domenica 11 dicembre 2016

I migliori. Una nuova repubblica

Meritocrazia è la parola d'ordine della terza repubblica. E la filosofia è la parola che resta sullo sfondo di questa trasformazione. Siamo di fronte all'avvento di un nuovo illuminismo. La politica è stato recentemente l'unico settore della produzione nel quale le decisioni venivano realmente prese dai clienti e non dai produttori stessi. Questa eccezione sta per terminare.
L'avvento al potere dei Cinque Stelle, ritenuto da molti probabile, porta già in auge il tema del merito, ma sarà la loro effettiva eventuale vittoria a definire questa tematica come quella decisiva, riportando le lancette della storia indietro al biennio 1943-1945, quello del merito acquisito in battaglia.
Il problema sarà, in altre parole: chi deve governare? Impostato in termini di antropologia e sociologia: quali classi di persone, quali tipi di persone, quali forme di organizzazione? La risposta è: i migliori. Ma perché questa risposta ha a che vedere con la filosofia?
L'architettura dei sistemi di credenze su base sociale è tale per cui la fiducia viene accordata alle persone, e non alle idee, o comunque alle idee soltanto in quanto vengono rappresentate da persone nelle quali crediamo. Le idee, gli stili, determinano la personalità pubblica di ciascun esponente della classe degli intellettuali. Le verità scientifiche costituiscono una percentuale irrisoria di quanto gli stessi scienziati conoscono e tengono per vero. Figuriamoci gli altri. Il sistema di circolazione delle informazioni, all'interno della nostra specie, è incredibilmente più sofisticato di quanto molti esponenti del positivismo sembrano pensare. Di fatto, noi ci affidiamo continuamente a opinioni cui crediamo de relato. L'esposizione pubblica delle fonti dell'autorevolezza, e cioè il fatto che chi è realmente in grado di influenzare sia conosciuto per il suo reale ruolo sociale svolto, è una conquista moderna, molto difficile da mantenere. Si tratta, in un certo senso, della stessa democrazia, ma vista sotto la luce della meritocrazia.
Chi sa, influenza (gli altri). Ma anche, più sottilmente: chi pensa, influenza. Più indirettamente, più profondamente, in maniera più cogente. Perciò no, uno non vale uno. La società è una macchina fragile e complessa, costruita attorno a istituzioni (educative, di cura, di protezione). Istituzioni che precedono i sistemi politici stessi, e che ne costituiscono la base imprescindibile. 
Chi non sa nulla, non può nei fatti guidare il paese. Non può, non "non dovrebbe". Quando questo diverrà chiaro a tutti, il problema del merito in politica esploderà immediatamente e divorerà gli altri. E il cerchio delle tre repubbliche si chiuderà. 
Bisogna, in qualche modo, trovare i migliori. Non candidandoli a qualcosa, ma trovandoli con la sicurezza di averli trovati, e lasciando poi che essi trovino se stessi. Un lavoro complesso. Il lavoro dei partiti. Attraverso reti, certo. Ma anche attraverso una visione del mondo che non può essere l'unica visione del mondo e che sa di non esserlo. Attraverso un'ideologia, e cioè un corpus limitato di opinioni circa la struttura morale e intellettuale del reale, di fatto generato dalla lettura e dall'interpretazione dei grandi classici. La filosofia è così il vero terreno attraverso cui la struttura morale e intellettuale di quello che in età moderna fu il ceto aristocratico si trasmette al popolo e attraverso il popolo torna a influenzare le élites.
La filosofia è il grande ricambio che anima il mondo. Al di là di essa, solo le élites, e i loro forse autoreferenziali, ma perfettamente funzionali, linguaggi. Le gallerie d'arte, i salotti, le grandi ville. Il fascino dei luoghi dove avvengono conversazioni indimenticabili.
Le biblioteche, di fatto, si sostituiranno alle sedi dei partiti. Per una nuova struttura del sistema politico. I grandi centri intellettuali della sinistra sono i centri, al momento ancora urbani, dove la vita del sottoproletariato si incrocia in brevi momenti con la vita delle élites, producendo stili di vita unici per contradditorietà e pregnanza sociale. La frequenza degli scambi, la frequenza degli incontri con il diverso.
Eppure è proprio dalla solitudine che nasce la forza di trasformare il presente. 
Il problema del merito sarà allora quello di individuare il giusto equilibrio tra ascesi e politica. La costruzione di un dibattito che si svolga sotto lo sguardo della storia. Il dibattito sulle grandi idee. Questa è la funzione delle grandi istituzioni, per la rinascita di una Weltpolitik italiana o italo-europea.

martedì 6 dicembre 2016

In data odierna. Il totale suicidio politico di Renzi e il futuro del Partito Democratico

Il sistema politico italiano si muove attorno alla figura di Grillo e alla repulsione che la maggior parte degli attori politici hanno verso quel movimento, o comunque alla paura che esso suscita. 
Risulta evidente infatti che il principio di organizzazione primario attorno a cui si orienta tutto il sistema dei partiti italiani è il fatto che l'avvento al potere del movimento fondato da Beppe Grillo segnerebbe un punto di fondamentale auto-distruttività di tutto il sistema e quasi di implosione. Ciò soprattutto a causa della non-volontà del movimento di schierarsi sull'asse destra-sinistra, il quale determina irrilevanza e inconsistenza di fronte a tutte le decisioni politicamente dirimenti.
La maggior parte degli attori in campo ritiene del resto che il movimento in questione non sarebbe in grado di reggere le responsabilità, in due maniere: esso finirebbe per cedere strutturalmente, se venisse posto direttamente al potere, e perderebbe consensi in larga misura, se iniziasse a fare accordi sostanziali con le altre forze politiche.
Tuttavia, mentre il secondo processo sembrerebbe relativamente più indolore per la collettività, il primo processo desta eventualmente notevoli preoccupazioni - soprattutto nella destra economica. Il principio di organizzazione della vita politica italiana diventa dunque quello di cercare di causare il secondo processo, cercando allo stesso tempo di impedire il primo.
Da questo punto di vista, la strategia più sensata sembra quella di assegnare al movimento in questione crescenti ma limitate responsabilità, onde evitare che esso arrivi mai ad avere le massime responsabilità. 
Se si guarda al comportamento delle forze politiche, si ha che la destra economico-politica apre politicamente al centro-sinistra, perché ritiene che l'arrivo al governo del movimento di Grillo avrebbe conseguenze estremamente negative sul piano economico-finanziario-istituzionale - il piano che più interessa alla destra economica.
Si ha poi che la sinistra dovrebbe aprire a sua volta al movimento di Grillo, perché è interessata a uno "spacchettamento" del movimento, a una sua diaspora interna, la quale ricollocherebbe le forze su un asse destra-sinistra più congeniale alle motivazioni di una forma di lotta di classe.
Il movimento di Grillo, infine, apre a destra, nei contenuti, senza aprire ad esso in termini di alleanze. Questo perché i movimenti di destra sono eterodiretti dalle forze economiche. Non hanno bisogno dell'appoggio esplicito delle forze economiche per essere organici a un sistema di potere interno alle classi sociali che si posizionano a destra, e non hanno bisogno di sostenere esplicitamente quelle forze per sostenerle di fatto, perché tale sostegno non è legato a processi di soggettivazione.
Questa dinamica - destra apre esplicitamente alla sinistra, sinistra apre esplicitamente a Grillo, Grillo apre implicitamente a destra - sembra essere una dinamica perfettamente razionale da parte di tutti gli attori in campo. 
Essa produce un sistema autenticamente tripolare con incompatibilità tra tutte e tre le forze e quindi non-governabilità, nell'attesa che si verifichi l'implosione o lo svuotamento del movimento di Grillo, che tutti - compreso, probabilmente, il movimento stesso nella persona dei suoi ideologi - associano all'assunzione da parte sua di crescenti oppure massime responsabilità.

Le azioni di Renzi costituiscono in questo contesto un suicidio politico, in senso stretto. Renzi, infatti, invece di aprire a Grillo, lo sfida sul terreno elettorale - il terreno che è più congeniale a quest'ultimo. Grillo, in sostanza, è soltanto in grado di prendere voti - non sa fare null'altro, in politica. Eppure Renzi lo sfida proprio su quel terreno, ovvero l'unico che potrebbe permettere a lui di vincere, tra i mille possibili.
Questo comportamento introduce una completa irrazionalità nel sistema e soprattutto aliena alla sinistra il sostegno strutturale della destra che abbiamo descritto. La destra, cioè, cercherà di egemonizzare il movimento di Grillo dall'esterno - con un'influenza mediatico-economica, mentre si ristrutturerà al suo interno per porsi in condizione di portare avanti una sfida completamente populista, nella retorica esterna, e cioè, nel contesto italiano, anti-governativa.
In tal modo, Renzi ha ottenuto il proprio completo isolamento politico - esattamente quello che un politico non dovrebbe mai cercare di ottenere.
Davanti al suicidio politico totale da parte del suo leader, cosa farà l'opposizione interna al suo partito?
Renzi sta cercando di spingere quella minoranza fuori dal partito, adoperandosi in un comportamento che rasenta la follia politica, ma questa visione incentrata sulla scissione sarebbe di breve periodo e non appartiene alla cultura politica della maggior parte dei membri della minoranza stessa. La minoranza chiederà, probabilmente senza ottenerlo, un congresso (la ragione per cui non lo otterrà è l'emotività politica, e cioè il fatto che la mancanza di lucidità di visione dettata dalla vicinanza del referendum è tale per cui molti all'interno del partito di Renzi non individuano il nocciolo del problema strutturale che si sta ponendo e continueranno a sostenere Renzi per la mancanza di alternative "visibili"), e si preparerà alla gestione della fase pressoché apocalittica ma piuttosto breve che si dovrebbe verificare dopo la probabile vittoria del movimento di Grillo alle prossime elezioni politiche.



venerdì 2 dicembre 2016

La sindaca Appendino e la TAV

La sindaca Appendino si schiera di fatto con gli anarchici - e, molto più incidentalmente, con gli abitanti della Val di Susa.
Rifiuta di prendere parte a un organismo detto Osservatorio sulla Torino-Lione, con la solita spocchia demagogica che caratterizza tutte le espressioni del movimento politico a cui appartiene, e lo fa a causa della propria contrarietà alla TAV.
La mossa ha in un certo senso persino del politico di razza - ancorché denoti una subalernità culturale imbarazzante. 

Solo due parole su un tema già toccato qui, vale a dire la TAV.
Il processo decisionale che ha portato alla costruzione della TAV è un processo democratico, che passa attraverso l'elezione di organismi legislativi o esecutivi a suffragio universale e l'espletamento di funzioni pubbliche da parte degli eletti. La questione che dovrebbe essere discussa con la valle non è perciò il se, ma il come di tale decisione, con la proposizione di contropartite da parte del governo centrale per rimediare ai danni ambientali dovuti alla costruzione dell'infrastruttura.
A me sembra evidente che ci sono operazioni politico-ideologiche in campo. Da un lato, lo scrittore De Luca è stato ritenuto innocente rispetto all'accusa di istigazione a delinquere, accusa che ha gettato una luce tuttavia sul fatto che egli fosse ritenuto da alcuni probabilmente non del tutto a torto come uno degli ideologi del movimento di contrasto alla TAV. Dall'altro, le forze dell'ordine hanno certamente commesso abusi, che vengono interpretati da alcuni come il risultato di una linea politica di intimidazione voluta dalla questura o più in alto.

Da un lato c'è l'operazione ideologica degli anarchici: fare finta che la TAV ci riguardi tutti - ma che non ci ha riguardato ogni volta che abbiamo votato democraticamente per un parlamento che ha dato poi la fiducia al governo che poi decideva di fare la TAV.

Dall'altro c'è o ci fu l'operazione ideologica della procura: Erri De Luca è un ideologo di un movimento strutturato eversivo - e non un semplice intellettuale isolato come appare ai più.

Chi aveva ragione? Gli anarchici considerano politica l'operazione delle forze dell'ordine, e cioè considerano voluti e non semplicemente episodici gli abusi commessi da esse. La procura considera politica l'operazione messa in campo da Erri De Luca, e cioè voluti i suoi accenni a fatti reali che il movimento di contrasto alla TAV stava mettendo in campo in quanto movimento strutturato e ideologizzato.

Tutti e due hanno ragione, a loro modo, e operano con strumenti che la controparte considera intimidatori. La battaglia politica in corso ha una dimensione che è oltre la mera giuridicità. La struttura politica, da un lato simil-fascista, dall'altro simil-anarchica delle forze in campo, dovrebbe motivare la classe politica dirigente ad atteggiamenti di responsabilità politica. A ragionamenti di sistema e nell'interesse generale del sistema.

Il gesto della Appendino ha così invece l'unico scopo di alzare la tensione, in una situazione che è già di per sé esplosiva. Esso dimostra semplicemente l'irresponsabilità di una classe dirigente, e la non abitudine a usare strumenti democratici e di concertazione-mediazione. La sindaca si schiera con il "popolo", facendo finta di non sapere che dietro al popolo c'è una determinata ideologia anti-stato contro la quale per il ruolo che ella ha dovrebbe agire con spirito di contrasto. In questo modo fa gli interessi della destra, naturalmente. Come sempre fanno i Cinque Stelle, pur partendo da motivazioni spesso di sinistra. La Appendino solleva la paura di chi vede nell'anarchismo un motivo di destabilizzazione, invece di contribuire con la propria carica istituzionale a risolvere i problemi pragmaticamente. In questo modo, mostra di essere una donna di partito, piuttosto che delle istituzioni. Ma di che partito? Di un partito incerto che guarda a destra e agli interessi della destra.
L'ingenuità politica al potere porta quest'ultimo immancabilmente a virare in quella direzione, infatti.