La Forma-dialogo fondamentale è parlare con gli altri in silenzio, e non partecipare a talk show. Il talk show non è che una conseguenza accidentale del fatto che un editore televisivo si è messo un giorno a parlare idealmente con gli altri restando in silenzio nella sua stanza. Non, dunque, parlare con se stessi, riflettere tra sé e sé, ma proprio parlare con gli altri. E possibilmente farsi anche insultare dagli altri. In silenzio. Facciamo un esempio.
A: Non si può introdurre una tassa per le transazioni finanziaria perché le banche porterebbero i soldi all'estero, dove non vige quella tassa, dopodiché non ci sarebbero più soldi per fare investimenti nel paese in cui si introduce la tassa.
B: Scemo! Se tutte le banche portassero lentamente i soldi all'estero, i risparmi delle banche diminuirebbero di valore, perché la moneta del paese che ha introdotto la banca perderebbe stabilità poiché si verrebbe a trovare in percentuali sempre maggiori in mani straniere. Questo ne diminuirebbe la credibilità, e le aspettative di stabilità, poiché diverrebbe meno gestibile in quanto slegata da dinamiche economiche. Il risultato sarebbe la perdita di valore dei risparmi posseduti proprio da quelle banche che, furbissimamente, hanno portato i capitali all'estero.
Le banche dovrebbero perciò portare tutto il capitale all'estero, tutto insieme, tutte insieme, il che è tecnicamente impossibile, perché il capitale è liquido solo in minima parte. E poi, come direbbe Kissinger, qual è il numero di telefono delle "banche"? Più grandi sono le banche più ragionano in modo strategico, e non gestionale, ragionano, cioé, come se fossero in un regime di oligopolio. Ragionano, perciò, sulla base di quanto ritengono che sarà stupido il Tuo comportamento, e solitamente ritengono, con esattezza, che sarà molto stupido. Esse ritengono cioè, per deontologia professionale, di essere in concorrenza con le persone intelligenti (qualunque mestiere facciano), e di dover fregare gli stupidi (qualunque mestiere facciano). La Tobin Tax non porta soldi nelle casse dello stato, è soltanto un messaggio: "datevi una regolata e investite sul lungo periodo. Passo e chiudo". Il problema non è di fregare le banche (anche perché è tecnicamente impossibile farlo), ma di farle ragionare. "Dovete ragionare, perciò spegnete quei computer che fanno transazioni automatiche, se no ci incazziamo davvero."
A: Grazie, non ci avevo pensato.
Dopo aver riflettuto, il nostro rappresentate, deputato o senatore, è pronto ad andare in TV a partecipare a dei talk show. Dopo, però. Perché se ci va prima è proprio inutile che ci vada.
Berlusconi ultimamente ha sostenuto ancora una volta che la crisi economica è psicologica. Esatto. Bravo. Il problema del pensiero politico di Berlusconi non è che esso sia sbagliato, è soltanto che nessuno gli risponde.
Proviamo.
A: La crisi economica è psicologica.
B: Esatto, questa è proprio la tesi di John Stuart Mill. Cosa facciamo, ora, telefoniamo a tutti, e diciamo che la crisi economica è psicologica? E poi? Poniamo che siamo in grado di telefonare a tutti i cittadini europei e informarli del fatto che la crisi economica è psicologica. Una volta che tutti siano stati infomati che la crisi economica è psicologica, quali saranno le conseguenze economiche della diffusione di questa informazione? Ovviamente, nessuna. Le aziende non potranno rispondere alle commesse perché non ricevono soldi dalle banche. I clienti delle aziende non potranno completare le attività che hanno pianificato, rendendo il sistema economico più disordinato, e abbassando le aspettative di tutti gli attori coinvolti.
Quindi gli imprenditori dovrebbero telefonare a tutti, proprio come abbiamo fatto noi, e dire a tutti che la crisi economica è psicologica. In generale tutti dovrebbero telefonare a tutti e informarli che la crisi economica è psicologica. Il risultato sarebbe perciò soltanto in questo: linee telefoniche intasate.
A: Grazie, non ci avevo pensato.
I talk show dovrebbero essere preceduti da un'ora in cui obbligatoriamente le persone invitate a parlare vengono chiuse ciascuna in una stanza, con uno specchio e un foglio con sopra scritte 15 domande difficilissime. La televisione diventerebbe molto più interessante.
Se sei qui è perché se fossi nato in un'altra epoga, se fossi nato altrove, se fossi stato anghe solo leggermente più scioggo, allora forse saresti stato gomunista.
domenica 22 luglio 2012
domenica 15 luglio 2012
Il rito (1943-2012)
(1)
(2)
"Buongiorno, notte", di Marco Bellocchio (http://www.youtube.com/watch?v=JAPW5CMF9Bs&feature=related). Ogni vero rito denota, per sua natura, un solco aperto da chi lo celebra al puro scopo di seminare emozioni collettive durature.
(52:57)
Vecchio partigiano celebrante:
Vorrei dire due cose: anche il tempo più lontano non dimentica il partigiano. Siamo venuti dal nord per ricordare questo amico, il papà di Antonio e Chiara, che ogni anno (brusio).
Antonio:
Sempre le stesse parole.
Amico di Antonio:
Ascolta, almeno impari qualcosa.
Vecchio partigiano celebrante:
Credeva molto nelle immense capacità dell'uomo e diceva sempre "se un uomo esprimesse solo un quinto delle sue possibilità tutti i problemi dell'umanità sarebbero risolti, regnerebbe solo l'amore, la pace, la giustizia, la fratellanza, la gioia dalla vita". (arrivano gli sposi) Ah, ci sono gli sposi. Evviva gli sposi, evviva!
Amico di Antonio:
Eppure c'è una verità.
Antonio:
Eppure c'è una verità.
Antonio:
Quale?
Amico di Antonio:
Che gli uomini effettivamente fanno molto meno di quello che potrebbero fare. C'è un'energia vitale sprecata talmente grande che se gli uomini si impiegassero al massimo delle loro possibilità il mondo sarebbe completamente diverso. Invece c'è gente che fanno sempre la stessa cosa e poi di colpo vogliono tagliare per i campi e cambiare il mondo con un colpo di pistola. E non si accorgono che la loro vita, quella di tutti i giorni, è lo zero assoluto. Ho letto su un giornale che un brigatista tra un assassinio e l'altro leggeva Tex Willer e si masturbava con le riviste porno: questa è dissociazione pura!
Antonio:
Ma che c'entano i brigatisti?
Amico di Antonio:
Come che c'entrano?
Antonio:
Guarda che i brigatisti danno la loro vita per gli sfruttati, per chi non ha giustizia, meritano rispetto.
Amico di Antonio, a Chiara:
Senti cosa dice tuo fratello!
Antonio:
Guarda sono molto meglio di me, che me ne sto su un prato a farmi una canna!
Ma che c'entano i brigatisti?
Amico di Antonio:
Come che c'entrano?
Antonio:
Guarda che i brigatisti danno la loro vita per gli sfruttati, per chi non ha giustizia, meritano rispetto.
Amico di Antonio, a Chiara:
Senti cosa dice tuo fratello!
Antonio:
Guarda sono molto meglio di me, che me ne sto su un prato a farmi una canna!
Il partigiano che ho definito il "celebrante" gestisce le emozioni del gruppo, plaudendo agli sposi affluenti nell'arena per smorzare la tensione e permettere a tutti di osservarsi sorridendosi reciprocamente, mentre nell'omelia si accinge ad esporre in estrema sintesi i loci principali del pensiero illuminista e marxista. Ripete un discorso attribuendolo ad altri, e rigorosamente in absentia (Il papà di Antonio e Chiara credeva che...). In questo modo non si assume la responsabilità di ciò che dice, ma piuttosto affida la responsabilità di riflettere a chi ascolta. In questo modo, cioè, fa un discorso religioso - un discorso, cioè, irresponsabile o, come direbbe Nagel, un discorso da nessun luogo, un flatus vocis che procede fuori dal tempo, da se stesso e per se stesso - e non un discorso politico; non cioè, un discorso sommamente responsabile, che dentro il tempo presente viene fatto da chi non sa che cosa esattamente accadrà ma sa che qualunque cosa accada egli ne dovrà rispondere comunque. Un discorso irresponsabile che si sviscera secondo la forma retorica: "Io non dico nulla, bensì essi dicevano x, y, z". Dunque non si sarebbe sorpresi di sentirgli dire anche, evangelicamente: "Voi chi dite che io sia?" Egli infatti descrive, restando assente, un dialogo tra altri. Irresponsabile lui, invita chi lo ascolta ad essere e restare altrettanto irresponsabili, ad ascoltare da lontano il dialogo tra gli altri, i terrestri, i parlanti. Autocontrollo collettivo attraverso l'astensione da ogni responsabilità, è proprio questa l'essenza propriamente dionisiaca (e direi misterica) del rito post-partigiano descritto nella splendida scena in questione. Una delle tante forme della vasta casistica di ritualità caratteristiche del movimento comunista.
Molti riti nascono dalla volontà di mantenere nel tempo la sensazione di eternità che proviene dalla vittoria politica, quando non si ha la capacità di ricreare quella sensazione attraverso le arti e il racconto. Il sacro è qui la massa inerziale propria di una forza politica svogliata, arrogante, e culturalmente inetta.
Molti riti nascono dalla volontà di mantenere nel tempo la sensazione di eternità che proviene dalla vittoria politica, quando non si ha la capacità di ricreare quella sensazione attraverso le arti e il racconto. Il sacro è qui la massa inerziale propria di una forza politica svogliata, arrogante, e culturalmente inetta.
(54:49)
Charlie, cantando:
Fischia il vento, urla la bufera,
scarpe rotte eppur bisogna andar
Charlie, con il coro:
a conquistare la rossa primavera
dove sorge il sol dell'avvenir.
Charlie:
Se ci coglie la crudele morte,
dura vendetta vien dal partigian.
Charlie, con il coro:
ormai certa è la natura sorte
del fascista vile traditor.
Charlie:
S'alza il vento, calma è la bufera,
torna a casa fiero il partigian.
Charlie, con il coro:
Sventolando la rossa sua bandiera,
vittoriosi al fin liberi siam;
sventolando la rossa sua bandiera,
vittoriosi ormai liberi siam.
sventolando la rossa sua bandiera,
vittoriosi ormai liberi siam.
Nel nàos del tempio, rinchiusi nella gioia appagata, i partigiani e i loro amici. Attorno al tavolo, cantano e sorridono in ricordo di ciò che essi stessi furono e rappresentarono per se stessi, per quelle valli appenniniche infestate dal freddo e dagli spari, mentre i nazisti infuriavano, difendendosi, codardi, dietro la potenza dell'artiglieria. I giovani sono intorno e non capiscono, ma godono nella luce riflessa del sorriso spavaldo della vecchia generazione. Essi non vengono resi protagonisti del rito, ma gli si consente di liberamente ridere fra loro, innocui, nel tono leggero di chi si schernisce per evitare l'impatto della passione concentrata che trova spazio nel circolo centrale dei combattenti. Tutte le persone al centro, i vecchi partigiani, si guardano soltanto fra di loro.
In questo modo i giovani non vengono educati a essere osservati, ma solo all'attività estremamente meno formativa che consiste nell'osservare forti personalità che si esprimono, in questo caso, cantando a squarciagola nella commozione ineguagliabile che sgorga dalla memoria di una radicale e assoluta vittoria politica.
In questo modo i giovani non vengono educati a essere osservati, ma solo all'attività estremamente meno formativa che consiste nell'osservare forti personalità che si esprimono, in questo caso, cantando a squarciagola nella commozione ineguagliabile che sgorga dalla memoria di una radicale e assoluta vittoria politica.
(2)
"Il rito", di Ingmar Bergman (scena finale: http://www.youtube.com/watch?v=I92y2i2fBMc).
Fondare religioni è sempre stata un'occupazione difficile e per molti versi ingrata. Bisogna infatti fare un'estrema attenzione alle molte differenze che ci sono tra il modo che le persone usano per osservare gli altri e il modo che esse usano per osservare se stesse. E nel farlo ci si dimentica sempre qualche dettaglio, spesso non da poco.
(1:05) Il fedele crede al rito più dei celebranti, i quali, sebbene il rito dovrebbe essere celebrato al buio, si accontentano di far finta di essere al buio, per accontentare il fedele il quale intende prendere appunti e dunque richiede che la lampada resti accesa. I celebranti ridono di questa loro modifica della "sceneggiatura", che pare non costargli niente. E' evidente che, cedendo in tal modo al pressappochismo, hanno abdicato al loro ruolo di attori, per fondare qualcosa di nuovo e di diverso dalla pura arte teatrale.
Il rito è qui una emanazione di uno spettacolo, o meglio proviene da uno spettacolo, e prima ancora dal bisogno di spettacolo. Questo momento del rito, con la risata dei celebranti a cui il fedele non reagisce così da non sdrammatizzare l'atmosfera e da permettere la continuazione del rito, è assolutamente fondamentale. Il rito resta tale soltanto per un bisogno da parte di chi lo subisce, nasce cioè dal mercato, e in ultima analisi dal capitalismo stesso. La banalità del quotidiano, l'onnipresenza delle relazioni burocratico-mercantili crea la figura del fedele, cioè del borghese in cerca di umiliazione, e in ogni caso schiavo della vertigine emotiva.
Come sempre in Bergman i personaggi sono figure archetipiche e ovviamente irreali (il "borghese" è ovviamente in giacca e cravatta, gli "artisti" ovviamente sono in maschera), e la comicità nasce proprio da questa emulazione dotta se non addirittura filologica dei meccanismi di identificazione/non identificazione tipici della commedia dell'arte. Il borghese sa di avere bisogno di essere guardato per trovare un senso. La maschera che gli artisti indossano divanta ieratica quando è chiaro che essa non cambia il loro atteggiamento. L'apparenza non conta nulla per loro, questo è il messaggio. Sono mascherati non per mostrare qualcosa, ma per mostrare che essi potrebbero avere addosso qualunque vestito e ciò non cambierebbe il loro atteggiamento. Essi sono indifferenti al fatto di essere osservati - sono osservati da Dio, sono osservati da tutti, sono osservati, cioè, soltanto da se stessi. Non sono inseriti nelle relazioni sociali, nella lotta politica, la lotta che divide sempre in partes contrastanti. Tutti mi guardano.
Il loro atteggiamento è il rito: una intenzione condivisa e fortissima, che nessuna apparenza sensibile può mutare.
Non possono essere derisi a causa del modo in cui essi vestono i vestiti che vestono, il naso lungo, il finto fallo, il seno nudo. L'apparenza è irrilevante ai fini del rito: è proprio questo che distrugge dalle fondamenta la coscienza borghese, basata sulla continua distinzione tra ciò che è pubblico e ciò che è personale attraverso le forme dell'apparire e l'edificazione di mura attorno alle abitazioni private, agli uffici delle imprese e a quelli delle pubbliche amministrazioni, attraverso il dogma del segreto industriale.
Gli attori non recitano più, ma intendono l'arte teatrale in maniera radicalmente mercatistica: così essi producono un altro tipo di rito rispetto a quello precedente. Studiano i bisogni (praticano il marketing) di chi per tutto il giorno ha fatto altro. Sanno che i bisogni diventano prevedibili perchè la vita delle persone adulte è standardizzata attraverso i ritmi e le caratteristiche del loro lavoro. Raccontano ciò di cui le persone sono vittime attraverso l'obbligo del lavorare, senza dare ad essi risposte, ma ingigantendo le domande e trasformandole in emozioni.
(3)
I riti nascono talvolta dalla sagacia irresponsabile, dagli intelligenti che non ritengono di dover fornire risposte, ma sperano solo di guadagnarsi da vivere lucrando sull'abilità. Il grande tema bergmaniano. Quando l'arte, in definitiva, diventa mercato e dunque dopo poco finisce per impadronirsi del mercato stesso, poiché naturalmente essa è molto più forte di lui. Alla fine del film di Bergman il borghese muore, e così l'arte, con la sua immensa potenza, si ritrova ad uccidere il suo pubblico e per troppo volere non riesce a riprodursi (9:27. "Il dottor Abramson è morto", dice il celebrante), facendo fallire prima che se stessa, l'impresario.
E poi i riti nascono dalla memoria irresponsabile, da chi non ritiene di dover raccontare, perchè avendo già visto tutto non ha più nulla da dare. Dalla memoria che non diventa storia, racconto, e dunque risulta illegibile, lontana, priva di passione per gli altri, e non educa a guardare, ma si limita a tramandare le res gestae come chiunque le potrebbe narrare, come un racconto impersonale. Il mito del progresso.
Le brigate rosse nascono quando i vecchi partigiani non parlano con i giovani delle loro ferite, non elaborano il lutto della guerra, ma si fanno osservare, tutti impettiti, come degli scolaretti alla consegna del diploma, cantando la vecchia canzone, trasformano i ricordi in uno show, mentre la generazione giovane credendo di capire cerca solo di seguire lo spettacolo, senza parteciparvi, mentre cova la sua rabbia nell'isolamento, nell'insulso e inetto moralismo ("tutti dovrebbero fare di più, ecc.").
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