martedì 8 dicembre 2015

Il fanatismo del M5S e il rapporto tra le persone e le idee

La questione della forma-partito è semplice: come mandare i migliori al governo. La politica, perciò, è un'arte, e non è una scienza, ma la domanda sulla scientificità della politica è una domanda filosofica molto seria, che apre essa stessa alla politica come arte.
La scienza della politica è in sintesi il ben vivere: 'eu zen', come dicevano gli antichi. Per fare un partito bisogna osservare ciò che fanno i migliori, e registrarlo. I 'migliori', infatti, difficilmente si fanno dire dagli altri cosa fare. Ma cosa vuol dire 'migliori'? 
Nella misura in cui il potere è sapere, essere i migliori vuol dire semplicemente essere a conoscenza di più cose. E' chiaro perciò che in prima battuta soltanto le classi dirigenti di stampo sociologicamente accademico-imprenditoriale costituiscono la categoria dei 'migliori', perché esse sono semplicemente a conoscenza di più cose e per lo più di cose più rilevanti. Questa è la conseguenza naturale della filosofia del M5S. Secondo loro, infatti, il sapere equivale a una somma di informazioni. Ma questa filosofia - il positivismo - è purtroppo una filosofia sbagliata. Il sapere politico-umanistico è infatti piuttosto uno stile.
Esiste, ora, pure una cosa chiamata democrazia rappresentativa, e un'altra chiamata opacità della conoscenza stessa. Queste due cose sono collegate, nel campo della filosofia e della politica.
Esiste cioè la possibilità di accumulare attorno a una persona la presunzione che si agirà per il bene comune, o la presunzione che lo si sia già fatto, e tale presunzione, anche detta 'consenso', non è una conoscenza, tuttavia è un elemento di potere. 
Ogni politica è radicata allora in una teoria dell'azione e della propaganda. Il 'consenso' si attacca a persone, non a idee. O per meglio dire sono specifiche persone che incarnano specifiche idee, in una maniera tale da far risultare quelle stesse idee, e quelle stesse persone, credibili le une rispetto alle altre. Questa questione è complessa, e attiene alla psicologia cognitiva.
Le persone non credono affatto in idee in quanto tali, ma credono semmai in idee che vengano rappresentate da persone le quali di conseguenza esercitano in questa maniera un'influenza. Il problema della politica non è quello di scegliere specifiche soluzioni ottimali, ma di scegliere dei meccanismi tali per cui le soluzioni saranno in tutti i casi buone o migliori di altre.
Il problema 'come è possibile la politica come scienza?' è allora un problema serio, che vale la pena di essere affrontato. Chi va al governo di qualcosa (e quindi anche chi va all'opposizione di quella stessa cosa) è, fondamentalmente, fuori controllo: è in quello che si definisce come uno stato d'eccezione. 
Ha a disposizione mezzi e persone che sono tali da far sembrare plausibili le cose che fa, o credibili le cose che dice, o spendibili le cose che sa. Questa condizione - quella di avere potere - è una condizione che va analizzata in quanto tale e cioè nella sua assoluta specificità. E' evidente, cioè, che solo alcuni sono adatti a ricoprirla, e cioè in particolar modo chi abbia un fortissimo elemento di autocontrollo determinato dall'esperienza. Ma la natura di tale esperienza va a sua volta analizzata. Costruire classi dirigenti politiche, in qualche modo, vuol dire osservare l'esperienza delle altre classi dirigenti che non sono politiche e prendere ciò che c'è di politico (di orientato al bene) in quelle carriere.
La ragione per cui il M5S non sarà mai una formazione di sinistra, nel senso in cui la sinistra è legata alla filosofia di Hegel e Marx, sono insite nel suo rapporto con la filosofia, e con le conseguenze dell'idealismo e dello storicismo. Il M5S potrà semmai essere vicino ad alcune branche del socialismo positivista, che è però l'avversario polemico principale di Marx. 
Il M5S ritiene infatti che la politica sia una scienza e non un'arte (e per questo si colloca a un livello dello scontro politico altissimo, che lo rende adatto all'esercizio del tipico fanatismo scientista), ma lo ritiene appunto su basi imprenditoriali-scientiste. Il M5S non ha fatto i conti, in altre parole, con la questione aristotelica del 'ben vivere'. Sarebbe infatti adatto a governare solo chi trasmettesse in ogni suo gesto un'immagine di sé che sia coerente con le proprie idee. Questo è in ultima analisi - dal punto di vista della psicologia cognitiva - il governare stesso, e in ciò sta la superiorità etica del governare, come una superiorità di stile. 
Proprio come sosteneva Dewey, un'immersione totale di filosofia e vita. Una questione di filosofia, e non di scienza. Una questione di politica come scienza.

mercoledì 28 ottobre 2015

"Possibile", un processo politico in corso

Riguardo alla struttura del processo costituente dell'Associazione Possibile.
Ci sarà un'assemblea a Napoli il 21 novembre.
Sarà eventualmente un errore - in un'ottica costituente - votare separatamente le questioni tematiche e quelle organizzative-statutarie.
La realtà è che soltanto un'analisi della fase storica in corso potrebbe costituire un argomento attorno al quale costruire utilmente un dibattito e quindi un certo tasso di dissenso da ricomporre poi in un'azione collettiva. 
E' infatti soltanto a partire da un'analisi che è possibile individuare la forza relativa dei differenti punti programmatici che sono già presenti nel cosiddetto Patto Repubblicano.
E' un errore, in altre parole - da un punto di vista costituente - non costruire un vero e proprio congresso, nell'occasione dell'incontro di Napoli.
La qualità della produzione culturale che converge verso il dibattito pubblico è infatti il punto-chiave per la determinazione di una forza nuova della sinistra. In ogni caso, si annuncia il proseguimento della fase costituente nei mesi successivi, il che è comunque positivo, così come è positivo che ci siano veri e propri delegati (è proprio così che funziona la democrazia rappresentativa) già all'assemblea napoletana.
Vedremo come lo statuto sarà diviso in due parti, delle quali l'una è da votare entro la fine di novembre e l'altra a fine febbraio. Le discussioni più importanti, a questo punto, sembra siano state rimandate all'inizio del 2016 anche per il fatto che l'elezione della guida politica di Possibile sembra essere stata sostanzialmente rimandata. 
Così probabilmente si spiega la relativa apertura di SEL a una possibile convergenza con il movimento civatiano: una convergenza innanzitutto sui tempi che saranno necessari, poiché i tempi in politica sono sostanzialmente tutto.
L'operazione del 21 novembre dovrà a questo punto riuscire in un difficile equilibrismo tra esigenza di mobilitazione e procrastinazione delle questioni fondamentali.


mercoledì 21 ottobre 2015

Salus

Guardare il soffitto, farsi richiamare dalla terra. Chiudersi, scemare. Dalla prigionia, la rivoluzione. 
Ma tutto sarebbe stato infinitamente più complicato di così. Non ci sono passaggi meccanici, nell'incedere dell'anima. Ogni sete, è conquista.
Salute, o piuttosto salvezza. Tu, la prima, che fuoriesci, confusa tra mille altre gioie, dallo scontro con le bizzarre banalità della gente. Siamo immersi nella società, come spugne.
Per le strade di Cambridge. Come vi ero arrivato, chissà. E come me ne andai. Tu, la seconda, che discendi, secondo tutti, dalla rinuncia. La rinuncia a capire, prima di tutto.
Tenison Road. Alberi roteanti dal vento. Un mare di sospetti bagnati da un cielo scuro.
Un tessuto troppo pieno di relazioni, di vita. Esplodere, un giorno di un aprile qualunque. Non volersi schierare, fino all'ultimo. Fino a morire di mancanza di coraggio. Perché tutto era colmo, e così tutto aveva un suo accettabile senso. Catturato da ciò che altri amarono, conservai i legami che mi furono consegnati dal tempo. Custode volontario di un'illusione, me ne furono affidate molte altre. Scrutato dagli alti monti, venni trovato esangue a scovare perle nei bassi. 

Ex captivitate salus.  

martedì 20 ottobre 2015

Elogio di Caselli. In difesa della politicità dell'agire giuridico

Grazie alla questione del processo a Erri De Luca, si discute in questi giorni della nozione di sabotaggio ai danni dello stato, e più specificamente della legittimità per un gruppo di persone di manomettere una struttura o un edificio pubblico, o comunque di ostacolare l'esercizio dei pubblici poteri, come atto dimostrativo atto a resistere a una decisione pubblica che si vuole osteggiare.
Ora, la questione rientra secondo alcuni nella discussione sui cosiddetti NIMBY, e cioè sui casi in cui le decisioni pubbliche sembrano andare a discapito degli abitanti di un luogo in particolare rispetto agli altri, ragion per cui gli stessi si sentono ingiustamente vessati da parte dello stato (è spesso il caso della costruzione di centrali nucleari o di infrastrutture di grande invasività sul territorio in generale). 
La questione però non è così semplice: è diversa ed è più complessa soprattutto perché coinvolge attori che non sono toccati personalmente né collettivamente dalla costruzione della ferrovia, e che entrarono del tutto legittimamente a far parte del Movimento NoTav pur non essendo abitanti della Val di Susa.
La questione è quella della legittimità del sabotaggio, vale a dire di una reazione (relativamente) violenta alla decisione pubblica e anche della opposta legittimità della considerazione di tale attività relativamente violenta come eventualmente terroristica o eversiva, in virtù di una considerazione del carattere strutturale e cioè politico dell'organizzazione che ha messo in campo quelle reazioni.
Ora, è chiaro innanzitutto che non tutto ciò che è eversivo è perciò stesso terroristico. Vale invece semmai il contrario: tutto ciò che è terroristico è di fatto eversivo. Prescindiamo tuttavia dalle fattispecie giuridiche e concentriamoci direttamente sui concetti. 
Eversive sono innanzitutto eventualmente le finalità di un gruppo. Terroristici sono semmai i comportamenti che sono poi realmente imputabili.
Vi è, in questa come in tutte le valutazioni, una questione di misura e quindi di opportunità politica.
Se c'è una componente del movimento NoTav che concepisce il problema della costruzione della ferrovia in Val di Susa come una scusa per far accorrere tutti coloro che vogliono paralizzare le attività dello stato in generale, questo è sufficiente a caratterizzare quella componente come eversiva (il che non vuol dire che suoi membri abbiano poi commesso reati). Dal punto di vista delle pratiche politiche, si può dire però intanto che diverse componenti del Movimento NoTav solidarizzano in maniera assoluta con gli abitanti della valle, e cioè nonostante esse stesse non siano interessate in prima persona dai provvedimenti governativi in discussione. La loro, pertanto, non è una posizione politica semplicemente legata al caso più semplice dei NIMBY: è una posizione che, a differenza di quanto accade nei casi più semplici di NIMBY, non ammette una forma di negoziato puramente politico-economico, come accade alle comunità toccate dalle grandi opere, in generale, perché da una parte c'è un negoziatore (lo stato) e dall'altra c'è un altro negoziatore che non ha richieste specifiche (componenti interne al Movimento che non provengono dalla valle, e che interpretano la propria solidarietà nei confronti degli abitanti della valle sub specie ideologica) e che pertanto non è neanche strictu sensu un negoziatore se non in un senso strategico (non è cioè un negoziatore esclusivamente in senso economico).
E' evidente, cioè, che lo stato non può mediare un accordo con chi non è interessato in prima persona alla vicenda come se quest'ultimo fosse direttamente interessato, poiché esso (lo stato) non è in grado di offrire nulla a chi non è in grado di chiedere nulla
Il carattere pertanto di alcune componenti di questo movimento non è quello di un movimento territorialmente localizzato (come nel caso dei NIMBY), ma quello di un movimento ideologico, il che impone allo stato di negoziare secondo modalità che non sono uguali a quelle di una negoziazione con una sua componente interna (con un ente locale), ma che sono piuttosto affini alle modalità con cui lo stato si atteggia in generale nei confronti dei gruppi di pressione che agiscono al suo interno, quando questi ultimi hanno potenzialmente un potere destabilizzante perché hanno richieste non-negoziabili.
Detto, pertanto, che il Movimento NoTav non è un caso (ordinario) dei NIMBY, veniamo a come si dovrebbe atteggiare lo stato nei confronti di un gruppo di pressione quale il Movimento NoTav indubbiamente è.
Da una parte alcune componenti del Movimento NoTav - che abbiamo stabilito avere un rapporto di vicinanza esclusivamente ideologico con il problema reale in questione e cioè non legato a interessi propri da difendere - sembrano volersi accontentare di raggiungere un determinato obiettivo politico (la non-costruzione della ferrovia), dall'altra talune componenti sembrano richiamarsi a un'ideologia che vuole impedire allo stato di esercitare la sovranità in qualunque sua forma (anarchici). Se si dimostrasse che questa seconda componente interna al Movimento è di fatto un gruppo organizzato - e qui non si sta affatto dicendo che tale affermazione è dimostrata -, se ne dedurrebbe senza alcun dubbio il carattere eversivo - il che per altro non comporta che taluni suoi atti siano stati poi terroristici. Se non lo si dimostrasse si dovrebbe invece escludere l'eversività di componenti interne al Movimento NoTav.
Ora, la valutazione politica da fare all'interno dei processi giudiziari in corso è se gli atti di (relativa) violenza che sono stati compiuti sono tali da essere stati generati allo scopo di attrarre un credibile consenso attorno alla seconda componente del gruppo di pressione che abbiamo definito "Movimento NoTav" e alle sue finalità politiche, nella misura in cui quest'ultima componente è - se esiste - certamente un gruppo eversivo.
Chi sostiene che le accuse di terrorismo sono in linea di principio irragionevoli, pertanto, sta sostenendo che non esiste alcuna credibile possibilità che un gruppo di pressione eversivo di questo tipo - che sappiamo per certo esistere in Italia - abbia tentato di infiltrarsi nel Movimento NoTav come sua componente interna, portando alla realizzazione di atti la cui violenza, a causa della loro ragionevole possibilità di attrarre consenso su di sé, aveva un carattere terroristico.
E' piuttosto evidente, a giudizio di chi scrive, che si tratta di un'affermazione totalmente irragionevole, a causa se non altro della storia d'Italia e delle notizie di intelligence che vengono regolarmente fornite in chiaro al Parlamento.
Questo non implica, naturalmente, che sia stato di per sé dimostrato che quelle componenti eversive interne al Movimento NoTav esistono in quanto gruppo organizzato (il che è una questione di fatto) né che, una volta dimostrato che esistono, siano state proprio esse a compiere atti di violenza, che sarebbero poi da giudicare terroristici solo ed eclusivamente, infine, se, come abbiamo detto, l'obiettivo che esse si ponevano in termini di destabilizzazione dell'opinione pubblica fosse ritenuto un obiettivo credibile.
Ma certamente va considerato, dal punto di vista giuridico, il clima politico che si era creato nella stagione storica immediatamente successiva allo scoppio della crisi nel 2008, poiché è quel clima a rendere eventualmente sostenibile l'accusa di terrorismo, in quanto il clima di tensione sociale che si respirava era proprio quell'elemento che rendeva determinate minacce molto più credibili di quanto non sarebbe accaduto in un altro clima sociale.
Lo stato ha perciò una sua ragione specifica per agire, nei confronti del gruppo di pressione denominato "Movimento NoTav", con armi giuridiche e non soltanto politico-economiche, il che vale semmai a dimostrare, per altro, esclusivamente la sensatezza politica di tale azione giuridica, e non certo la verità giudiziaria di una soluzione piuttosto che di un'altra in casi specifici. E' quella che si suol definire come ragion di stato. Può darsi che essa sia ritenuta da taluni incompatibile con l'ideologia anarchica, ma del resto anche lo stato di diritto, in quanto tale, lo è, e questo dovrebbe far riflettere.

venerdì 16 ottobre 2015

Il fenomeno ISIS, le migrazioni, il futuro della sinistra italiana

Il problema che la nuova sinistra italiana dovrebbe cercare di affrontare è in primo luogo una questione di linguaggio politico. 
Oggi, il futuro della sinistra passa anche attraverso la possibilità di far identificare le popolazioni migranti (gli ultimi della società, perché persino privi dei diritti politici) con il cammino dei diritti civili e sociali europeo. Si tratta, perciò, di una sinistra che torni a difendere interessi precisi, interessi di classe. 
Dal punto di vista del linguaggio politico, questo pone vari problemi. Per quanto riguarda le popolazioni provenienti dall'area del Maghreb e del Vicino Oriente, si tratta di persone la cui caratteristica sociologica più lampante è probabilmente il basso tasso di scolarizzazione e al contempo l'assenza di una cultura politica laica. 
La politicità prevalente di queste popolazioni appare pertanto legata da un lato alla difesa di determinati interessi economici, e da un altro lato a un sistema valoriale ancorato a una base per lo più religiosa. Le classi dirigenti che possono "rappresentare" questi interessi non sono perciò per lo più classi dirigenti di estrazione professionale-borghese, e questo pone un enorme problema rispetto alle forme-partito della socialdemocrazia europea per come si sono storicamente determinate nell'ultimo trentennio.
Il fenomeno ISIS è destinato a giocare un ruolo geopoliticamente "progressivo", soprattutto nella misura in cui a causa di esso emergerà come l'emarginazione sociale e i troppo ampi gap generazionali nei territori europei conducono necessariamente a problemi di sicurezza nazionale per gli stati membri, e in secondo luogo in quanto tramite questo fenomeno - la cui esistenza è sentita dalle popolazioni locali del mondo arabo come principalmente dovuta alla scellerata guerra statunitense-irachena e quindi all'Occidente - si produrrà probabilmente un nuovo e forse definitivo scatto all'indietro del colonialismo franco-inglese e statunitense, il che dovrebbe se non altro favorire il processo di integrazione europea, e cioè una relativa maggiore convergenza di quei disparati interessi che producono le differenti politiche estere europee (particolarmente rilevante, a questo proposito, la posizione francese).
Il ruolo della sinistra, in questo contesto, appare soprattutto quello di unire lotte apparentemente divergenti. La prospettiva strategica della sinistra è allora quella che porta a declinare il proprio giudizio sui conflitti in campo in base a un'opposizione nei confronti di quella che appare essere una strategia della tensione internazionale operata da una nuova destra. 
Usare l'ISIS come "ago della bilancia" dei conflitti per la rinegoziazione dei confini mediorientali (conflitto curdo, conflitto arabo-israeliano) appare infatti funzionale a mantenere alta la tensione interna in diversi paesi NATO (la Turchia potrebbe essere un esempio-ponte in tal senso dell'estensione dell'area di instabilità dal Vicino Oriente verso l'Europa, con l'eventuale coinvolgimento dei servizi segreti turchi almeno in quanto informati e non ostacolanti rispetto alle operazioni terroristiche in corso sul territorio turco ad opera dell'ISIS).
L'ISIS appare perciò come un avversario ambiguo a causa della distinzione tra piano nazionale e piano internazionale, e che perciò è necessario colpire senza però arrivare a distruggerlo. Da una parte, esplicitamente, esso serve a rappresentare un nemico utile a mantenere un controllo militare su un'area ad altissimo rilievo strategico e cioè serve soprattutto a mantenere ampio il mandato politico delle forze statunitensi in campo - ampio proprio perché privo di una visione di lungo periodo. Dall'altra, implicitamente, l'esistenza dell'ISIS serve a mantenere alto il livello di tensione interno ai paesi della NATO e alla Russia e quindi a regolare con le cattive l'ordine interno.
E' necessario perciò da parte della sinistra denunciare il senso profondo di questa strategia, che sembra propria di una cultura politica militarista ideologicamente affine a quella di un certo imperialismo naturalmente di destra.
Tracciare un solco tra i migranti e le popolazioni occidentali locali è in questo momento uno tra gli obiettivi principali di una nuova strategia di una destra non più esclusivamente conservatrice, ma, in senso tecnico, rivoluzionario-conservatrice e nazionalista. 
La riscoperta dei diritti sociali l'antica battaglia da opporre a questa deriva.

domenica 11 ottobre 2015

Medio Oriente. Un riepilogo per i distratti, e una chiave di lettura

La situazione politica in Medio Oriente è determinata dalla presenza di tre tipologie di attori. Da un lato ci sono gli attori che non hanno la possibilità di subire conseguenze dirette da ciò che accade in Medio Oriente, se non nel senso relativamente limitato della difesa di interessi nazionali di stampo post-coloniale o semi-coloniale. Si tratta di Francia, Italia, Regno Unito, Stati Uniti, e, parzialmente, Russia.
Poi ci sono due tipologie di attori molto più direttamente coinvolti: gli stati che portano avanti una politica di potenza regionale (Iran, Turchia, Arabia Saudita, Israele), e gli stati che promuovono una riscrittura dei confini su basi religiose (ISIS) o etniche (curdi).
Infine ci sono i non-stati: Libia, Siria, Iraq, i quali sono per definizione dei non-attori.
Ora, per quanto riguarda le forze in campo, la situazione è questa: la Turchia e gli Stati Uniti vogliono la deposizione di Assad in Siria, mentre la Russia vuole al contrario una sua difesa ad oltranza.
Inoltre tutti gli attori regionali si oppongono alla costituzione di uno stato curdo in territorio turco-siriano-iracheno-(iraniano), che sarebbe ben visto semmai soltanto da attori che hanno una posizione più di sinistra nazionalista, o più tradizionalmente filo-russa, o più idealizzante e cioè più lontana dai reali conflitti in campo (la prima tipologia di attori, ad esempio, e in linea di massima).
I paesi più esposti al terrorismo internazionale, che fa capo ormai per lo più all'ISIS, sono per forza di cose gli stati democratici (Turchia, Israele, in primo luogo) che sono territorialmente vicini ai luoghi di insediamento dell'ISIS, perché essi possono temere che dall'instabilità interna che segue al radicamento delle organizzazioni terroristiche derivi una volontà di espansione territoriale da parte dell'ISIS stesso, il quale non si pone confini geografici per la propria azione.
Ci sono pertanto diverse direttrici di azione e di conflittualità. Da un lato la Russia difende i curdi e gli alawiti (Assad) in funzione anti-ISIS, in questo modo inimicandosi la Turchia, che ha dietro di sé gli Stati Uniti. La Turchia inoltre è geograficamente l'ostacolo per l'espansione russa verso il mare siriano, ed è perciò più o meno da sempre o comunque da almeno centocinquanta anni un nemico strategico di primo piano per la Russia.
Poi c'è la rivalità tra Iran e Arabia Saudita, sull'asse dell'opposizione sciiti-sunniti. L'Iran sostiene Hamas ed Hezbollah in chiave anti-Assad e anti-Israele, mentre l'Arabia Saudita, per l'opposizione nei confronti dell'Iran, ha una posizione opposta nei confronti di questi movimenti, nonostante la pregiudiziale antisraeliana di fondo.
La domanda ora è la seguente: qual è la questione di fondo? Le questioni di fondo sono due, e sono due questioni, come si suol dire, nazionali.
Da un certo punto di vista, la questione di fondo è quella israelo-palestinese, e da un altro punto di vista è quella curda.
L'ISIS, cioè, è un fantoccio sovra-nazionale nelle mani di attori che perseguono obiettivi nazionali.
Se il conflitto principale diventa quello israelo-palestinese, l'Iran si allontana dagli Stati Uniti per una divergenza ideologica di fondo. Se il conflitto principale diventa quello curdo, invece, gli iraniani potrebbero avvicinarsi ad una posizione statunitense e "occidentale" in chiave anti-turca e anti-sunnita (i sunniti sono i veri rivali dei curdi, o meglio lo sono di più di quanto non siano coinvolti mediamente gli sciiti).
La questione Stati Uniti-Iran è una questione chiave, perché questi due paesi, rispetto a tutti gli altri, hanno in realtà meno conflitti tra di loro di quanto accada mediamente alle altre coppie di paesi coinvolti e quindi sono gli unici in grado di mettere in campo una strategia comune relativamente scevra da tatticismi. La rivalità iraniano-statunitense nasceva infatti da questioni che ormai sono relativamente obsolete: l'appiattimento degli Stati Uniti su una posizione filo-israliana e anti-palestinese, e la vicinanza storica tra Iran e Unione Sovietica. Storie vecchie.
Oggi come oggi un eventuale asse Stati Uniti-Iran è probabilmente l'unico in grado di produrre una sinergia internazionale attorno all'ordine mediorientale.

sabato 11 luglio 2015

La scansione dei tempi

L'affermazione pubblica di Pippo Civati secondo cui il nuovo soggetto politico dovrà nascere già in autunno è probabilmente irragionevole perché accorcia eccessivamente i tempi.
Il processo costituente deve immaginarsi come un processo di ratifica democratica di quella che in prima battuta è una convergenza intellettuale tra ceti politici attraverso la proposizione di punti storico-analitici condivisi.
Il problema non è affatto quello di fare "iscritti" per un partito che ancora non esiste. Questa mentalità latamente plebiscitaria è esattamente il problema di fondo a causa del quale il progetto politico di Civati è costitutivamente fallimentare già da molto tempo. E' inutile mostrare la propria "forza" in una fase in cui non ci sono confronti elettorali in vista: è una perdita di energie irrilevante e dunque deleteria. 
Il problema, in termini di cultura politica dominante, è proprio l'eccesso di democraticità e il nuovismo ideologico.
Siccome l'obiettivo è quello di costituire un nuovo partito, il processo deve essere lento, perché il partito deve essere stabile. Non si tratta di mettere il cappello da subito su un'iniziativa, ma di far emergere un gruppo dirigente dalla conversazione sugli argomenti rilevanti - e non da processi elettorali, i quali determinano immediatamente rischi altissimi di eterodirezione del partito.
La soluzione è trovare punti di analisi comuni ed elementi di cultura politica comune a diversi attori sociali, economici, culturali. Si deve immaginare questa iniziativa come un'iniziativa culturale, e cioè in prima battuta come un movimento di opinione. L'attività convegnistica deve procedere parallelamente alla formazione di comitati che però devono restare in una prima fase informali. Si devono assolutamente evitare scorciatoie organizzative. Occorre un processo costituente che porti alla convergenza su una cultura politica specifica. In una prima fase l'attività convegnistica deve essere probabilmente la prassi politica a cui si guarda nella costituzione dei comitati. Non credo, cioè, si debba immaginare da subito un congresso con "delegati" eletti dai comitati. 
In una prima fase deve essere piuttosto chiarito al livello di ceto politico ciò su cui c'è accordo (analisi storica) e devono in seguito lentamente emergere diverse opzioni organizzative rivali. Infine, la discussione democratica di queste opzioni organizzative sarà al centro della trasformazione dei comitati in sezioni, e solo alla fine di questo processo si avranno deleghe per determinare i partecipanti a un congresso fondativo centrale.
Il pericolo infatti non è quello di non avere iscritti o di non avere elettori: il pericolo è quello di non avere classi dirigenti. Ed è un pericolo concreto e molto più serio dei due pericoli precedenti.
La struttura del nuovo partito è l'unico rilevante punto critico del quale discutere, ed è evidente che questo argomento fa di per sé una selezione al rialzo degli interlocutori in tutta una prima fase. Non si tratta perciò di discuterne democraticamente, si tratta di discuterne seriamente.
Sarebbe totalmente insensato darsi ora a discussioni programmatiche o a conte elettorali, quello che conta è l'individuazione di una narrativa dominante per la situazione corrente.

venerdì 10 luglio 2015

Note sul partito nuovo

Sta nascendo un nuovo partito a sinistra del Partito Democratico (a sinistra della destra, quindi...). Questa non è certo una novità, in quanto la creazione di un nuovo partito è un fatto all'ordine del giorno in Italia, il che è per altro all'origine di gran parte dei nostri mali. Sia detto fin da subito: i caratteri di un partito politico di sinistra non hanno nulla a che vedere con l'opposizione tra il vecchio e il nuovo.
Le caratteristiche principali di un soggetto politico a sinistra sono infatti caratteristiche metastoriche, che attraversano indenni le diverse epoche della storia e della politica senza subire variazioni significative in termini di cultura politica.
Il problema del "partito nuovo" che sia diverso dai "partiti di una volta" è perciò un problema del tutto irrilevante o per meglio dire inesistente. 
Pretendere che i partiti nuovi siano diversi da quelli di una volta significa semplicemente non avere chiara in testa la teoria da cui le prassi politiche della sinistra discendono.
Elenchiamo perciò alcune di quelle caratteristiche:

(1) Un partito nuovo si dovrà caratterizzare per la frequentazione dei conflitti. La ricerca dei luoghi del conflitto - poiché solo nel conflitto c'è il superamento dei punti di vista individuali - è necessaria all'accumulazione di energia politica, all'accumulazione di potere.
(2) Il partito nuovo deve essere un partito-stato. Una forma di associazione, cioè, che sia solo la più complessa tra le macchine organizzative già presenti nella società. Esso, perciò, non assomiglierà del tutto a nessuna delle macchine organizzative esistenti, ma assomiglierà un po' a ciascuna di esse. Questa macchina organizzativa, perciò, non potrà coincidere con un "movimento" politico, né al contrario con uno spazio per la mera preparazione di campagne elettorali: esso dovrà ambire a un maggiore livello di complessità interna e a un ferreo capitale organizzativo, e dovrà ambire a interloquire alla pari con le altre strutture politiche e non-politiche proprie delle classi dirigenti, pena la subalternità culturale.
(3) Quei conflitti, in un paese che vive largamente dell'erosione dei propri risparmi e delle proprie rendite di posizione nei mercati internazionali, sono conflitti che abitano ormai scarsamente il lavoro, anche se il lavoro resta un riferimento simbolico essenziale. Non è più soltanto o principalmente il lavoro, almeno in questa precisa fase storica, a costituire il luogo dell'organizzazione politica e cioè della mediazione. I conflitti sono ormai invece largamente conflitti intergenerazionali, interetnici, e interreligiosi, e le organizzazioni che danno forma a quei conflitti sono dotate di una politicità emergente.
(4) Un partito nuovo deve avere una visione e una ambizione internazionale.
(5) Un partito nuovo deve essere un soggetto creatore e diffusore di cultura politica. Esso, perciò, non può limitarsi ad essere una struttura "cognitiva" - come pure viene sostenuto da personalità non a caso di aria culturale socialista. Deve creare piuttosto identità collettive attraverso la frequentazione di simboli pubblicamente riconosciuti.
(6) Un partito nuovo deve avere un gruppo dirigente, e non una leadership personale: un gruppo dirigente che condivide un'analisi di fondo dei processi in campo. Perché questo gruppo dirigente abbia talune caratteristiche di compattezza, devono sopravvivere nel partito nuovo elementi di centralismo democratico.
(7) Il partito nuovo deve nutrirsi anche delle culture politiche radicali, ambientaliste, e socialiste, ma non deve demandare la propria organizzazione interna a nessuna di queste culture politiche. La cultura politica che ha nel proprio bagaglio di capacità quella di mettere in campo un soggetto politico con massime capacità egemoniche è infatti quella che fa riferimento alla filosofia di Gramsci, ed è a questa filosofia che bisogna guardare per identificare le soluzioni organizzative.



martedì 2 giugno 2015

Il voto regionale e la struttura politica del paese


Il recente voto regionale configura un relativamente nuovo quadro politico, nel paese. Nel sud del paese, il partito democratico tiene, quando non recupera posizioni, come in Campania. Questo movimento è dovuto molto probabilmente in gran parte al trasformismo delle classi dirigenti politiche meridionali, e al loro pressoché inevitabile tentativo di salire il più spesso possibile sul carro di quello che appare essere il vincitore. Un fenomeno, del resto, che è frutto della debolezza complessiva delle classi dirigenti meridinali, e non soltanto, cioè, delle classi dirigenti politiche.
Laddove le classi dirigenti sono più strutturate, vale a dire del nord, e dove più tende a prevalere un voto di opinione, si ha un sostanziale abbandono da parte del paese delle posizioni del Partito Democratico. Questa dinamica è particolarmente forte nel Veneto.
Tale quadro politico segna, come ha scritto Lucia Annunziata, l'emergere di un Partito della Nazione a guida meridionalista. Un fatto discretamente nuovo, rispetto alle dinamiche dell'ultimo ventennio.
Tutto dipenderà, in qualche modo, dall'evoluzione delle posizioni del Movimento Cinque Stelle. Ci sarà la nascita di un (probabilmente piccolo) partito di sinistra, guidato da Civati e dai suoi, e c'è la posizione di crescente consenso di Salvini. Il Movimento Cinque Stelle, in qualche modo, dovrà decidersi su che posizione adottare, rispetto a questi due soggetti, entrambi, come lui, all'opposizione del doverno. 
Il primo più vicino a sé dal punto di vista della cultura politica dei militanti. Il secondo più vicino a sé dal punto di vista dell'ideologia dei padri fondatori.
Ci sarà, pertanto, una dinamica interna al Movimento Cinque Stelle, che determinerà i giochi, nei prossimi tempi, una dinamica tra la forza dei militanti e lo strapotere dei due fondatori, Grillo e Casaleggio.

domenica 24 maggio 2015

Destra e fascismo nell'equilibrio politico italiano ed europeo

Il fascismo è il risultato dell'estremizzazione dei caratteri culturali della destra.
Dal punto di vista storico, inoltre, esso può essere stabilito, nella sua natura, come l'incrociarsi di determinati elementi archetipici, come scrivevamo in precedenti post. Non è detto, cioè, che esso prenda forma politica esattamente nella maniera in cui esso si è già manifestato nel passato. Il problema, pertanto, è quello della scomposizione del fascismo in fattori che lo determinano e della sua distinzione dalle semplici pratiche politiche della destra.
Non tutto ciò che è a destra, infatti, può essere inteso come fascismo, anche se la definizione del fascismo contribuisce alla stessa definizione della destra, e dei suoi rapporti con la sinistra. Il problema è che nell'Europa continentale vi sono due fondamentali tipologie di partiti sostanzialmente irriducibili l'una all'altra, ma che in Italia queste due tipologie di partiti giocano un ruolo del tutto peculiare nel panorama dell'equilibrio del sistema politico rispetto a quanto accade nelle altre principali democrazie europee. 
Vi sono, cioè, da un lato strutture para-militari, vale a dire strutture nelle quali la gerarchia è un forte elemento di collante all'interno dei processi di selezione della classe dirigente. Questi sono quei partiti che dal punto di vista dell'asse destra-sinistra, sono considerabili come partiti estremisti. 
Dall'altro vi sono partiti più leggeri, e che comportano un minore peso dell'elemento culturale nella selezione della classe dirigente e una maggiore attenzione alle pratiche del professionismo politico. Questi partiti di professionisti sono i partiti centrali dello schieramento politico, vale a dire il partito socialista da un lato e il partito cristiano o cristiano-conservatore principale dall'altro.
Tuttavia la maniera di interpretare la nozione di professionismo politico è completamente diversa in Europa da quanto accade in Italia. Ecco perché, in Europa, i partiti di professionisti della politica sono anche partiti di governo, mentre in Italia essi sono spesso dei partiti che hanno almeno parzialmente una certa notevole inclinazione anti-statale. In Europa, cioè, il tratto del professionismo politico è interpretato in senso fondamentalmente burocratico, a causa della centralità dell'attività dello stato nella determinazione degli affari pubblici, la quale determina una torsione della stessa figura del dirigente pubblico in un senso eminentemente burocratico-impiegatizio. In Italia vi è invece un elemento anti-statale e anti-burocratico nelle stesse pratiche del professionismo politico tipico dei partiti centrali nell'asse destra-sinistra, poiché la figura pubblica di riferimento è piuttosto l'artista-imprenditore, un soggetto dotato di iniziativa o di cultura o di entrambe, ma non necessariamente di spirito di corpo.
Guardiamo ora i partiti estremi sull'asse destra-sinistra. Essi hanno dappertutto una forte connotazione ideologica, ma questa connotazione ideologica, in Italia, si accompagna a una certa declinazione del professionismo politico in pratiche che vanno intese in chiave di esercizi politico-culturali. Non sono, in Italia, partiti intrinsecamente anti-statali, ma piuttosto partiti che sfruttano le leve fornite dallo stato per puntare ad una egemonia culturale. In Europa centrale, invece, i partiti estremi sono partiti anti-stato, e la loro caratterizzazione organizzativa è fortemente orientata in un senso esclusivamente para-militare poiché prevale in essi il senso di una gerarchia sul senso di un'appartenenza partecipativa di tipo cooperativo.
Il problema dell'adozione in Italia di modelli politici europei pertanto si configura come un problema soprattutto di compatibilità istituzionale tra la mentalità organizzativa di stampo franco-germanico, di tipo fondamentalmente statalista, e la mentalità organizzativa mediterranea, di tipo fondamentalmente politico-culturale. Il problema, cioè, diventa immediatamente quello del rapporto tra il sistema dei partiti e lo stato, ed ecco perché in Italia la crisi politico-istituzionale che deriva dalla necessità di adottare schemi di ragionamento europeo in un contesto di progressiva integrazione de facto, diventa immediatamente una crisi dello stato e quindi una crisi economica particolarmente profonda. 
I caratteri generali della destra e della sinistra si mischiano, in Italia, a causa della confusione con la quale si interpreta il processo di europeizzazione, o di americanizzazione, della politica italiana, in base a quanto è stato detto sopra. Si sarebbero dovuti individuare, cioè, degli assi, e attraverso di essi guidare la transizione. Tali assi non sono semplificabili nella selezione di "nomi" per partiti nuovi, ma sarebbero dovuti essere oggetto di un'analisi politico-culturale adeguatamente profonda delle diverse forme politiche presenti nella nostra società.
Ma questo non è stato fatto. Si assiste pertanto alla compresenza di modelli politico-istituzionali incompatibili fra di loro in una crisi di sistema venticinquennale.
Il problema stesso del fascismo, pertanto, va inteso su basi completamente nuove e sulla base di un'analisi disincantata della situazione politica presente. Gli elementi culturali del fascismo sono già presenti nel dibattito pubblico, come tracce endemiche di uno spostamento di tutto il dibattito pubblico nella direzione delle matrici culturali della destra politica. Ma uno dei fattori che va considerato è la debolezza estrema del quadro politico-istituzionale. Il fascismo, cioè, si nutre, al di là delle proprie intrinseche qualità culturali specifiche, le quali non differiscono, se non per l'estremizzazione, dalle caratteristiche ideologiche della destra intesa nel suo complesso, della debolezza del sistema politico, soprattutto perché tale debolezza induce le oligarchie a compattarsi e a schierarsi a protezione di se stesse, allo scopo di salvarsi dalle conseguenze dell'instabilità.
Il tentativo in atto di eliminare la tradizione culturale della sinistra dai giochi è un altro fattore di questa propensione del sistema a una virata generale a destra.

sabato 23 maggio 2015

Sulla natura del fascismo

Il problema delle riforme va di pari passo, in Italia, con il problema dello stabilirsi di partiti organizzati e - secondo tutti - "nuovi". A giudizio di chi scrive non c'è alcun bisogno di partiti nuovi, ma basterebbero semplicemente i partiti della prima repubblica, con alcune piccole modifiche corrispondenti al campo che fu della Democrazia Cristiana. Tuttavia esiste una pregiudiziale, in Italia, secondo cui soltanto se si dice qualcosa di nuovo allora questa cosa può essere degna di attenzione. E allora diciamo pure che questi partiti dovrebbero essere "nuovi", anche se non si capisce esattamente che cosa questo comporterebbe, dal punto di vista della politica e della scienza politica.
Il più grave fraintendimento che è in atto, nel dibattito politico-istituzionale italiano, è l'avere mischiata la questione dell'organizzazione dei partiti con la questione dei finanziamenti alla politica. Questo è stato un errore veramente madornale, e anche, sia detto fin da subito, un errore da educandi. 
Cerchiamo di mettere un po' d'ordine, a questo proposito.
Ci sono diverse opzioni in campo, dal punto di vista politico-istituzionale. Da un lato c'è chi - cieco - vorrebbe un sistema totalmente all'americana e una repubblica, nei fatti, presidenziale.
Dall'altra parte ci sono i fanatici dell'idea di Partito Democratico, e cioè chi vuole un sistema misto, mezzo presidenziale (premierato).
Infine c'è chi vuole un sistema sostanzialmente proporzionle e una repubblica parlamentare.
Ora è piuttosto evidente a chi conosca la storia d'Europa e in particolare della lunga crisi delle istituzioni francesi durante tutta la fase finale del Settecento e l'Ottocento, che questa distinzione non è che la distinzione fra destra e sinistra.
E' evidente, cioè, che la sinistra è per un sistema proporzionale-parlamentare e la destra per un sistema maggioritario-presidenziale.
Tuttavia bisognerà pure trovare una soluzione. La ragione della nostra crisi, infatti, è che bisogna trovare un sistema di regole che vada bene per tutti. E l'assenza di un sistema di regole produce semplicemente l'impossibilità di fare riforme, il che finisce per nuocere, in ultima analisi, allo stesso assetto capitalistico.
La soluzione passa, innanzitutto, per introdurre nella discussione pubblica distinzioni fondamentali e centrali nella determinazione del nostro assetto politico-istituzionale. Passa, cioè, per lo sfatare una serie di miti del tutto errati.
(1) Governare non consente di per sé di fare riforme. Non abbiamo bisogno di governabilità, ma di riformabilità. Abbiamo bisogno, cioè, dell'accumulazione di energia politica nelle mani di organizzazioni astratte che possano reggere l'urto di riforme di sistema.  
(2) In situazioni ragionevolmente estreme, un sistema maggioritario non determinerebbe ipso facto la governabilità, poiché non determinerebbe la riformabilità. Il punto, cioè, è che ci sono situazioni di tensione estreme nelle quali non soltanto la governabilità non è propedeutica alla riformabilità, ma addirittura vige il principio opposto: è fondamentale poter fare riforme per permettere la governabilità, poiché le riforme vengono sentite come incredibilmente urgenti dal popolo.
(3) Non si può legare il nome di un cammino di riforme alla biografia di una singola persona, in un sistema politicamente troppo fragile e permeabile. La ragione è che una singola persona può essere sempre buttata giù dal suo piedistallo ricorrendo a stratagemmi leciti o illeciti. Solo organizzazioni astratte e robuste possono mantenere una determinata linea politica di fronte a lunghi mesi di tensioni sociali.
(4) Un sistema proporzionale istituzionalizzato vorrebbe dire il permettere soltanto a certi partiti di partecipare alle elezioni mentre altri partiti ne sarebbero per principio esclusi. Vorrebbe anche dire che una qualche commissione di persone esperte dovrebbe essere in grado di valutare se lo statuto di un determinato partito si sovrappone a quello di altri partiti in una maniera che è ingiustificabile dal punto di vista della teoria politica. Questo sistema non sarebbe pertanto un sistema liberale. Ma il liberalismo non è il bene assoluto. Il problema è più complesso di quanto non sia risolvibile con la semplice opposizione a ciò che non è liberale. Il problema è la natura del nostro sistema democratico in quanto democratico, prima ancora che liberale. Qual è l'antropologia politica che giustifica dal punto di vista sistemico l'esistenza, ad esempio, del Movimento Cinque Stelle? E' ovvio che questa è una domanda di per sé illiberale. Del resto non si sostiene, qui, che il Movimento Cinque Stelle sia politicamente un animale insensato, ma si sostiene che la domanda è lecita. La ragione per cui è lecita è che la produzione di sempre nuovi partiti è un'arma in favore di chi vuole destabilizzare il sistema, in un'epoca di discredito dei partiti stessi. Bisogna obbligare, cioè, a ripulire la vita democratica dall'interno: e l'interno della vita democratica è la vita dei partiti. Non si può permettere alle oligarchie di agire al di fuori dei partiti ogni volta che esse lo desiderano, perché questo porta semplicemente al fascismo.
(5) La moltiplicazione e la produzione continua di nuovi partiti produce semplicemente l'impossibilità di riformare lo stato, e questo è il male assoluto o meglio questa è l'arma in possesso dei tecnocrati e delle destre. Ogni volta che si abbassa la credibilità della politica decresce il prezzo che le oligarchie devono pagare per far nascere un nuovo partito che scalzi i vecchi partiti. Ma ogni volta che decresce quel prezzo, le oligarchie aumentano di potere, perché possono utilizzare quel costo per mettere a tacere forze a sé ostili oltre che per far convogliare il consenso verso chi vogliono. Se le oligarchie arriveranno a potersi pagare tutto, lo faranno. Ma questa è esattamente la forma politica chiamata "fascismo".
(6) E' necessario slegare il problema della riforma dalla politica dal problema - dal punto di vista teorico-politico del tutto inesistente - del finanziamento della politica stessa. Il problema è eslusivamente quello della scarsa credibilità della politica. Finché la credibilità sarà così bassa, allora ogni costo sarà ritenuto eccessivo, ma ogni prezzo, paradossalmente, sarà di fatto pagato. Bisogna considerare, cioè, che è insito nella natura del partito fascista essere pagato per distruggere lo stato. Esso, cioè, ha un costo - reale -, ma non ha un costo ai danni dello stato. Ha un costo soltanto per chi ha soldi - ma ha anche molti vantaggi per chi ha soldi, e molti svantaggi per chi non ne ha.
(7) L'avversario della politica democratica non è il liberalismo. L'avversario della politica democratica è il fascismo. Ma il liberalismo estremo è una teoria politica ingenua, la quale non ha tra le sue armi quella della lotta politica. Contro il fascismo, invece, l'arma della lotta politica è un'arma essenziale, perché il fascismo stesso è un soggetto che fa lotta politica, sia che esso si chiami "partito fascista", sia che esso si chiami semplicemente "Nuovo".
(8) Caratteri storico-culturali del fascismo in tutte le sue forme politiche: A. nuovismo, odio per tutto ciò che è vecchio e autorevole, B. teoria estetica dell'esistenza e della politica, teoria della "bella morte", o della politica come contemplazione mistica del bello; C. futurismo politico, e cioè amore incondizionato per la tecnologia in quanto finalità intrinsecamente umanistica; D. giovanilismo, esaltazione della gioventù in quanto tale e cioè in quanto età "superiore" della vita.



.





giovedì 21 maggio 2015

La filosofia politica di Pippo Civati

La filosofia politica di Pippo Civati risulta tanto più evidente quanto più ci riferiamo al suo esito attuale: quello di rendere Civati stesso il referente di un popolo mobilitatosi per le elezioni primarie di un partito a cui lo stesso Civati non appartiene più.
Gli elementi di deviazionismo - per esprimerci in termini ironicamente burocratici - di Civati rispetto all'ortodossia gramsciana sono ovviamente nel suo spiccato movimentismo. Il problema del movimentismo è allora il suo rapporto con le riforme e cioè con la politica intesa con un sistema di decisioni.
Bisogna individuare, pertanto, in prima battuta, l'esatto rapporto tra decisioni e riforme. Il punto, qui, è che una riforma vera non è mai rappresentabile come una singola decisione, ma è sempre piuttosto un sistema di decisioni. Decisioni su chi esattamente coinvolgere nel processo deliberativo, decisioni su quali incentivi dare a quali attori, decisioni su come attuare ciò che è stato deciso soltanto a un livello centrale e dunque teorico. 
Poiché smuove l'esistente, ogni riforma determina un tentativo di controriforma da parte del capitale. Ora ciò a cui stiamo assistendo in Italia è esattamente un processo di controriforma. Il vero tentativo di riforma era stato quello voluto da Pierluigi Bersani, ovvero una riforma dei partiti e del sistema politico. Perché questo stesso tentativo di riforma era opposto rispetto alla filosofia politica di Civati? 
Perché non era una riforma movimentista: non era cioè una riforma in favore dei movimenti, ma era una riforma in favore dei partiti. I riformatori, infatti, ritenevano non a torto che ogni lungo processo di riforma sottoponga a uno stress potenzialmente disgregante il sistema politico. La ragione è che ogni riforma determina un tentativo di eterodirezione della linea politica dei partiti da parte del capitale, poiché quest'ultimo, sentendosi attaccato, mette in campo un articolato sistema di minacce e incentivi che mette in difficoltà l'altrimenti monolitica architettura di fedeltà politiche che ogni partito politico rappresenta. Ecco perché, a giudizio dei riformatori, un processo di riforma dello stato e delle strutture economiche del paese andava accompagnato da un processo di istituzionalizzazione dei partiti, mentre quello a cui assistiamo è il processo controriformatore di liquidazione dei partiti stessi, un processo pertanto del tutto opposto che condurrà semplicemente ad ulteriori controriforme di taglio sostanzialmente conservatore.
Il problema del movimentismo è dunque sostanzialmente nel fatto che nonostante sia vero che la classe dirigente possa emergere solamente dalle lotte e dal basso, è altrettanto vero che essa dovrebbe far convogliare, nel corso del tempo, le fedeltà che accumula verso un qualche tipo di struttura politica astratta e cioè non legata a singole persone, per quanto abili e capaci. La ragione è appunto nel fatto che l'architettura di fedeltà personali che la politica tende naturalmente ad accumulare viene messa in tensione e rischia virtualmente di esplodere quando l'innalzamento del livello dello scontro politico si determina, e cioè in corrispondenza di decisioni di lungo periodo che hanno grandi conseguenze economico-politiche (le cosiddette riforme), perché queste decisioni innescano processi di controriforma da parte del capitale che passano attraverso il tentativo di eterodirezione dei partiti. Ecco perché la fedeltà politica dovrebbe essere incanalata non soltanto in una classe dirigente intesa come una somma di individui (il che è tipico dell'opzione movimentista), ma in una classe dirigente intesa come corpo organizzatore di un soggetto politico unitario e astratto (i cosiddetti partiti).
Il movimentismo, come filosofia, porta semplicemente, nel momento del confronto con i momenti di alta tensione politico-economica (le cosiddette riforme), alle conseguenze paradossali nelle quali si trova l'onorevole Civati: quelle che consistono nel rappresentare un popolo senza più patria.
 




Osservazioni sul campo intellettuale della politica

Il problema della gestione del potere non coincide affatto, in linea teorica, con il problema di ottenere il consenso. Soltanto nella storia recente della nostra civiltà il potere si è mostrato come capacità di organizzazione di un consenso vasto. Non è scontato, pertanto, che le masse partecipino del potere se non attraverso la mera contemplazione di ciò che il potere mette in campo, in quanto sistema di decisioni che piovono dall'alto su persone che non hanno gli strumenti per valutare l'adeguatezza di quelle decisioni stesse o che non hanno il potere comunque di opporvisi in alcun modo.
E' evidente, cioè, che il potere potrebbe tranquillamente sopravvivere a se stesso cercando di inculcare l'idea, nelle persone, che le proprie decisioni sono inevitabili, se tali metodi propagandistici siano sufficientemente elaborati e pervasivi. Questa del resto è proprio l'origine di tutte le forme tecnocratiche di potere, ma anche di un numero considerevole delle svolte a destra. 
Apparentemente pensare invece la politica come un campo di possibilità è un esercizio intellettuale già orientato, politicamente, e precisamente orientato a sinistra.
E apparentemente l'affermazione secondo cui non esistono alternative alle decisioni messe in campo da chi ha il potere è già un'affermazione che va nella direzione di una concezione del potere di tipo estetizzante, vale a dire una concezione secondo cui chi osserva il potere dall'esterno può soltanto illuminarsi della luce propria che esso emana, senza poter in alcun modo intervenire nelle sue dinamiche. Apparentemente la critica verso il potere, talvolta, può nutrirsi pertanto anche soltanto del coltivare un'alternativa ragionevole all'esistente. 
Il problema di come ottenere il consenso attorno alle decisioni, allora, sembra anche declinabile perciò anche dal punto di vista filosofico, secondo le due diverse modalità di concepire la storia: come necessità o come campo di possibilità.  O, allo stesso tempo, come due modalità della psicologia politica: la modalità che cerca di risvegliare in chi ascolta le energie sopite allo scopo di risvegliarne l'orgoglio e il protagonismo, e la modalità che cerca di addormentarle, indicando se stessi come l'unica guida possibile per il cambiamento.
Chi difende l'idea di storia come necessità inevitabile sembra con ciò stesso collegarsi all'idea che non esistono alternative alle decisioni politiche attualmente messe in campo, mentre chi difende l'idea di storia come campo di possibilità sembra aprire all'ipotesi di uno spazio politico aperto alle alternative. Ma questo parallelismo, in realtà, non regge. La storia, infatti, è soltanto un'euristica per la politica. Molto spesso, al contrario di come appare, quanto più essa è in grado di individuare degli stretti nessi causa-effetto, tanto più essa è anche capace di aprire lo spazio all'immaginazione politica di alternative all'esistente.
Venendo alla psicologia, la stessa distinzione, fatta all'inizio, tra due modi di ottenere il consenso è una distinzione che taglia a metà il campo politico e che non segna in realtà soltanto e neanche principalmente una distinzione tra sinistra e destra. Ottenere il consenso sarà cioè sempre un processo che ha un lato psicologicamente più orientato a sinistra e un lato psicologicamente più orientato a destra, e ciò indipendentemente dal fatto che si voglia poi perseguire una politica di destra o di sinistra. Il lato di sinistra sarà il tentativo di convincere che vi è un campo aperto a molte possibilità, mentre il lato di destra sarà il tentativo di convincere che non vi sono alternative a ciò che si sta decidendo. La psicologia, perciò, come la storia, non coincide affatto con la politica. Nulla coincide con la politica, se non, semmai, la politica stessa.

sabato 11 aprile 2015

Schizofrenia e poesia

La condizione psicotica rende quanto più pericolosa e sfiancante l'attitudine mentale a fare sillogismi, perché è una condizione senza uscita.
Forse per questo c'è invece un nesso così forte tra schizofrenia e poesia. La condizione psicotica curva il pensiero, quasi in un atto di auto-protezione, verso la sinergia di significazioni che solo il gesto poetico rende possibile.
Ma, in un altro senso, è più in generale l'esperienza del dolore a suggerire quel tipo di sublimazione che è propria del pensiero poetico. In effetti, senza dolore, non sarebbe affatto possibile la produzione artistica in quanto tale.
C'è un nesso tra astrazione poetica, mistica, e delirio. Tutte e tre prevedono una cognizione immediata dell'astratto, la quale ha come controparte psico-fisica una forma di dolore, o la percezione di un allontanamento del sé dal mondo. 
La serenità del mistico, tuttavia, lascia la parola nel suo ruolo "relativo", di mezzo per raggiungere un fine più alto. L'astrazione poetica e il delirio, invece, hanno con la parola un rapporto che potremmo definire assoluto. Essi, infatti, trovano nel "dire" stesso una finalità pura.

mercoledì 18 marzo 2015

Note su Gentile

La vexata quaestio è se la storiografia sia una branca dell'oratoria o della retorica o non piuttosto un sapere positivo, non dissimile dalle (altre, secondo alcuni) scienze umane. E, in qualche modo collegata a questa, quella dell'esatto rapporto tra storiografia e sociologia.
Naturalmente la risposta è che ognuno ha la storiografia che si merita. I dipartimenti universitari di Storia sono ormai per lo più impermeabili agli studi classici e a tutto ciò che ruota attorno ad essi, tanto per cominciare. Forse ciò è un bene.
A favore della tesi della storiografia come branca dell'oratoria, la costatazione che la storia è un'elaborazione culturalmente più dotta di ciò che la memoria rappresenta dal punto di vista delle classi popolari, e cioè innanzitutto un rifugio emotivamente comodo dopo i dubbi del presente.
A favore della tesi della storiografia come scienza, la costatazione che anche la storiografia, come altre discipline che meritano quel nome, litiga per il concetto di verità, pur non ambendo, saggiamente, a toccarlo. 
L'analisi del ruolo sociale della storiografia non può prescindere da una concettualizzazione del suo ruolo pubblico, pena la sua riduzione - o forse, chissà, elezione - ad antiquaria. Criticare, concettualizzare, argomentare, problematizzare, questi appaiono essere piuttosto i compiti della filosofia. 
Quale ruolo pubblico, invece, per la storia? Forse, vorremmo dire assai gentilianamente, esattamente gli stessi.

martedì 17 marzo 2015

Note sugli economisti classici

Dal punto di vista della storia culturale, gli economisti classici vanno interpretati fondamentalmente come gli ultimi eredi di un'alta società aristocratica in crisi. Il problema che si poneva, a quell'epoca, era quello di traghettare un determinato sistema di valori vigente in un mondo che restava fondamentalmente religioso, nelle sue caratteristiche ideologiche, in un nuovo mondo nel quale, per dirla con Habermas, il regno relativamente più mutevole dell'opinione pubblica si sostituiva allo statico balletto di élites predeterminate.
Gli economisti classici, allora, non rappresentano ancora tanto una nuova scienza, quanto il permanere di una forma di filosofia morale in un mondo in vorticoso cambiamento e la trasformazione di essa in un sapere e in una rete di relazioni adatte al mantenimento di un'intellighenzia al comando di un imperium
Il vero conflitto, pertanto, si porrà soltanto dopo, tra coloro che, mettendo a rischio gli antichi modelli di comportamento in nome di una sorta di rivoluzione conservatrice, proporranno una scienza positivistica incentrata sull'Economics, e coloro che resteranno invece fedeli agli ideali di una Political Economy realmente scientifica e dunque potenzialmente tanto riformista quanto conservatrice. Le corrispondenze private tra gli economisti classici denotano il mutare della personalità del dirigente politico in un'epoca nella quale si pone il problema di definire un'élite culturale omogenea e adatta a una società che già allora appariva, rispetto al passato, innanzitutto come una società della conoscenza; una società nella quale l'inedita ma poi endemica instabilità delle istituzioni politiche avrebbe fatto da contraltare all'istituzionalizzazione delle nuove pratiche intellettuali nello spazio definito dall'apertura del sapere universitario alla nuova varietà delle scienze umane.

sabato 14 marzo 2015

Landini, che mestiere vuoi fare

Landini, che mestiere vuoi fare? Con la tua iniziativa politica ti arrischi a costruire consenso attorno a un progetto aspettando che sia poi qualcun altro a raccogliere il lavoro fatto da te.
Ma chi dovrebbe essere questo qualcun altro? Non ci sono soggetti politici forti in questo momento a sinistra che possano o vogliano "salire" su un'iniziativa sociale dal basso e metterci il cappello sopra.
Rischi perciò di far sollevare aspettative attorno a temi caldi e delicati senza avere poi una sponda politica forte attraverso la quale sfogare questa energia accumulata. 
In più il tentativo di snaturare la FIOM per i tuoi scopi politici personali non potrà portare molto lontano, perché la ragione sociale di un sindacato resta quella di trovare degli accordi, e non solo o non tanto quella di mobilitare energie politiche, e questo gli iscritti lo sapranno. Si determinerà perciò una contraddizione insanabile tra la ragione sociale dell'associazione e il suo operare concreto.
Non soltanto, ma un partito non potrà nemmeno essere messo in piedi all'ultimo momento e senza un'organizzazione, ma dovrebbe semmai necessariamente nascere da un processo costituente consapevole, pena la costruzione di un soggetto movimentista ma per lo più privo di una cultura politica di governo. 
In sintesi: non si possono credibilmente alimentare rivendicazioni politiche senza poi concorrere conseguentemente alle cariche elettive o senza dire fin da subito di volervi ambire, in modo da attrarre a sé un processo di formazione di classi dirigenti.
Insomma, Landini, non ci sono soggetti politici al momento in grado di seguirti in questa battaglia. O fai un partito o forse è meglio che non fai niente. 
Landini deve ancora rispondere alla domanda su quale cultura di governo immagina per una sinistra moderna e su quale idea di democrazia sia compatibile con la sua idea di partecipazione politica allargata.

venerdì 6 marzo 2015

Eco e Marx

Carlo Marx riteneva che le forze del capitale fossero tutte oggettivamente alleate fra di loro contro i proletari, mentre questi ultimi dovevano trovare un accordo reale fra di loro - un accordo politico - per non essere estromessi del tutto dal campo delle decisioni che contano. Il capitale, dunque, non aveva bisogno di mettersi d'accordo per essere d'accordo con se stesso (è questo il significato di "essere oggettivamente alleate"), mentre la classe dei proletari si. 
Questa analisi è una forma di ultra-complottismo? In un certo senso lo è, e per questo sarebbe sbeffeggiata da intellettuali come Eco, il quale ha un sacro orrore per i complotti. Tuttavia il complottismo più autentico che sia mai esistito, quello di Carlo Marx, è anche una forma di anti-complottismo: è cioè una Scienza Nuova anche rispetto alla storia come racconto
E in ogni caso tutta la storiografia che non sia appiattita su una forma radicalmente atomistica di positivismo costituisce in ultima analisi una forma di complottismo. L'affermazione "i nobili e l'alto clero nella Francia del diciottesimo secolo detenevano tutto il potere", ad esempio, è di per sé una forma di complottismo ed è anche una piuttosto generica verità (o falsità) storiografica. Sebbene essa non costruisca la spiegazione complottistica di un singolo evento storico, infatti, essa fa riferimento a una struttura statica (il potere) rimandandone l'architettura a una struttura come tale complottistica di rapporti personali e politici.
Quell'affermazione ventila l'idea che i membri della nobiltà e dell'alto clero fossero tutti d'accordo fra di loro (contro gli altri), il che del resto è una conseguenza quasi necessaria del fatto che si frequentavano fra di loro mentre scarsamente ciascuno di essi frequentava un membro del popolo. Quell'affermazione, pertanto, prevede un notevole livello di generalizzazione per quanto si tratti poi di una generalizzazione plausibile. La generalizzazione storica finisce spesso per mettere sullo stesso piano l'essere oggettivamente d'accordo con il mettersi realmente d'accordo, ma del resto le due cose sono molto simili anche nella realtà almeno se si ritiene che la ricostruzione della realtà contempli un riassunto di quale sia il senso fondamentale del suo divenire attraverso il tempo.
Ecco quello che intellettuali come Eco non sono facilmente disposti a riconoscere: che la realtà sia poi in ultima analisi molto simile a una qualunque delle sue semplificazioni. Essi amano l'unicità e l'ironia che quasi inevitabilmente la fortifica. 
La storia, tuttavia, è anche una scienza sociale, nel senso che, dal punto di vista cognitivo, essa aiuta a costruire modelli di ragionamento. Il complotto non è che un fondamentale modello del ragionamento umano. Naturalmente a quasi nessuno interessa stabilire se i complotti esistano nella realtà oppure meno, e tutti vogliono semplicemente  ricordare a tutti gli altri la sottigliezza delle differenze tra un caso e l'altro.
Ma anche Eco potrebbe riconoscere che affermare che esiste un complotto e generalizzare storicamente sono innanzitutto e per lo più due attività cognitivamente identiche: la costatazione di un risultato finale di qualcosa che si è selezionato come un processo unitario, unita a una concettualizzazione circa il cui prodest di tale processo. 

giovedì 8 gennaio 2015

Je suis Charlie

Si può morire ammazzati dal proprio cattivo gusto? La redazione di Charlie Hebdo è stata barbaramente decapitata dai terroristi. Ci si chiede, legittimamente, se sia stato opportuno pubblicare quelle vignette blasfeme sul profeta. Si, lo è stato. Lo è stato perché la satira svolge nella migliore delle ipotesi una funzione pedagogica nei confronti degli intolleranti, e nella peggiore delle ipotesi essa è comunque un diritto in una società avanzata. Non è possibile arrendersi all'idea che gli stupidi governino con la violenza il mondo, né alla logica mafiosa della sottomissione a ideali retrogradi in cui non crediamo né siamo tenuti a credere. Per quanto il gusto di qualcuno possa offedere la religiosità di qualcun altro, quella religiosità è comunque un bene eminentemente privato, e non un bene pubblico per difendere il quale si possa usare la forza. Il principio di separazione tra religione e potere politico è un'acquisizione fondamentale per noi. Si può criticare quelle vignette per la loro cattiva qualità ma non è possibile passare dal piano della critica a quello della censura, né tanto meno a quello della violenza.
Siamo tutti Charlie.