Ha ragione Michele Serra, nel suo articolo di oggi. Crevalcore, tra la provincia di Bologna, Modena, e Ferrara, è bellissima. Il centro storico, così umano da essere quasi finto. E che dire di Galeazza, con il suo folle castello medievale in cui si festeggia Halloween con le crescentine e i costumi da vampiro, come fossimo in una qualunque periferia di Boston catapultata in un qualunque tempio dell'ovunque rustico savoir vivre nostrano. E poi quella volta che correvamo con la nostra Opel scassata, in quei campi, e ci scansavamo da quel trattore, che piano piano si avvicinava minacciosamente in direzione opposta, sollevando ammassi di polvere su quella strada sterrata; non che fosse stretta, ma era lui che era grosso, un trattore enorme, non ne avevamo mai visto uno così. Che facciamo, ci scansiamo, così rischiando di finire fuori strada? No, acceleriamo, e giriamo prima di sbatterci contro, e nel farlo mettiamo due ruote nell'erba, pazienza. Per me che guido una volta al mese era già tanta emozione. E poi dritti verso il casolare, è lì che dobbiamo fare il mastering, tra quelle fosche mura con 200.000 euro di apparecchiature installate tra 200.000 barbabietole e qualche raro albero. Ogni duecento metri un casolare, ogni tre chilometri un piccolo borgo, con la chiesa antica. La pianura padana è bella, sì, anche se lei non lo sa. Reti di persone organizzate, leali, noiose (noiose le reti di persone, non le singole persone). Starei per dire civili, se non che per me la vera civiltà è solo nella città, nella grande città dove ti sei ritrovato solo quando ti sei davvero perso, e quando ti sei perso non puoi chiedere "dove siamo?", perchè dove siamo c'è scritto sull'angolo tra ogni paio di strade perpendicolari, perciò quando ti sei perso, ti sei perso tra le persone, e non tra le cose, il che è più grave, ma è anche più interessante. In città nessuno è ciò che sembra, e tutti ti possono deludere per il solo fatto che non avevi capito bene cosa ti avevano detto. Lì invece si, tutto è ciò che sembra. La luce perciò è diversa, i muri sono muri, i casolari casolari. Persino i rettangoli dell'agrimensura sono proprio rettangoli.
I grandi spazi dell'agronomo rendono la mente di colui che si aggira in moto o in bici fuggevole e fantasiosa, e rendono anche le parole della pubblica opinione inutilizzabili e fastidiose. "Territorio produttivo", "comunità solidali", solo chiacchiere. Il territorio è una cosa che di per sé non produce niente, se non bacche di ginepro, e la struttura sociale di quelle zone è data dalla grande casa colonica isolata, e poi le comunità non sono solidali, sono mobili, sempre, tutte, e a maggior ragione lì, dove non sanno nemmeno di esportare in tutto il mondo, perché hanno più partite IVA che aghi per cucire, ragion per cui ciascuno occupa metà del proprio tempo a scrivere il meglio possibile o il meno possibile la propria dichiarazione dei redditi, senza porsi ulteriori problemi.
E però lavorano, si. Gran lavoratori, si dice. Reti di persone e una matissiana, endemica joie. Certo la Secchia non è la Senna, ma del resto non è che nella Senna ci si faccia volentieri il bagno. La joie de vivre di cui parlano i quadri di circa metà dei pittori francesi operanti tra la metà dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, appassionati di paesaggi fluviali, non è data dalla possibilità di fare il bagno al fiume, ma dalla possibilità di fermarsi dal lavorare e di conseguenza passare il tempo a divertirsi, in qualunque modo lo si voglia fare. Non era la Senna a dare la joie de vivre ai francesi in gita raffigurati dai pittori di cui sopra, ma l'industria. L'industria che ti permetteva di stancarti, e perciò anche di riposare. Non che quelli che venivano raffigurati spiaggiati e assolati, lì intorno a Parigi, fossero gran che stanchi. Ma gli altri si, la gente del popolo. Quelli erano stanchi e come, perchè lavoravano 14 ore al giorno, e perciò anche gli spiaggiati erano un po' stanchi, perché vedere gente stanca è un'attività che, a sua volta, rende stanchi.
La Senna, insomma, non dava la joie de vivre a nessuno, come dicevamo, ma dava, tuttavia, i riflessi al pittore, poiché i riflessi si nutrono proprio della superficie delle acque. Se non che i riflessi a loro volta non erano che una scusa, così come del resto la Senna stessa non è che una scusa per introdurre i riflessi. Tutto per permettere al pittore di parlare della storia. Tutte scuse, come probabilmente diceva spesso Sherlock Holmes, e in ogni caso tutti trompe d'oeil. Non che ai pittori interessi la storia: agli intellettuali la storia non interessa affatto, la storia è solo la scusa che gli intellettuali hanno per parlare della scienza. Agli intellettuali interessa, infatti, la scienza, perché sanno che la scienza e l'industria sono i più grandi motori del progresso. A loro interessava solo la fotografia, che era stata inventata da poco. Fotografare la realtà della vita della gente non vuol dire rappresentarla per come è, essi pensavano. Quei pittori erano così contenti di aver scoperto questa circostanza che avrebbero dipinto anche la Secchia o il Panaro, se si fosse reso necessario a diffondere quel messaggio. Quel messaggio era enorme, era il più grande messaggio che fosse possibile diffondere. La scienza va avanti, perché dietro la scienza ci siamo noi che pensiamo. Questo era il messaggio, certo, non era la verità. Nessuno sa quale sia la verità, del resto. La fotografia c'è, ma c'è anche il pensiero dietro la fotografia, questo era il messaggio, vero o falso che fosse.
Chissà cosa dipingerebbero quei pittori, oggi. Sicuramente non dipingerebbero quei ruderi, i monumenti abbattuti dal terremoto che tutti guardano sui siti. Io non credo che dipingerebbero neanche quei capannoni distrutti. Forse dipingerebbero ancora la Secchia, con un sacco di gente girata dall'altra parte. Forse dipingerebbero un trattore abbandonato. Forse dipingerebbero, cioè, la distrazione, la madre di tutti i peccati che singolarmente sono veniali ma quando vengono commessi da tutti contemporaneamente sono fatali.
Forse non farebbero altro che continuare a dipingere ancora la Secchia, o il Panaro. La natura, infatti, e gli stessi paesaggi naturali, spesso non sono che la metafora più scontata per riferirsi alla Distrazione, alla Noncuranza.
Nessun adulto si diverte senza aver, almeno ogni tanto, lavorato. Nessuno riesce a riposarsi trascinandosi nei vuoti giorni. Questa è la definizione moderna della joie de vivre. Di Crevalcore come di Mirandola, non mi preoccupano i monumenti abbattuti, e forse neanche i capannoni, ma la joie de vivre. Spero che chi vive lì la mantenga, anche e soprattutto perché io spesso riesco a stento a mantenere la mia.