giovedì 26 settembre 2024

La Grande Guerra e la democrazia.

 Eventuali soluzioni sbrigative ai gravissimi problemi sorti nei due principali focolai del disordine mondiale, l'Ucraina e Gaza, favoriscono unicamente l'avvicinarsi reciproco tra le potenze totalitarie, anti-democratiche e bellicose, a Est: Iran, Russia, Corea del Nord e soprattutto Cina. E questo è molto pericoloso se la finalità è evitare un conflitto su larga scala.

Impedire la creazione di un asse totalitario che unisca quei quattro paesi e potenzialmente altri dovrebbe essere la prima preoccupazione dei paesi che si autodefiniscono democratici, molti dei quali, se non tutti, lo sono per altro solo in parte. Invece pare che le preoccupazioni siano altre e di più piccolo cabotaggio. Peccato, diciamo così.

La democrazia non è un'etichetta che si attaglia ad alcuni e ad altri no, ma un processo, e una visione idealizzata della società, virtualmente impossibile da raggiungere, e incorporante un benché minimo elemento di retorica, qualunque società sia presa in esame. Ritenere che il mondo sia diviso tra buoni e cattivi facilita esclusivamente la dinamica presentata in esergo di associazione guerresca tra i peggiori. Negli USA c'è la democrazia? In parte. Ci sono molte paurose diseguaglianze, metà del paese aderisce a idee apertamente fasciste, ci sono più armi più o meno legali in possesso di privati che abitanti, eccetera eccetera. L'Italia è una democrazia? In parte. C'è un governo votato da un'esigua minoranza degli aventi diritto che è fascista e sono passate leggi e pratiche liberticide negli anni recenti che hanno diminuito una serie di garanzie come per esempio la libertà di stampa, o che stanno distruggendo i presidi di libertà come la scuola pubblica, o che hanno diminuito la libertà personale, come dichiarando che pratiche assolutamente normali siano "reati universali". In Israele c'è la democrazia? In parte. C'è un governo fascista votato dai cittadini che porta avanti l'apartheid verso gli arabi-israeliani e che organizza quotidianamente un genocidio a Gaza e una guerra a bassa intensità altrove.

In Russia c'è democrazia? In parte, molto piccola: c'è consenso più o meno coercitivamente indotto sulla politica estera sostenuto da argomentazioni piuttosto ragionevoli di geopolitica, e ci sono votazioni periodiche, mentre per tutto il resto degli elementi fondamentali no.

In Iran e in Cina c'è democrazia? Molto probabilmente no, in quasi nessun aspetto. C'è un consenso, probabilmente scarso nel primo caso, nonostante pratiche elettive, meno scarso nel secondo, o una cultura consolidata del conformismo. Per tutto il resto no.

In Corea del Nord c'è democrazia: no.

La democrazia non è una gara per scoprire chi è più bravo, ma esclusivametne una bussola per i cambiamenti necessari. Chi pensa di dominare col terrore, cade. E' il caso emblematico di Israele, uno Stato che difficilmente esisterà tra otto-dieci anni se nulla cambia drasticamente. Supponiamo che la popolazione israeliana del nord del paese sia soggetta al lancio di venti razzi al giorno da Hezbollah. Questa è una minaccia intollerabile per la sicurezza? Può essere, ma la minaccia non fa che aumentare se si fa crescere il risentimento anti-semita e anti-israeliano in una popolazione araba, turca e persiana che è cento volte superiore a quella di Israele, e in altri soggetti esterni ma che assistono a quanto sta avvenendo con crescente rabbia e sconcerto. Non c'è alcuna possibilità che Israele continui a esistere se terrorizza i vicini e i propri stessi abitanti, fino al punto da far sospettare che lo Stato di Israele non dovrebbe neanche esistere, quando questo sospetto è diffuso su miliardi di persone. La lezione della storia è chiara, e anche il buon senso lo è.

Presto o tardi, i nodi verranno al pettine. E come si può pensare che non lo stiano già facendo, se ventimila minori sono stati uccisi in dieci mesi in una città di due milioni di abitanti come Gaza?

Per quanto riguarda l'Ucraina, la questione è più complessa. Come si fa a sapere quanta fatica farebbero due abitanti medi del Donbass e della Crimea a dirsi l'uno russo pur non sentendosi immediatamente tale e l'altro ucraino pur non sentendosi immediatamente tale? E' molto difficile, ma è questo che va misurato, e non altro. Ci vorrebbe, per dir così, una votazione tenuta in un regime di sicurezza e protezione internazionale, che è ovviamente totalmente impensabile, perché verrebbe osteggiato e impedito da chi ha paura di perderle, cioè forse addirittura entrambi i soggetti in causa. 

In questa situazione, è ragionevole che vinca di fatto il più forte, e che in nome della pace per decine di milioni di persone e per l'Europa stessa, si sacrifichi qualcosa, come l'opinione di quella che in una parte piccola del territorio ucraino è la parte debole. 

Ci sono altre idee possibili? Senza dubbio. Il campionario delle informazoni storiche e delle critiche possibili alla NATO o alla pretesa putiniana di rappresentare un interlocutore ragionevole è infatti amplissimo. Ma in tutti i casi vanno argomentate, e non esclusivamente sulla base della storia, non esclusivamente sulla base del diritto internazionale, ma anche della logica politica.

In una società globalizzata e connessa dalla tecnologia e dall'economia e con un crescente PIL pro capite per vaste e popolose nazioni, i doppi standard non sono più accettati né dunque accetabili. Tutti stanno a guardare, e giudicano, giustamente. La convinzione di parte preponderante dell'establishment occidentale di essere l'unico giudice del bene e del male è fuori dalla storia. "Times are changing", diceva una canzone.

martedì 30 aprile 2024

Tra fascismi e regimi a-democratici. Il movimentismo e Schlein.

La situazione internazionale è di tensione alta, altissima su alcuni fronti di guerra e attorno ad essi. La tendenza della politica nei paesi di area culturale occidentale è indiscutibilmente verso il fascismo. Il paese con resistenza istituzionale e di cultura politica più forte a questo è probabilmente la Gran Bretagna, almeno nel senso che la sua cultura di destra non sembra avere significativi scivolamenti ideologici nel fascismo stesso, per quanto possa considerarsi estrema sotto alcuni aspetti. Col modello francese a rischio di assoluta impopolarità e contraddittorietà sui temi post-coloniali, contraddizioni forse simili a quelle cui si assiste negli Stati Uniti, sebbene con una diversa natura del rapporto tra nazionale e internazionale, e con la precarietà del socialismo spagnolo, con una nube di estrema destra sulla Germania, e con un'aperta degenerazione neoautoritaria in Italia e in altri paesi come, in maniera diversa, meno social-nazionale e più tecnocratica, in Israele. Con la natura certamente, più che nazional-comunitaria, autenticamente nazional-fascista del regime russo. 

L'obiettivo sembra dover essere quello di far scendere le tensioni tra nazioni, per attutire l'effetto che espande il nazionalismo all'infinito coll'acuirsi degli scontri bellici e del coinvolgimento globale in essi. Da questo punto di vista deve essere chiaro che la politica della NATO è disastrosa perché non mira a un ordine, ed è indefinita quanto a obiettivi e a mezzi per raggiungerli. La NATO ha smesso perciò di essere un ombrello di sicurezza, e si è vieppiù trasformato in un ombrello di insicurezza. I movimenti popolari si coagulano attorno al tema palestinese, più che a quello ucraino-russo. La ragione è che nel primo caso vi è una vittima chiara, la popolazione palestinese, e per certi versi lo è per spinte convergenti da parte del colonialismo in taluni casi filo-fascista occidentale e della natura a-democratica, in vari gradi, di quasi tutte le organizzazioni statuali egemoni nel campo delle civiltà orientali, con particolare riferimento alla mancanza di scrupoli democratici o liberali delle monarchie del golfo e del particolare status islamofascista del regime iraniano.

Con la nuova tendenza alla sostituzione del lavoro grazie all'intelligenza artificiale, e più in generale con l'accorciarsi continuo dei cicli che caratterizzano le rivoluzioni tecniche, sale l'attualità di temi come il reddito universale in quanto livello di protezione ultimo dalla povertà estrema e dall'esclusione sociale, a causa dell'impossibilità di mantenere stabili catene di comando imprenditoriali o stabili reti di solidarietà tra subalterni e di realizzare così coalizioni credibili tra capitale e lavoro che producano una cooperazione nel tempo per la maggiore produttività e per un'equa distribuzione, una dinamica che deriva dalla natura stessa del cambiamento tecnologico nella direzione della vorticosità. 

Si profila perciò un periodo reazionario-rivoluzionario, privo di riforme e che tenderà a esplodere come tenderanno a farlo le tensioni sociali.

Per tutti i motivi evocati, i processi di soggettivazione assumono una dimensione fortemente internazionale, ed essere dentro i movimenti diventa fondamentale. Nessun nemico a sinistra, di fronte alla tenaglia tra fascismo e a-democrazia orientale. Torna di moda il tema dei "fronti popolari", mentre lo stesso Stato del benessere finisce per diventare superfluo o nei fatti inoperoso rispetto alle nuove esigenze di alleanze vaste e dal basso per una riscossa civica, intellettuale e morale, guidate dall'idea d una collettivizzazione dei beni comuni e di una reciprocità nelle reti economiche e sociali.

La guida di un movimento internazionale di resistenza può essere più facilmente assunta da testimoni e protagonisti del movimento stesso e non perciò eterodiretta o deviata, quanto più tale movimento risulta estraneo alle macchine burocratico-statuali e finanche a molte macchine partitiche, come accade in questi mesi. Il governo spagnolo è forse l'unico o il principale residuo baluardo contro la netta de-statualizzazione delle forze del progresso nell'attuale scenario. Si preannuncia una classe dirigente prossimamente figlia più della militanza pura che dell'equilibrismo dirigenziale, nonché più dell'abilità oratoria che di quella amministrativa. Elly Schlein è perciò, per attitudine e formazione culturale, la persona giusta al posto giusto, se saprà separarsi o almeno mostrarsi emancipata dalla prospettiva sionista e da quella rigorosamente atlantista come non è riuscita a fare fino a questo momento. Del resto è in un partito dove non si viene ricordati per le proprie posizioni, normalmente, ma per le proprie prudenti rinunce a sostenerle.

 

  




mercoledì 17 aprile 2024

Cause ed effetti. Canfora e quelli come Netanyahu

La libertà è raramente o solo lentamente lo strumento del progresso, mentre più spesso ne è il sigillo o la manifestazione finale. Allo stesso tempo, essa è l'ultima a sparire nel regresso, ma la sua mancanza non è affatto il sintomo fondamentale dell'arretramento civile, essendo quest'ultimo piuttosto nell'emergere dei molteplici ingredienti culturali del fascismo, se visti sufficientemente alla radice e da lontano.

La situazione politica in Medio Oriente, oggi sull'orlo della guerra su vasta scala, non dipende in ultima analisi dalla teocrazia iraniana, né da quella rappresentata da Hamas, sebbene anch'esse siano due forme pur piuttosto diverse di islamofascismo, ma dagli effetti di fatti storico-politici e a squilibri socio-economici altri. La situazione politica in Medio Oriente è determinata perciò molto maggiormente e prioritariamente da una condizione morale e materiale inaccettabile, quella dei palestinesi collocati dentro e fuori Israele. Non che la minaccia all'esistenza dello Stato di Israele sia marginale. Ma il problema di fondo è che le ragioni fondamentali della presenza oggi più credibile di tale minaccia sono ancora una volta situate nello Stato di Israele, e nella sua politica governativa che tende a inimicarsi le monarchie del golfo e la Turchia tanto quanto la già anticamente ostile Repubblica Islamica. Israele (o il suo governo) è cioè in se stesso a causa della radicalità e dell'estensione dell'ampio movimento di opinione islamico che gli si oppone esistenzialmente, ed è altresì a causa delle condizioni materiali che provvedono a che tale movimento possa alimentarsi in alcuni territori in particolare. Israele è perciò prima di tutto causa. Naturalmente la causa non è come tale soggetto di colpevolezza. È però soggetto principale di un'azione di risarcimento possibile, o di riequilibrio geopolitico. Israele è infatti la maggiore potenza regionale, per molti versi, ed è sostenuta dalla maggiore potenza mondiale, sotto ogni punto di vista, gli Stati Uniti. Lo Stato di Israele è, pur con alcuni distinguo da fare e segnalati recentemente da Amnesty International, una democrazia. Se ci si concentra su Israele per trovare soluzioni, è perché è principalmente da lì che possono venire, ed è principalmente da lì che debbono venire. Per questo si chiede a Netanyahu o a chi ricoprirà il suo autorevole scranno più di quanto non si chiede a Khamenei, che è un chiaro oscurantista anti-illuminista che non verrà presto sostituito da nessuno, presso il suo autorevole ma più che altro autoritario scranno. Quello che si chiede è di non aderire alla logica della guerra, ma contribuire a smascherarla con il ritiro unilaterale dai territori occupati in Cisgiordania e prima ancora il ritiro da Gaza. Solo i più forti possono fare atti di generosità, e non reagire in maniera meccanicistica a provocazioni, solo essi possono, ma di conseguenza devono fare questo, laddove è in gioco un effetto boomerang che distruggerebbe lo stesso Stato di Israele molto probabilmente. Risulta inaccettabile all'opinione pubblica mondiale, infatti (che a quanto pare esiste ed esisterà sempre di più). che ci si concentri prioritariamente sul destino di un centinaio di ostaggi, questione pur molto importante, quando un'intera popolazione in Palestina è ostaggio delle bombe e dei soprusi quotidiani tanto che quindicimila minori sono stati uccisi in sei mesi. Ma è ancora più inaccettabile che si affermi di concentrarsi su quegli ostaggi israeliani quando in realtà li si ignora totalmente e li si usa per coprire una posizione genocida o di pulizia etnica.

Il fascismo è un fenomeno tipicamente europeo e in ogni caso tipicamente occidentale, che ha radici ideologiche nel vittimismo storico rivendicativo, nel nazionalismo, nel razzismo e nel sessismo. Trump è strutturalmente fascista. Netanyahu lo è de facto - è di un'estrema destra illiberale - e cioè per quanto lo si possa essere in una società colonialista per motivi sofisticatamente religiosi e di fatto ricadenti su separazioni etniche al limite dell'apartheid e al contempo ad altissimo livello di istruzione e di idealizzazione del proprio ruolo egemonico. Meloni è strutturalmente fascista - forse non neonazista. Il processo a Canfora dimostrerà presumibilmente che Meloni non è neonazista, ma dimostrerà altresì che è fascista, e sarà presumibilmente uno spettacolo di retorica e analisi culturale mondiale con buone probabilità di illustrare cose impostanti relativamente a quanto sta accadendo e potrebbe ben diventare il processo del decennio. Processo al fascismo, e non certo a Canfora. Che potrebbe semplicemente avrebbe sbagliato il suo giudizio storico. Per molto più di questo, si riceve una pacca sulla spalla ai convegni e si ritarda di un anno o due la propria promozione accademica, in un sistema democratico. Per meno di questo si può finire in galera, ma solo in un regime totalitario e totalmente illiberale. La causa dell'accusa di Canfora di neonazismo al primo ministro è l'elezione da parte degli italiani di un primo ministro fascista unita all'enfasi retorica eccessiva di Canfora. La causa è proprio questa, e l'effetto della querela che è giunta a Canfora per tale accusa sarà non altro che l'evidenziazione urbi et orbi di tale causa.

In buona sostanza la cosa più vicina a una causa di quello che stiamo vedendo in vari contesti è l'affermarsi del fascismo nel mondo occidentale o autodefinitosi tale, e la lotta contro questo fenomeno, nella sua limpida identità, che assume per lo più i connotati dell'organizzazione politica sistematica a sinistra, è il dovere più alto di qualunque cittadino e di qualunque persona oggi nel mondo. Perché l'Occidente guida - ancora - il mondo. E lo guida molto male, da molto tempo. Non il fascismo come reazione al rischio comunista, come è stato detto superficialmente da qualcuno con riferimento al Novecento, ma, oggi più che mai, oggi che il comunismo è un lontano ricordo, nelle sue fattezze tradizionali, appare evidente come la struttura organizzativa internazionale (quello che in altri termini possiamo definire il radicamento popolare del pensiero di Marx o delle sue conseguenze intellettuali) dei subalterni sia una risposta e allo stesso tempo una lente di ingrandimento per cogliere la natura del fascismo nel tempo e di conseguenza per porre le basi per contrastarlo. Si è ritenuto per molto tempo che il benessere avrebbe spinto le società verso un'apertura. E probabilmente era anche vero. Il problema è cosa succede quando non ci sono possibilità nella distribuzione delle risorse mondiali per alimentare ulteriore benessere. Solo l'organizzazione quanto più congeniale dei subalterni può contrastare il regresso fascista, nelle condizioni mondiali di un arretramento del tenore di vita o di una cattiva distribuzione delle risorse o di una distribuzione di risorse sempre più limitata rispetto all'aumentare della popolazione.










giovedì 4 aprile 2024

L'attesa. Iran, Russia e tempi morti.

  La guerra è una lucida, implacabile follia.

Se l'Iran attaccherà con una pioggia di missili Israele, come paventato, la situazione peggiorerà solo un po' più rapidamente. 

Bisognava consentire a Mosca una via di uscita a ovest dalla crisi. La si è trasformata in una provincia dell'Asia, moltiplicandone il livore e il senso di spaesamento etnico e culturale. Per guadagnare l'Ucraina all'Europa, abbiamo perso la ben più rilevante Russia.

Alla Russia va posta ora, domani, la possibilità di una partnership, visto che non può essere risucchiata nel sistema istituzionale europeo né potrà mai esserlo. È ovvio che ciò è esattamente il contrario della nostra politica, ma la nostra politica è anche il motivo per cui i partner europei di Russia Unita hanno così tanto credito: Salvini, Le Pen, e chissà Orban. Una politica senza sfumature non fa che rinsaldare i nemici e sfiduciare gli amici: è esattamente quello che stiamo facendo.

Abbiamo non più di qualche settimana per boicottare questo suicidio assistito dell'Europa, se l'Iran ci darà questo tempo. Non c'è più leadership in Europa, non c'è più discernimento. Chiudere alla Russia è stato un inutile favore agli Stati Uniti, un favore per altro di breve respiro. L'Occidente si è perso quando ha creduto di essere un'entità autonoma. Di Occidenti ne esistono infatti molti, e messi insieme coprono buona parte delle possibilità aggregative per società complesse e popolose. L'Occidente esiste se si pensa mondo, muore se si pensa impero. I legami economici e culturali di Gran Bretagna, Francia, Spagna, Belgio e altri con i paesi ex coloniali sono uno dei nerbi di quella mondializzazione dell'Europa che non è un fatto fondamentalmente politico ma una conseguenza della diversità di comunità e di gruppi che popolano il Vecchio Continente. È un'estroflessione di ciò che trabocca legami, fagocitando e imponendo relazioni con l'esterno.

Si pone e si porrà vieppiù un problema: gli Stati Uniti sono i principali responsabili dello scellerato allargamento NATO che ha portato a tutto questo, ma essi rappresentano altresì la nostra cortina di protezione dalla tirannide. Questo pone il più alto conflitto: quello con noi stessi. Per questo molti a sinistra auspicano di fatto una vittoria di Trump nelle elezioni americane: un modo seppur paradossale di invertire una tendenza alla coerenza diatruttiva nella politica estera americana. Vincesse Trump, ritroveremmo noi stessi? Può essere. Non possiamo permetterci il disarmo, e non abbiamo tempo per il riarmo. Ci possiamo permettere ancora per un po' un lusso, però, che molti hanno già perso da tempo: il lusso della politica, della distinzione, dell'elaborazione. O saremo in grado di ritrovare questo, all'interno dell'opinione pubblica, e tutto fa pensare che non ce la faremo, o sarà semplicemente guerra. Tutto, ancora, dipende da noi. La vita sociale e la morte individuale sono tali per cui chi sa quando è tempo di mettere in gioco se stessi e chi è disposto a difendere la prima fino al costo della seconda meriterà la gloria. Questa legge tocca qualsiasi epoca, compresa quella in cui l'illusione poststorica si è sciolta in pochissimi anni come neve al sole.