sabato 27 maggio 2017

Il contesto della politica internazionale

L'elezione di Trump ha determinato un fatto nuovo: gli Stati Uniti non sono più una comunità ideologica. Non sono più tenuti insieme, in altre parole, da un sistema di valori profondamente liberale, ma costituiscono ormai piuttosto un insieme di persone nella quale la "caccia" al "diverso" e al "nemico" diventa un elemento preponderante del sentire pubblico. Si registra, pertanto, anche una svolta verso il tatticismo, nella politica americana: un accorciamento della visione strategica, in parte iniziata già dall'era Obama.
Questo slittamento, che pone la leadership statunitense chiaramente in difficoltà o comunque in crisi di identità, tanto più che le sue tecnostrutture (magistratura inclusa) hanno una loro capacità di resistenza che mal si adatta al nuovo corso, sembrerebbe produrre innanzitutto una maggiore assertività da parte di altri soggetti, come la Cina, la Germania(-Francia), e la Russia, quasi per un effetto-contrappeso. Sembrano resistere alla crisi i paesi con una forte struttura industriale e una forte organizzazione politico-industriale interna, i quali sono disposti ad accettare anche un certo tasso di mercati aperti nella misura in cui godono di vantaggi competitivi. Gli Stati Uniti pagano un rapporto tra spese militari proprie sul totale delle spese militari internazionali e quote di divisione internazionale del lavoro impressionantemente preponderante a favore del primo. Si registra così un dirigismo negli affari politici ed economici che è dovuto essenzialmente alla necessità di tenere in piedi la macchina militare, e che cozza con il presunto asserito dinamismo della società civile tipico del vissuto storico americano.
La gestione del declino americano diventa difficile perché gli statunitensi hanno assunto un assetto politico-istituzionale totalmente imprevedibile e questo determina intanto una crisi rispetto al problema della non proliferazione nucleare. In questo contesto, assume pertanto rilievo crescente la posizione francese e britannica, in quanto unici paesi in grado di avere un arsenale atomico e allo stesso tempo apparentemente affidabili per il tasso di democrazia interna e di coesione.
L'Europa diventerà crescentemente un punto centrale delle migrazioni globali, anche per l'incapacità statunitense di restare luogo di accoglienza. Le cause delle migrazioni sembrano essere tre: desertificazione, esplosione demografica, conflittualità tra animisti e cristiani, da un lato, e islamisti dall'altro. La posizione americana inasprisce la prima, in quanto causata dal cambiamento climatico, e la terza, e non fa nulla per risolvere la seconda.
La posizione di Francesco è sempre più un atteggiamento politico più che meramente religioso, e dunque una posizione anti-capitalista. Questo garantisce una "mobilità" della Chiesa: un proselitismo e una vocazione mondialista. Tuttavia, espone i cristiani cattolici a conflitti comunitari con chi detiene o intende favorire indirettamente gruppi di potere economico sul proprio territorio. Attirando investimenti dai petroldollari sauditi, per esempio. Le comunità cristiane diventano perciò "vittime" sacrificali perfette per un doppio livello di interessi convergenti: il radicalismo religioso islamista e l'ordine capitalistico interpretato in senso fascista.
La normalizzazione di Trump avrà probabilmente luogo, ad opera di strutture interne e di cancellerie NATO. Ma sarà un processo difficile, lento e contraddittorio.  Quale posizione per l'Italia? Di fatto, il ruolo internazionale di Francesco rende il nostro paese un elemento "scomodo" ma allo stesso tempo indispensabile per realizzare un'Europa a due velocità che abbia un nucleo interno. Il nucleo si reggerà, se partirà quest'operazione, su tre gambe: una militare (Francia), una economica (Germania), una politica (Italia). Il nostro ruolo geostrategico aumenta inoltre con l'intensificarsi della minaccia terroristica in Europa, a causa del peculiare meticciato culturale realizzatosi in Italia e dell'adeguatezza della nostra risposta di intelligence. L'Italia costituisce l'unico paese occidentale avanzato di una certa dimensione che non è in guerra esplicita con l'Islam, e che combatte la sua battaglia anti-islamista unicamente sul terreno egemonico. L'uscita britannica dalla UE dovrebbe velocizzare il processo di avvicinamento tra i tre grandi paesi del centro dell'Europa.
La posizione della Russia e dei Cinesi è di crescente peso in Asia e in Africa. La prima, per un'intransigenza anti-islamista tutta giocata a beneficio interno in chiave anti-disgregativa, i secondi per i loro rapporti commerciali e finanziari crescenti con Gibuti, Pakistan, e altri luoghi, con i loro effetti di pacificazione ma anche asservimento.
Con il progetto della nuova via della seta, la Cina si prepara ad aprire il proprio mercato e a costruire sinergie economiche dentro le filiere produttive, che potrebbero contribuire a calmare le acque dell'Asia centrale distribuendo territorialmente un po' di dividendi, e produrre una nuova leadership regionale che la Cina non è mai riuscita ad avere fino a questo momento. La conversione della Cina a un moderatismo capitalista è ormai pienamente compiuta, ma la sua caratteristica centrale è il rifiuto delle forme democratiche. Questo rifiuto per altro antico appare sempre più ragionevole a molti, nell'età delle autocrazie. La Cina resta comunista in un senso: è interessata al governo come gestione dei processi e alle dinamiche di lungo periodo. Questo modello è molto vicino a talune cose che emergono in Europa, e soprattutto in Italia, con i Cinque Stelle: innanzitutto, l'elemento anti-personalistico e dunque collettivo della leadership e l'interesse per le grandi questioni di governance geoeconomica e ambientale come questioni "epocali" e dunque di "salto" nell'utopico. Tale impostazione influenza anche la Russia, che poi "arma" con il proprio know how di intelligence e in particolare di abilità nelle infiltrazioni questa idea inculcandola fino al cuore dei movimenti populisti di destra europei. Ma si tratta fondamentalmente di una mentalità cinese o, nella nostra percezione, "orientale".
Tuttavia, appunto, tale ideologia è per lo più fortemente estranea al mondo "socialista" che ha il proprio centro in Europa, America Latina, e per altri versi in paesi come l'India. I legami di vicinanza tra America Latina ed Europa si rafforzano così in chiave anti-orientale, in generale, nell'adesione ancora a una forma di personalismo nella leadership e dunque alla centralità delle personalità emerse attraverso una responsabilità non disunita dalla critica, accostate a un elemento procedurale democratico, il quale determina però instabilità, agli occhi di molti. Nella grande battaglia culturale tra Oriente e Occidente, gli Stati Uniti appaiono invece per lo più come una comparsa cui il destino ha consegnato improvvisamente le chiavi di un copione, pericolosamente affetta da protagonismi, interventismi, solipsismi, ingenuità culturali e strategiche. A grandi passi verso l'integrazione europea.

sabato 20 maggio 2017

Non un eroe. Un ricordo

E poi in fin dei conti dire che amava la verità non significa assolutamente nulla. Giulio, per quanto ne so, amava cose assolutamente normali. E la verità non lo è di certo. Dopo la morte inizia la damnatio memoriae, naturalmente. Se vieni ucciso, una colpa dovevi averla. E allora cerchiamola. Certo, aveva una curiosità che potrei definire eccessiva, in un senso: eccessiva rispetto all'interesse reale che provava per le cose al punto da seguirle nei loro meandri e appassionarsene al di là di ogni logica e di ogni ragionamento, come è proprio di chi abbia assunto su di sé una causa come responsabilità vera. Una curiosità dunque troppo vasta per concentrarsi su qualcosa di specifico. Questa è stata probabilmente l'origine dei suoi problemi con il mondo. Chi di noi non li ha, del resto. Il 12 ottobre 2011 il primo incontro. Eravamo a un seminario, a Cambridge. Lui ascoltava con assoluta attenzione e con un piglio particolare, che notai quasi subito. Era a suo agio nel contesto, per me invece molto difficile, dell'accademia britannica. Facevo già molta fatica a capire ciò che tutti dicevano, ero arrivato esattamente da una settimana. Il 24 novembre 2013 l'ultimo. Mi ferì senza accorgersene. Non capì che quello era il momento di stare dalla mia parte. Io feci finta di nulla, ma archiviai la cosa con una cura che si riversa tutta quanta nell'ambivalenza del ricordo.
Ecco la colpa. Non schierarsi. Tutto lo interessava. Nulla apparentemente lo toccava, se non in una maniera che lui poi avrebbe reso nota al mondo in un modo completamente diverso e sotto una luce completamente altra, e talmente altra da rendere quel contatto irriconoscibile, secondo una forma di sensibilità che è in realtà ipersensibilità. Giulio non era veramente schierato, al di là di quello che c'è scritto nei giornali, nei resoconti, e nei retroscena, e in questo era forse davvero un amante piuttosto inconsapevole della verità. Giulio non era ancora entrato nella dimensione del prendere parte facendo capire con ogni parte di se stesso agli altri di aver preso parte. Era certamente sempre in prima fila, ma per chi? A favore di chi? Con chi? Nel gioco tra tragedia e comicità, lui era una vox media vivente, un freddo analista dai grandi ideali. Un ironico, un sensibile. Eppure, la nostra amicizia ha sempre funzionato alla grande, perché ero sostanzialmente come lui, sebbene nel mio modo, completamente diverso. Forse solo napoletano, e non, invece, triestino. Non si aspettava niente, e non chiedeva niente. Dava. Una generosità estrema, la sua. Ma un'intelligenza che ancora stava cercando un cuore dove palpitare a pieno. Nell'incompletezza della sua formazione, la tragedia di chi lo ha mandato al macello e che oggi scompare forse vigliaccamente, forse per necessità. Certo, era un uomo difficilmente arginabile. Da un certo punto di vista il sistema italiano prepara meglio, attraverso un meccanismo semplice: la disoccupazione. Il sistema inglese dà invece mille opportunità, e ti dà l'impressione di essere arrivato anche quando non lo sei.
Mi dispiace molto se Giulio non era arrivato ancora. Perché l'ha pagato troppo di più di quelli che non gli hanno permesso di arrivare. Non un inquieto, né un ingenuo. Forse, sì, un superbo. Una mente purissima. Ma che doveva essere (ancora) protetta dagli effetti collaterali della propria grandezza.
Il percorso verso l'empatia è una strada lunghissima, dove si affrontano prove che ti permettono di tornare indietro e di ripartire da zero, o da uno. E non c'è modo di evitarle, a meno che la tua bravura a schivarle non sia il segno forse neanche troppo ambito del predestinato. Solo, conviene forse, in un certo senso, affrontarle prima che sia troppo tardi per poterle raccontare. Non Giulio com'era, ma come poteva essere agli occhi dei suoi nemici. Uno che giocava, di certo, troppe parti in commedia.