domenica 22 aprile 2012

Lo strano modo in cui Mr. Assange rivoluzionò il mondo


Ogni sabato

Ogni sabato, su King's Parade, di fronte al Corpus Christi College, un tizio mette un cappello sottosopra vicino ad un piccolo cassonetto dell'immondizia, poi si mette dentro al cassonetto, imbraccia la chitarra, che tiene sospesa fuori dal cassonetto, e poi richiude sopra di sé la parte superiore del cassonetto. Suona pezzi folk a caso e i giapponesi, o gli americani che passano, gli lasciano un euro. No, aspetta, non ho capito. Se sta tenendo la chitarra con due mani, come fa a chiudere il cassonetto sopra di sè? Riproviamo. Il cassonetto ha quattro buchi nella sua parte alta, da dove puoi gettarci le cose dentro (possibilmente non proprio mentre c'è un chitarrista dentro, però, in generale, questo è quello che dovresti fare con le tue cartacce). Il tizio è dentro ma ha le mani fuori e tiene con entrambe la chitarra. Diciamo che a un certo punto ha tenuto la chitarra con una mano sola mentre con l'altra chiudeva il cassonetto sopra di sè. Si, deve essere andata così.
Il tizio suona la chitarra e la gente si ferma a guardare quel cassonetto-con-braccia che suona. Tu pensi che lui lavori solo il sabato e la domenica, e invece no, Wicksell e Keynes non sarebbero d'accordo. Quel tizio ha osservato per un sacco di tempo. Ha aspettato, certo. Ha osservato, il che è lo stesso. Cosa? Naturalmente la distrazione. Il tizio he detto: se le persone fossero sempre distratte, nessuno ascolterebbe la mia musica. E ne ha concluso: se le persone fossero sempre concentrate, molti ascolterebbero la mia musica invece di non ascoltarla. Ha deciso di prendere di petto la questione: affronto il nemico direttamente, nei suoi luoghi simbolici, sul suo inviolato terreno. Voglio vincere per KO. Umiliare la dea distrazione è l'unica cosa che potrebbe forse un giorno riuscire ad appagare la mia dedizione alla dea musica. Uno scontro di civiltà, una Totalkrieg. Attraverso le Ardenne, proprio lì, dove non se lo aspetta, nella sua casa, nella sua capitale, nel suo mausoleo, nel suo sacrario. E così continuava a prendere appunti, ovunque. Dove si possono prendere appunti? Da tutte le parti. Al dipartimento di economia ti insegnano a scrivere velocissimo mentre il prof. è girato dall'altra parte, per altro coprendo, dalla tua prospettiva, almeno parzialmente ciò che scrive; e scrive veloce, lui, scrive velocissimo. Lui scrive velocissimo e tu devi essere veloce come lui. Tu devi leggere e ricopiare ciò che lui scrive mentre lui deve solo scrivere, perciò devi essere discretamente più veloce di lui, in definitiva. Devi sperare di beccarne uno vecchio, così ha almeno i muscoli rallentati. Ma all'accademia-dei-frikkettoni è tutta un'altra storia. Il professore parla, e tu puoi prendere appunti dopo tre giorni. Dove? Boh. Il professore parla e tu prendi appunti da un'altra parte. Dopo tre giorni, nella toilette a casa dei nonni, o seduto in un caffè. O forse torni lì, quando lui non c'è. Il prof. crede che a te non te ne sia fregato niente di quello che lui ha detto, e invece torni lì, in quell'aula, e prendi appunti quando lui non c'è. Che smacco. Tiè.
Lui continuava a prendere appunti, certo. Aveva imparato a prendere appunti anche in ascensore durante l'esercitazione per l'evacuazione, mentre nessuno sa che quella è un'esercitazione e c'è un gran casino. Non ha mica bisogno di suonare, lui, dal lunedì alla domenica. Lui passeggia, scrive, non ha alcun bisogno di esercitarsi a suonare perché ha sempre lo stesso repertorio da quindici anni.

Vendetta

E poi certo, un bel dì l'illuminazione. Il cassonetto. Chissà quanti appunti prima di capire che era il cassonetto il cuore del Sistema. Sul ciclo dei rifiuti la mafia ci fa la cresta? No, troppo facile, deve aver pensato. Ce li fa la Sony: è lei che ti vuole distratto. Il punto è che la mafia al massimo ti vuole triste, ma lui questo non lo sa. Lui pensa che la mafia e la Sony ti vogliano estremamente distratto. Naturalmente lui è in quel ristretto club in cui nello statuto c'è scritto che poi tra la Sony e la mafia non c'è tutta questa differenza, ma quello è un altro discorso. Quelli che al bistrò se un cameriere fa cadere il vassoio si toccano il portafoglio perché pensano che qualcuno laggiù ti voglia semplicemente distratto. Distratto, confuso, la Sony ti vuole così. Quelli lo chiamano Amore per la Musica. Si, il loro. Loro la musica la amano e proprio per questo vogliono che tu di musica non ne capisca nulla. Distratto, incolto, ciondoli per le strade consumando cibi fritti e buttando cartacce in cassonetti ampi e confortevoli. Solo così puoi davvero pensare che quella che senti dalla radio sia la vera voce di Britney Spears, e non il sistema di equazioni che la fa sembrare intonata. È così che la gente iniziò a smettere di ascoltare Brassens e Gaber. Distraendosi. Cassonetti sempre più grandi. Lo spazio per gettare cartacce sempre più grosso. Butti via, non ci pensi. Ho finito di consumare il mio panino, dunque ciò che fu di lui albergo smette di interessarmi.
Mettere una bomba alla Sony? No, lui sapeva che il rapporto tra la dea distrazione e la Sony è che la distrazione è il core-business della Sony. Lui conosceva la legge di Say, sapeva che non sarebbe stato sufficiente distruggere la Sony per eliminare la distrazione stessa. Chiudere ogni accesso a tutti i cassonetti del globo? No, lui ha studiato all'accademia-dei-frikkettoni, è molto più intelligente di così.
Devo costringerli a osservarmi, ha pensato. Costringerli. Mettermi in un luogo in vista? Costruire un palco, e mettermi a suonare sul palco? No, è inutile. Solo alcuni mi osservererebbero. Devo dimostrare che devono osservarmi. Tutti. La distrazione non solo è un peccato, è l'Intollerabile. Non esistono il peccato e la confessione: ovunque domina l'Errore. Dovrete guardare nel luogo che non volete guardare. Non conta dove vogliate guardare, dovrete guardare. Poiché io vi ho da sempre osservato, ora avrò la mia vendetta. Voi, sentendo il suono e le mie urla, vi girerete attorno fino a trovare la loro origine. Ed è a quel punto che mi troverete qui, nella spazzatura, per la quale per altro, a mio giudizio, non nutrite sufficiente rispetto.
Lui, anche da lì dentro, chiuso nel suo antro continua a osservare. Una volta questa tipologia di persone finiva a lavorare per il Mossad. Se non che, con questa storia di Assange, da quelle parti hanno smesso di assumere nuovo personale.

mercoledì 18 aprile 2012

La Gente, Hegel e Manhattan


Ho scoperto che di solito alle persone a cui piace Hegel piace anche downtown Manhattan. E se per caso a qualcuno di loro non piace uno dei due (di solito il primo), è perché non sa che esiste. Ma pochi davvero non hanno presente Hegel: semplicemente non sanno come si chiama. Quasi tutti ne hanno visto almeno la barba (e non è poco), e spesso hanno anche sentito dire “Fenomenologia dello Spirito”; se italiani, probabilmente, facendo zapping su La7, e se, magari, inglesi, sorbendosi una mezz'ora di educazione civica in formato BBC.
La coscienza collettiva esiste e come, ed è facilmente identificabile: è l'ipotesi più noiosa per il tuo tempo libero. Io quelle cose non le faccio. Davvero. Tuttalpiù leggo Bruno Bauer, seduto a fianco di un playground a Harlem. Ma a Manhattan no, non ci riesco.
Ci sono libri che trovo del tutto impossibile leggere. Non è che li leggo, li conosco. Siedo a tavola laddove la gran parte dei commensali è sicura che io li sappia a memoria. Ovviamente non li ho mai letti. E poi non è tanto che io non li abbia letti, è solo che è ovvio che non li ho letti e che se anche li ho letti non fa alcuna differenza. Come faccio a ricordarmelo? Forse li ho letti, e allora? Leggere libri di filosofia, dopo i 25 anni, risulta tecnicamente improponibile, fa venire l'ulcera. E leggeli prima è inutile. E' sempre la stessa cosa: come essere a Time Square e cercare di stupirti, di provare piacere. La Fenomenologia è la storia della cultura. Non può essere interessante. E' in tutte le pagine di tutti gli altri libri, oltre che nella copertina dell'ultimo numero di Donna Moderna. Non ti riesce: l'hai vista troppe volte. Io dico che nessuno legge veramente certi libri, dopo essersi addentrato nell'età della ragione. Scorci, pagine, inquadrature, pagine, si. Ma l'intero quadro no, non è possibile. E del resto come può interessarti davvero Broadway. Come fai? E' come presentarti a un colloquio di lavoro in pigiama: che cosa hai fatto finora nella tua vita? La prefazione della Fenomenologia è l'unica parte che puoi affrontare evitandoti una colica. Perché è bella. Con le cose belle, infatti, il discorso non funziona. L'immaginario non solo non è fatto di cose belle, ma non è fatto di cose. E' fatto di linguaggi. La macchina dell'immaginario non è in se stessa bella. E' solo un mezzo, uno strumento per altro. Ti permette di dire le cose più velocemente. Automobili veloci. Time Square. Fretta. Time Square. Malinconia e consumismo. Time Square. Malinconia perché consumismo. Time Square. Solitudine perché il consumismo ottunde la malinconia. Relazioni consumate, tempo consumato, valorizzazione degli istanti, sorrisi a 32 denti, essere incazzato solo perché sei povero. Time Square. Storia, puzza di storia. Hegel. Alta cultura. Hegel. Gente che pensa davvero che esista l'alta cultura. Hegel. Gente che dice che non andrebbe mai a Time Square. Glielo chiedono e non ci pensa: non ci andrò mai. Ci andrebbe eccome, lui si che ci andrebbe. Semplicemente non ci pensa, la risposta è pronta prima. L'unica cosa che è sicura è che non andrebbe ad Harlem, perché non sa cos'è, e soprattutto non sa come rendere le cose che sono poco interessanti più interessanti di quello che sembrano. Haarlem è al fianco ad Amsterdam. Lo sapeva che New York si chiamava Nuova Amsterdam? Certo che no: tutto quello che è avvenuto in America prima del 1776 non è intrinsecamente interessante, dunque non gli interessa.
Certe persone non sanno come rendere le cose interessanti. Le persone che sanno rendere le cose interessanti, invece, odiano le cose interessanti, perché fanno perdere un sacco di tempo e tolgono la voglia di fare. Certo Hegel è forte, però non ti rappresenta. Leggi al massimo due pagine perché è complicato, o nonostante sia complicato. Nessuno riesce mai a chiedersi cosa ci sia scritto davvero, dentro la Fenomenologia. E poi la gente la legge davvero la pubblicità sui cartelloni di Time Square? Secondo me si, eppure dopo non comprerebbe mai la Coca-cola che ha visto sul tabellone. Siamo a Time Square, quindi quella è una pubblicità. Non devo comprare davvero quella roba, dopotutto siamo a Time Square. Quei tabelloni mi dicono cosa dovrei comprare, e io mica sono fesso.
Hegel è insopportabile, certo. E Time Square l'hai già vista in quel famoso film. L'immaginario collettivo serve al massimo a chi ogni sera va in un bar diverso. Per gli aficionados del Bar Sport è molto più divertente leggere l'elenco telefonico: ogni nome una possibile storia. Certo è difficile rendere di nuovo interessante il bar di ieri sera. Male che vada posso invitare gli amici a casa, però, e se non vengono ho ancora l'elenco da finire. Per fortuna è lunghissimo, sono ancora alla B.
E poi domani scrivo alla Coca-cola, e gli dico di comprare spazi pubblicitari sulla prossima ristampa della Fenomenologia. Altro che Time Square. Se quei pubblicitari sapessero quanta concentrazione ci vuole per leggere la sezione “Oggettività” della Fenomenologia, comprerebbero uno spazio pubblicitario ogni due righi. Qui a Cambridge va in tipografia, nell'edizione inglese, ogni paio di settimane, e sono sicuro che quelli lì, ad Atlanta, queste cose non le sanno. Gli do un consiglio, poi fanno come pare a loro. Spero solo che la Coca-Cola non fallisca mai, ecco tutto. È così maledettamente buona.

lunedì 9 aprile 2012

Sulla libertà di dire il falso

Oggi Nadia Urbinati, parlando dell’Italia e della sua senescente seconda repubblica, scrive su un quotidiano: “ci sono tre forme di partigianeria che possono nascere in un governo rappresentativo: quella di chi è critico del governo ma sostenitore della costituzione; quella di chi è nemico sia del governo che della costituzione; e quella di chi cerca protezione o favori contro la costituzione e la legge. La prima ‘divisione’ soltanto è legittima. Le altre due sono un cancro per il bene pubblico.”
Secondo la Urbinati i partiti nati dopo la fine della prima repubblica, e soprattutto la Lega e il PDL, sarebbero del secondo o del terzo tipo, e dunque tendenzialmente illegittimi. L’analisi storica è corretta, ma è quella teorica ad essere rivedibile. E’ vero, cioè, che quei due partiti appartengono alla categoria dei partiti anti-costituzionali, oppure a quella che contiene ogni tipo di lobby dedita a chiedere favori, il che li mette, nella tripartizione precedente, in entrambi i casi nel campo dell’illegittimità, tuttavia è la tripartizione stessa ad essere insufficiente.
La fedeltà al sistema è una caratteristica delle classi dirigenti, e non di specifici partiti. Le classi dirigenti sono di due tipi: intellettuali e industriali. Entrambi i tipi sono in ciascuno dei partiti, sebbene in una miscela diversa. Chi ha da guadagnare da una situazione politica tende ad avere un sacro rispetto per le regole, e tende conseguentemente a dare alle proprie convinzioni il nome tranquillizzante di “interpretazione del bene comune”, “interpretazione della costituzione”, “difesa dell’interesse comune”, ecc.
Chi ha da perdere, nello status quo, tende al contrario a dare alle proprie idee i nomi dell’innovazione e del cambiamento, della rivoluzione e della riforma.
Tuttavia non sono i nomi a rendere le idee legittime, ma la veridicità delle idee stesse. Le idee politiche guadagnano legittimità dal fatto di essere, più o meno, vere. Se non che non tutti i partiti, e soprattutto non tutte le persone, difendono tesi egualmente vere, e nemmeno rappresentano in maniera egualmente verace la condizione in cui ci troviamo. E’ forse vera la Padania, è forse vero che una donna che vuole emanciparsi deve sposare un milionario, è forse vero che la riduzione del debito pubblico creerà lavoro, è forse vero che i milanesi vorrebbero tanto andare su autobus destinati esclusivamente ai milanesi, è forse vero che un ragazzo nato in Italia e vissuto in Italia non è italiano? No.
Gli uomini e le donne, che siano iscritti o meno a partiti politici, sostengono spesso e volentieri il falso. E, a mia conoscenza, questo è l’unico modo che hanno per rendersi parzialmente illegittimi agli occhi degli altri. Tuttavia quello che gli "altri" dovrebbero fare, dopo aver smascherato i falsari, è ignorarli, girarsi dall'altra parte, andare al cinema o in balera, e lasciarli parlare al vento. La libertà di dire fesserie non merita la rabbia di nessuno, ma la cura di predisporre per essa luoghi e occasioni: il misero spettacolo di comizi deserti, la professionale pazienza dello psichiatra, le estenuate telecronache di ciclismo.

lunedì 2 aprile 2012

Un business per il futuro: consulenze per mendicanti

Diversi anni fa Alessandro mi raccontò che finalmente uno dei vucumprà che sovrappopolano i portici bolognesi era riuscito a fregarlo. Verso le nove di sera lui passeggiava divorando la sua pizza, ancora contenuta nel cartone, quando M. (il Mendicante anonimo), posteggiato sul ciglio della strada, lo silurava con la domanda decisiva: “me ne dai un trancio?”

Non, perciò, mi dài un euro per una pizza”, bensì, più direttamente: “mi dài (parte di) una pizza?”. Il vagabondo economista aveva colto, evidentemente, un aspetto fondamentale delle transazioni tra vucumprà e quel Ceto Medio Impiegatizio (CMI) che si dimena vorticosamente per il centro città: il moralismo o, anzi, la morale razionale, insita nel modo di ragionare del CMI stesso.

Il CMI, infatti, è una classe di persone note per essere molto ragionevoli. In particolare sanno che la pizza produce sazietà. Allo stesso tempo sanno anche che i soldi non producono pizza. È il lavoro, unito agli ingredienti, a produrre pizza. I soldi, invece, non producono pizza, ma solo libertà di scelta tra beni diversi, tra cui, eventualmente, la pizza stessa.

Il ragionamento standard che la totalità dei M. propone a te, membro del CMI, è invece assolutamente inadeguato al contesto nel quale esso viene proferito, contesto che prevede l'interruzione della tua camminata in mezzo alla strada proprio mentre tu, insieme a tutto il resto del CMI, stai andando a lavoro e hai al massimo cinque secondi da dedicare a pur rispettabilissimi scocciatori. Il ragionamento standard dei M. è infatti veramente assurdo: “ho fame, quindi dammi più libertà di scelta per favore, dammi, cioè, dei soldi, con cui potrò finalmente comprare ciò che voglio.” Invece di accontentarsi di una pizza, dunque, essi, per quanto emaciati dall'inedia, chiedono piuttosto snobbisticamente il menu.

Alessandro diede a M. il suo trancio di pizza, certo, e del resto come rifiutarglielo? Rifiutare un trancio di pizza a uno sconosciuto risulterebbe difficile persino a Göering (e oltretutto non intendo certo parlare male di Alessandro, anche se molti di voi non lo conoscete), mentre rifiutargli dei soldi è estremamente semplice.

In realtà, piuttosto che la mancanza di cibo, è proprio il desiderio di libertà che produce la fame, come fenomeno sociale. Nelle società premoderne vi era certo la carestia, ma era un fenomeno generalizzato che colpiva ricchi e poveri, dovuto a fatti naturali. Solo l'invenzione della grande città industriale l'ha reso un fatto sociale. Il desiderio di libertà che c'è nella civiltà moderna comporta quelle impensate rigidità mentali, quegli inauditi freni all'immaginazione che rendono la fame endemica. “Ho fame”. “Da dove vieni?” “Da Carestiopoli”. “C'è una guerra a Carestiopoli?” “Boh” “E allora sulla base di quale diritto mi chiedi da mangiare”? “...Ho fame” “Le fazioni che, scontrandosi, impediscono una adeguata pianificazione economica e una distribuzione plausibile delle risorse a Carestiopoli sono (a) élite rivali, (b) bande terroristiche contro strutture governative, (c) poteri esteri di natura neocoloniale contro comunità locali autorganizzate?” “Che palle.” “Aspetta, su questa materia siamo scoperti, c'è da organizzare un convegno, e, sai, ci sono dei tempi tecnici, nel frattempo lì c'è un distributore automatico.” “Hai un euro per una pizza?”

La cultura occidentale è semplicemente geniale: ti permette di mendicare, ma, una volta che lo fai, ti convince ad adottare una strategia perdente.

Infatti la forza mentale che permetterebbe a un qualsiasi mendicante di chiedere semplicemente un trancio di pizza, all'ultimo passo della conversazione precedente, è immensa. Forse con vent'anni di oratorio o di educazione marxista alle spalle puoi farcela, ma altrimenti è dura non diventare semplicemente il prossimo cliente del distributore automatico. Piuttosto comincerai a chiedere soldi, cioè libertà, senza riuscire a conquistarne che pochi spiccioli, e così comincerai a riflettere su come la si ottenga per davvero. Forse i tuoi nipoti ci capiranno qualcosa a questo proposito, ma tu no, tu della libertà non capirai un tubo, ti trascinerai per le strade, mentre l'Alessandro di turno continuerà a camminare abbassando gli occhi: “Scusa, devo andare”. La Gente Del Popolo (GDP) non risponderebbe mai così. La gente del popolo, a uno che chiede soldi, risponde “Vai a lavorare”. Dal che si deduce non soltanto che GDP non abita tra i portici bolognesi, ma anche che GDP ha più immaginazione di CMI. CMI pensa: “non mi conviene darti i miei soldi”, il che è vero. GDP pensa, “come ti permetti di chiedermi soldi? Non puoi essere così insolente, vuol dire che sei semplicemente ignorante, e non sai nemmeno che per avere dei soldi devi lavorare, perciò te la dò io una lezione”. Quello che pensa GDP è perciò altrettanto vero, ma molto più raffinato ed efficace di quello che pensa CMI.

Il lavoro è un concetto del tutto effimero e allo stesso tempo fondamentale, è un atteggiamento e pure un dato di fatto. Gli antichi greci, ad esempio, non ritenevano affatto che le statue di Policleto fossero belle. Tuttalpiù kalaikaiagathai: belle in quanto nobili. E cosa vi era di così nobile? Naturalmente il lavoro che ci vuole per fare arte, cioè artigianato (l'arte è stata inventata in Europa nel XIX secolo). Quando un vecchio amico lo chiamava per andare a prendere un drink e parlare della sua ultima delusione d'amore, Policleto, al suo antico citofono greco, spesso rispondeva picche, e se ne stava a casa, magari leggendo Pindaro (la pubblicistica doveva essere piuttosto noiosa, all'epoca), sgranocchiando pop-corn e sedendosi a riflettere, mentre dava un paio di scalpellate al suo prossimo busto di ginnasta. Quando la sua donna era incinta e avrebbe gradito maggiore assistenza, Policleto probabilmente se ne fregava, e andava in giro a fare stage di scultura a profusione con i suoi amici frikkettoni su isole greche a caso.

Alle persone a lui vicine cosa mai poteva rispondere, il povero Policleto? Probabilmente solo questo: “Mi dispiace, ma devo lavorare”. Sebbene gli artisti siano non raramente persone orribili, il loro amore per il lavoro in quanto tale è essenziale alla vita della società. Tuttavia il ricordo del lavoro scompare nel tempo, e nulla, oggi, ci impedisce di immaginare che le statue di Policleto siano semplicemente belle, e cioè venute da chissà dove, nonostante esse siano state concepite ed esibite soprattutto per la peculiare nobiltà che esse incarnavano: la nobiltà dell'amore per il lavoro che le aveva prodotte.

Il lavoro non impedisce l'esercizio dell'immaginazione. E dunque nemmeno quell'immaginazione necessaria a delineare buone strategie. La pizza può benissimo arrivarti da uno che ti cammina a fianco, non c'è bisogno di comprare gli ingredienti, procurarsi un forno, e guardarsi un tutorial su youtube, e se è per questo non c'è neanche bisogno di chiedere soldi per poterla comprare. Davvero non capisco perché nessuno – a mia conoscenza – si sia specializzato in consulenze per mendicanti. In fondo, a quanto vedo in giro, la suddetta categoria non è nemmeno tra le più povere.