venerdì 22 aprile 2016

L'incompatibilità del Movimento Cinque Stelle con la natura del movimento operaio. Il problema del rapporto tra filosofia e politica

Il Movimento Cinque Stelle nasce da un'idea di azione politica estranea alla tradizione principale della sinistra italiana: un'idea caratterizzata dall'utopia della democrazia diretta e dall'ideale leggermente velleitario di una palingenesi della società civile contro i partiti e contro la casta.
Ora, non si sostiene qui che queste idee-forza, in quanto radicate profondamente nel Movimento Cinque Stelle, non possano un giorno vicino o lontano essere cambiate o sensibilmente modificate, ma soltanto che, fino a che non saranno cambiate o modificate, questa forza politica non avrà le caratteristiche storiche, organizzative, politiche, per sostenere le battaglie del movimento operaio, cui la storia della sinistra è indissolubilmente legata.

Il primo problema, a questo proposito, riguarda l'adesione da parte dei cittadini al Movimento Cinque Stelle. Il movimento, sostanzialmente, accetta tutti tranne, magari, gli aderenti a quella stessa casta che il movimento vorrebbe distruggere. Non esiste cioè una selezione in ingresso in base a valori di riferimento, in base a una cultura comune. 
Non si tratta, allora, di un partito, ma di un generico contenitore politico nel quale tutte le opinioni sono ugualmente ben accette, il che determina conseguenze che non è possibile definire se non disastrose. Il contraltare di questa genericità in termini di cultura politica è infatti allora necessariamente la ferrea disciplina imposta dai vertici, e il risultato di tutto questo mix è che, nella selezione dei dirigenti, viene premiata la fedeltà nei confonti dei vertici del partito, e non il vero merito politico. Poiché, in altre parole, non ci sono idee sulla base del quale si aderisce alla Comunità che il partito rappresenta, si potrà essere premiati o cacciati dal movimento semplicemente in base a dichiarazioni più o meno conformi alle direttive che provengono dall'alto, e non sembra esserci altro modo di valutare la classe dirigente del movimento stesso. 
Si attua perciò una separazione quanto più completa tra la posizione intellettuale dei dirigenti e quella dei semplici cittadini - esattamente il contrario di quanto affermato paradossalmente dal tanto celebrato slogan "uno vale uno".
I dirigenti, infatti, devono sostenere precise tesi su argomenti organizzati come dossier tematici, mentre i cittadini possono dire quello vogliono quando vogliono e come vogliono. Ma c'è un piccolo problema: questa non è la maniera in cui funziona il pensiero umano in quanto pensiero organizzato e indirizzato alla politica. In generale, infatti, il pensiero umano, quando si avvicina a una riflessione su faccende di interesse pubblico, si coagula attorno a valori e a interessi che solo in un secondo momento vanno a concretizzarsi in precise posizioni politiche, dettate da una conoscenza dei dati di fondo, da una loro interpretazione personale, e dalla necessità di adeguarsi a regole sociali di limitazione della propria soggettività in base a ruoli pubblici.
Tale discorso ha purtroppo a che vedere con nozioni di pedagogia e filosofia relativamente sofisticate, e che mal si adattano ad essere immediatamente appiattite dagli slogan del populismo.

Il concetto di dibattito interno che si sviluppa in una forma-partito che voglia dirsi rappresentativa del movimento operaio ha dunque una struttura totalmente diversa da quanto accade all'interno del Movimento Cinque Stelle. Il dibattito di un partito che voglia difendere il movimento operaio non è organizzato essenzialmente attorno a dossier tematici, come accade invece nel Movimento Cinque Stelle, ma attorno a differenti idee del cambiamento storico in corso, che si organizzano poi concretamente in correnti più o meno strutturate, a seconda di dati storici e politici contingenti. Differenti filosofie.

La ragione di questo fondamentale dato di fondo organizzativo può essere interpretata in maniera differente, ma il punto centrale è il ruolo della filosofia nella formazione del dirigente politico come unico possibile antidoto all'elitismo spinto e dunque all'oligarchia. 
In primo luogo si ha infatti che il partito operaio autenticamente inteso esprime per definizione classi dirigenti che sono espressione diretta del mondo operaio, e l'unico modo per un membro della classe operaia di entrare in dialogo con le classi dirigenti non politiche è la pratica dello studio approfondito, ma l'unica disciplina mentale che è in grado di fornire gli strumenti per garantire al dirigente politico una capacità di confronto paritario con una pluralità di classi dirigenti non politiche è proprio la filosofia. Ecco perciò che il movimento operaio si organizza, dal punto di vista della struttura cognitiva che esso rappresenta, attorno alla conoscenza della filosofia, in quanto fulcro di un insieme plurale di competenze diffuse. Si badi: nessuno conosce esattamente il significato della parola "filosofia". Il punto è che esistono però somiglianze di famiglia tra tutte le diverse e rivali concezioni della filosofia, tali per cui è abbastanza autoevidente quello che la filosofia in tutti i casi rappresenta. Ad esempio, una conoscenza generalista, ma di ineguagliata profondità. Una capacità di dialogo costante con le arti e con le scienze. Infine, fattore non meno rilevante, un'abilità retorica.

Il Movimento Cinque Stelle è legato a un'idea di disciplina interna che è in contrasto con l'autonomia intellettuale caratteristica di un dirigente politico per come quest'ultimo naturalmente si forma nella vita associata. Bisogna considerare, cioè, che la politica è un interesse che nasce naturalmente e che si sviluppa con l'età, con la crescita professionale, con gli studi, con l'assunzione progressiva di ruoli di rilevanza pubblica. Compito dei partiti è convogliare questa energia, non inculcarla, né negarla. Riconoscerla. I dirigenti esistono a causa stessa della natura della società. Non c'è bisogno di crearli ex nihilo o di negarne l'esistenza. 
L'attività di guida politica viene di fatto continuamente esercitata da membri delle professioni, da legislatori, da magistrati, da giornalisti, sindacalisti, sia che questi rivestano ruoli nominalmente politici sia che non rivestano questo tipo di ruoli. Compito dei partiti non è quello di andare a favore o contro qualcuna di queste categoria, ma di organizzare il dibattito interno fra queste categorie in una maniera produttiva per la società. In gran parte, questo dal punto di vista democratico coincide con l'attribuire ruoli pubblici nominali a chi di fatto riveste già ruoli pubblici ma che non ha avuto un'investitura pubblica che sancisca tale funzione intellettuale. Il problema del movimento operaio, perciò, non è quello di costruire candidature a cariche pubbliche dal nulla - e cioè attraverso l'abuso del contributo che i media normalmente dovrebbero dare alla costruzione di una candidatura. Il problema del partito operaio è quello di individuare le persone che in base alla propria storia politica e alle proprie competenze hanno più probabilità di portare avanti valori e interessi legati al movimento operaio stesso in battaglie concrete.

Ecco perciò che il problema del Movimento Cinque Stelle rispetto al movimento operaio, e cioè il suo non essere fino a questo momento accettabile come punto di riferimento del movimento operaio, è che il primo non esprime alcuna struttura filosofico-cognitiva-organizzativa in grado di rispondere al problema: come portare un membro della classe operaia a contribuire in maniera dirimente alla direzione della società? Come si forma una classe dirigente politica che sia all'altezza, in termini di forza e di competenza, delle classi dirigenti non-politiche (economiche, accademiche, sindacali, giornalistiche, bancarie, ecc.)? Come si garantisce l'adesione delle migliori personalità al partito che rappresenta il movimento operaio, e come si consente il loro progresso sociale, anche come metodo per garantire il ricambio sociale in generale? Come si costruisce, infine, il dissenso interno, in modo tale che esso possa far emergere i migliori, prima ancora che le idee migliori? Che cosa fanno, dunque, i migliori? Qual è il loro stile? E, dunque, come riconoscerne il primato senza assegnare loro un indebito potere?
La politica a sinistra ha a che vedere con un umanesimo: con una concezione idealizzata dell'uomo e della donna, e di come essi dovrebbero essere e apparire.
Questa idea di sinistra ha, forse per qualcuno sorprendentemente, fortemente a che vedere con il liberalismo: solo nella libertà l'uomo è realmente uomo. 
Compito della sinistra non è quello di negare le gerarchie, ma quello di costruire gerarchie di valori, di interessi, e quando necessario anche di persone, gerarchie che siano realmente umane nella loro ragion d'essere.

martedì 12 aprile 2016

La morte di Gianroberto Casaleggio e i nuovi scenari nella costituzione delle élites politiche

Il termini di formazione politica, il Movimento Cinque Stelle, fondato da Gianroberto Casaleggio, ha riportato in auge il nesso tra studio e politica. Tuttavia "studio" può voler dire molte cose differenti, e pertanto questo obiettivo non è sufficiente, anche se costituisce senza dubbio un fatto positivo. In termini di formazione politica, ciò che conta è soprattutto il riconoscimento da parte di un dirigente politico della validità di un'articolata enciclopedia delle conoscenze, e l'adesione all'idea di una circolarità dei saperi. 
L'incrocio di pragmatismo e visione culturale che l'uomo politico deve poter incarnare si realizza attraverso un misto di capacità, che solitamente, in una società industrialmente avanzata, soltanto una lunga militanza politica in un partito strutturato su base burocratica consente di acquisire, unita probabilmente a un'esperienza professionale, ma non sostituita da quest'ultima.
Una familiarità con svariati campi di azione, con le più svariate circostanze pubbliche, con i più svariati campi della conoscenza. 
L'idea utopistica di Casaleggio era quella di sostuire alle élites il popolo. Ma questa idea è incompatibile con il capitalismo e cioè con una società avanzata, e il primo a sapere questo è il Capitale stesso. Il Capitale, tendenzialmente, cerca appunto un confronto-scontro con chi gli si oppone, ma cerca invece di usare a proprio vantaggio chi semplicemente non lo capisce, ed è il caso del Movimento.
Il nesso profondo tra liberalismo, socialismo e capitalismo, è un nesso storico, e cioè che affonda le proprie radici nella storia. 
E' solo, perciò, una cultura storica, una cultura che riconosca il ruolo della conoscenza umanistica, ad aprire la mente alla concretezza nel perseguimento di obiettivi e valori di interesse pubblico
L'emergere dei migliori non può avvenire che all'interno di un gruppo organizzato che si contrappone a un avversario esterno. Non "la società" esprime direttamente i migliori, ma la società-che-usa-uno-strumento-pubblico-chiamato-partito.
Il problema italiano, in termini di formazione delle élites, è che personaggi estremamente potenti si contrappongono nettamente alla formazione di partiti politici a sinistra. L'Italia è diventata cioè il laboratorio politico di una società senza partiti, di una società post-novecentesca, post-industriale, post-identitaria. E lo fanno dando spazio a fenomeni politici passeggeri, che sembrano incarnare superficialmente valori di sinistra ma che di fatto contribuiscono semplicemente a smembrare le capacità operative del movimento operaio.
Il partito politico a sinistra deve operare attraverso differenti cinghie di trasmissione all'interno della società, deve nutrirsi dell'apporto delle élites per esprimere un punto di vista autonomo, e non contrapporsi alle élites, il che è insensato e velleitario.
Per completare un ipotetico processo di trasformazione del M5S in un partito di sinistra, il M5S dovrebbe adottare un pensiero politico storico-critico nei confronti dell'attuale stato di cose, e non semplicemente sposare una determinata "previsione" di ciò che accadrà. Questo secondo atteggiamento è infatti figlio di una mentalità scientista che rasenta l'inutilità politica. 
Dovrebbe inoltre adottare una forma di organizzazione interna che faccia emergere non le idee in astratto, ma il modo di proporle di ciascun dirigente politico, dovrebbe cioè aiutare la costruzione di profili intellettuali di dirigenti attraverso l'allestimento su base continuativa di un dibattito interno sui temi di interesse generale.
Dovrebbe costituire meccanismi democratici che evitino l'eterodirezione politica del partito. Adottare, cioè, una posizione culturale determinata, e perciò allestire alleanze e reti di relazioni con strutture operative che esprimono élites intellettuali o industriali: università, imprese. Fare scelte precise, dettate anche da una visione di politica industriale e di politica culturale.
Dovrebbe infine premiare non semplicemente la militanza o la fedeltà, ma un insieme più complesso di qualità umane e intellettuali, da vagliare attraverso percorsi lunghi e una progressione di incarichi adeguata alla delicatezza di simili decisioni per come esse vengono prese nei contesti non-politici, in un complesso di pratiche decisionali da determinarsi evidentemente dall'alto e non con meccanismi anti-meritocratici.
Ciò che sembra accadere, invece, non va in questa direzione. I soggetti che hanno cultura politica di sinistra guardano in questo momento ad altri soggetti, comprensibilmente, per la ricostituzione di un partito politico a sinistra.