriormente, ma semplicemente ci si limiterà a dettare il compito all'Italia dall'estero, come già il duo Merkel-Juncker fa da tempo, nel contesto generale di uno scarso peso del Partito Socialista Europeo rispetto all'ala più conservatrice della politica europea.
Il problema ulteriore che emergerà sempre di più e che in Europa percepiscono largamente è che il doppio binario di legittimità posseduto dal premier (primarie più elezioni europee) non è sufficiente perché il mandato di Renzi non è stato sancito da una tornata elettorale di tipo politico. E useranno quest'arma sempre di più, forse per spingerci all'agognata riforma istituzionale che per altro non avremo finché avremo compagini politiche così disorganizzate. 
Due possibilità: il modello bipartitico americano, assolutamente non radicato nella storia del paese, se non nei suoi venticinque anni di declino e un sistema per così dire neo-proporzionale. Questa scelta è prioritaria persino rispetto alla scelta dei modelli istituzionali di riferimento: parlamentarismo o presidenzialismo. E' prioritaria, almeno, per la sopravvivenza di un movimento riformista nel paese.
Prima di una vera riforma del sistema politico, insomma, non si andrà da nessuna parte, se non semmai a sbattere. 
Correva l'anno 2014, settimo dallo scoppio della crisi finanziaria.