sabato 2 luglio 2016

Il quadro geopolitico, i mutamenti globali, e la particolare posizione italiana negli attuali conflitti internazionali. Un bollettino

La situazione internazionale
 
Il quadro geopolitico è segnato come sempre da una molteplicità di conflitti. 
Il Sud del mondo, con l'esclusione del Sud America, del Sud Africa e dell'Australia, è quasi interamente in "rivolta" contro l'estabilishment occidentale, e questa rivolta ha assunto in Africa e in Asia i caratteri dell'islamizzazione delle popolazioni animiste e della radicalizzazione religiosa delle popolazioni islamiche, laddove nei paesi occidentali essa ha assunto i caratteri dell'estremizzazione del conflitto politico sul binomio alto-basso della scala sociale e della nascita di schegge impazzite, tra i giovanissimi, che si uniscono al jihad senza convinzione, ma solo per un rifiuto radicale delle regole sociali. 
Da questo lato, dunque, il conflitto più evidente sembra essere quello tra un Islam radicale che di fatto rifiuta l'etica capitalistica del lavoro e in particolare rifiuta l'occupazione delle donne fuori casa voluta dalla mentalità occidentale, e il capitalismo sfrenato di cui Washington è stata fino a questo momento il simbolo internazionale.
Ma non per molto Washington continuerà ad esserne il simbolo. La Cina infatti sta riuscendo per il momento a nascondere la propria leadership mondiale, ma non potrà farlo in eterno. 
Di fatto la Cina coltiva anche attualmente pessimi rapporti internazionali soprattutto con i suoi vicini più prossimi, ed esporta contemporaneamente persone, capitali, e tecnologie, riuscendo così a non farsi "contaminare" dall'esterno. Ma nel momento in cui l'equilibrio internazionale verrà percepito come una pax cinese, o meglio come una guerra che la Cina non riesce a fermare, è probabile che buona parte degli stati e delle business communities che coltivano una politica di pace guarderanno altrove - e cioè innanzitutto ancora una volta alla Russia - per cercare garanti di una condizione di pace e quindi un'agibilità per gli affari.
Oggi questo è particolarmente chiaro nella guerra contro il terrorismo, che sancisce l'espansione dell'influenza russa - dopo che la Russia ha giurato guerra eterna al fondamentalismo - in Medio Oriente, in nord Africa, e in Asia meridionale. Influenza crescente, quella russa, anche in Europa centro-occidentale, dopo l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea, la quale sancisce il ritorno di un asse Washington-Londra in chiave anti-tedesca prima ancora che anti-russa e un avvicinamento della Germania, parzialmente della Francia, e di conseguenza del nord Italia alla Russia, mentre i paesi dell'Europa orientale guardano a Washington più che a Berlino in chiave anti-russa, temendo che l'espansionismo di Mosca verso l'Ucraina possa un giorno toccare anche i propri interessi nazionali.
I fenomeni di destatualizzazione attraversano ampie fasce del continente africano per altro in rapidissima espansione demografica e in rapida desertificazione, il che comporta un'esplosione dei conflitti etnici e costituisce la base per una porzione notevole di tutti i flussi migratori globali. In questi territori gli interessi cinesi, in termini innanzitutto di investimenti, crescono, ma la Cina non riesce ad acquisire ancora una vera e propria egemonia su di essi. A causa del grande numero di contenziosi territoriali con Vietnam, Giappone, India, e altri paesi, la Cina appare in generale relativamente isolata sul piano schiettamente politico. Nei molti contesti che vivono una destatualizzazione, i poteri informali e quindi in particolare le organizzazioni jihadiste e le organizzazioni criminali acquisiscono un crescente peso.
Sembra che si assista a una sostanziale israelizzazione dell'Europa, un continente nel quale un numero crescente di lavoratori di origine straniera contribuiscono alle pensioni e al PIL pur non avendo diritti o avendo una dotazione di diritti limitata rispetto al resto della popolazione, il che genera tensioni geopolitiche con i paesi di origine di quei lavoratori e una "sindrome da accerchiamento" nei paesi europei che sposta l'asse dell'opinione pubblica a destra, e cioè verso una mentalità securitaria o latamente fascista.
Nel complesso, i flussi migratori sembrano determinare da un lato una separazione crescente tra cittadinanza e luogo di residenza, e dall'altro una privatizzazione del welfare come risposta all'impossiblità di attribuire il welfare a tutti coloro che sono solamente in transito nei territori che occupano. 
Questo radicalizza le appartenenze tutte, religiose o nazionali o, per meglio dire, rende religiose le appartenenze nazionali. Ciò vuol dire che l'appartenenza è vissuta prevalentemente come assenza, e dunque come ineludibile trascendenza, e dunque come un altrove cui sacrificare ogni "oggi" e ogni "qui". Questa forma dell'appartenenza conduce direttamente a destra, dal punto di vista delle opzioni politiche, e a un avvicinamento verso il fascismo.
Quasi ovunque il movimento socialista internazionale è in crisi, tranne che nei paesi anglofoni, dove invece aumenta di peso (nei paesi di fondazione politico-religiosa del capitalismo), come movimento ideale e come radice di pensiero laburista, più che come pragmatismo socialdemocratico, e si identifica perciò ormai sempre più con il progressismo capitalista, e perciò con qualunque forma del progressismo in quanto tale. La spinta "millenarista" del socialismo, il suo carattere para-religioso, è l'elemento che attrae ampie parti di quelle popolazioni verso gli ideali socialisti, in buona parte dei paesi più ricchi e prosperi del mondo, dagli Stati Uniti al Regno Unito alla Svezia.
Tutto va perciò verso un acutizzarsi del conflitto religioso e verso un acutizzarsi della sensibilità religiosa e perciò si aprirà a un ritorno del tema della tolleranza come base principale del confronto democratico, nei paesi che ancora coltivano una forma-stato e una struttura dell'opinione pubblica in qualche modo democratiche.

La situazione italiana, il dibattito pubblico e le prospettive

Per quanto riguarda ciò che attiene all'Italia, c'è da dire la Germania continua a rappresentare il fulcro politico dell'area che più di tutte unisce l'altissimo livello di antropizzazione all'altissimo grado di civilizzazione, in termini di diffusione delle tecnologie e qualità della vita, da Firenze a Rotterdam, da Lione a Norimberga. 
L'Italia si pone al confine tra l'area nord e l'area sud del mondo, ed è quindi prossima all'area nordafricana della destatualizzazione. Dove il peso delle organizzazioni criminali è più forte, vale a dire nel sud del paese, esse si pongono come garanti in termini di sicurezza di un processo di integrazione che lascia però i migranti in una posizione subalterna dal punto di vista lavorativo. In queste aree, le migrazioni spostano il dibattito a destra per la competizione tra poveri generata sul terreno del welfare.
Nelle aree che resistono alla destatualizzazione, vale a dire nel nord del paese, la questione delle migrazioni ha invece direttamente effetti sul senso di sicurezza, spostando ancora una volta il dibattito a destra ma per ragioni diverse.
A causa della presenza di una pluralità di poteri informali (Chiesa, organizzazioni criminali, innanzitutto), è ancora scarsa la penetrazione di frange terroristiche.
Il processo di disintegrazione europea sembra lasciare almeno il nord del paese in un'orbita che è sempre più esplicitamente tedesca, il che vuol dire che lo spazio per una politica mediterranea sembra assottigliarsi sempre di più. Le migrazioni e i fenomeni terroristici allontanano, anziché unire, le due sponde del mediterraneo, al momento. Questo sembra dipendere dal fatto che i governi non affrontano il problema delle diseguaglianze né sul piano nazionale né sul piano internazionale. Questo determina tensioni geopolitiche e focolai anti-colonialisti, perché i flussi migratori sembrano essere causati proprio dalla palese "mancanza di politica" da parte dei governi della sponda nord. I governi - e l'establishment in generale - sembrano sostenere che il welfare vada sottratto a tutti perché non può essere dato a ciascuno, ivi compresi i migranti. Essi cioè ammettono di non poter fermare i flussi migratori, ma nel fare questo, paradossalmente, li causano.
Di fatto una gestione europea del flussi e una gestione armoniosa dei sistemi di welfare al livello continentale, unita con una politica di cooperazione stretta con l'Unione Africana in chiave anti-terroristica e di cooperazione economica comporterebbero probabilmente una diminuzione dei flussi stessi e certamente comporterebbero comunque una loro minore ricaduta sugli andamenti dell'opinione pubblica e un loro minore scivolamento verso destra. Solo il ritorno di una grande politica sembra poter salvare il paese dallo sfaldamento interno o da una rapida virata a destra.