sabato 21 giugno 2014

Ancora sulla Camusso. Attualità del pensiero politico di Gramsci

La mentalità politica di Gramsci è attuale secondo un doppio binario di analisi: centralità della distinzione tra nazionale e internazionale e consapevolezza che la struttura politica della sinistra italiana è il frutto di un'analisi abbastanza specifica dell'interrelazione tra il quadro istituzionale e il quadro politico-sociale. La struttura della sinistra, cioè, è il portato reale di un'analisi storica, ed è pertanto una vicenda intellettuale che si fa lentamente partito, o è una vicenda popolare che si fa lentamente organizzazione.
Questi dati di fondo della vicenda intellettuale gramsciana non appaiono fondamentalmente passati o defunti. La ragione è nel carattere tuttora specificamente cosmopolita del capitalismo italiano e in quello delle strutture istituzionali italiane in quanto aggregazione successiva di vicende da un lato locali e, per altri aspetti più propriamente culturali, mondiali. Oggi entrambi questi aspetti sono messi in questione ma non è certo che siano stati superati. Permangono, infatti, in forma nuova, elementi di peculiarità italiana nel quadro europeo, almeno nella forma di una poliedricità istituzionale pressoché spontanea e ingestibile, che comunque sembra di poter rimandare abbastanza istintivamente ai principali punti di analisi gramsciana sebbene adattati alle particolari condizioni storiche determinate per molti aspetti principalmente dalla violentissima e lunghissima crisi economica in atto.
E' ragionevole pensare, perciò, che l'analisi gramsciana possa servire ancora per riflettere sulla forma-partito (della sinistra) in Italia, in quanto essa risulta capace di identificare alcuni degli elementi che rendono l'assetto del sistema politico italiano paradigmatico della condizione di "crisi" permanente dell'equilibrio europeo.
Non mi pare possa esistere alcun dubbio sul fatto che il problema politico che ci troviamo di fronte è quello di un'analisi della dinamica politico-istituzionale europea. E' naturale, cioè, concepire l'unità europea come un esito inevitabile, e non perché essa non sia nei fatti evitabile, ma perché immaginarla come evitabile non permette di mettere a fuoco i problemi reali. Il punto, cioè, è quello di immaginare l'attività di direzione di un processo inevitabile, almeno se si deve ritenere che nella società possano esserci soggettività politiche alternative alla forza del capitale stesso. Il punto non è raggiungere la Mecca di un materialismo o di un funzionalismo deterministici, ma semmai quello di raggiungere una relativa chiarezza data da un livello di approfondimento politico intonato con il tipo di funzione storica che si vuole incarnare.
E' naturale, cioè, immaginare che una classe dirigente oggi più che mai non possa che avere una dimensione europea, anche perché in caso contrario non si vede cosa ci sia da dirigere. 
Come è anche naturale immaginare che il processo di integrazione europea continui a vivere in un conflitto pressoché permanente tra democrazia e progresso. 
E' difficile concepire questo processo, che pur supponiamo in qualche modo inevitabile, a partire da una rappresentazione realistica dei suoi "esiti". Il problema è un altro, ed è quello di determinare alcuni paletti per la dinamica politica in corso, "argini" agli aspetti rovinosi della crisi in atto, almeno se si vuole interpretare la funzione di una soggettività politica allo stesso tempo "rivoluzionaria" negli ideali e "conservatrice" nell'adesione a un pragmatismo politico di fondo nelle scelte reali. 
Il problema non è quello di uno scontro tra "toni" di pessimismo e "toni" di ottimismo, ma quello dell'identificazione del livello al quale si intende agire. Un'analisi che appaia pessimistica non è che il contraltare ineliminabile del fatto che si ritiene ci sia una forza politica interamente conservatrice da "combattere" con le armi della lotta politica.
Ora il punto che mi pare centrale è quello di analizzare che cosa comporta la attuale mancanza di un "brand" politico della Sinistra che sia ovviamente identificabile come "il" brand politico della Sinistra.
La principale causa e la principale conseguenza di questa mancanza è, dal punto di vista di una sociologia degli intellettuali e di  una sociologia del lavoro, la dispersione delle principali energie intellettuali e vocazionali in un rivolo di comportamenti sociali che non convergono verso obiettivi comuni.
La mancanza di un brand politico unico della sinistra, cioè (vale a dire la mancanza di un Partito Unico della Sinistra), rende impossibile a chi ha molte risorse morali identificare facilmente il proprio interlocutore, e rende impossibile a chi ha molte risorse intellettuali identificare facilmente perché dovrebbe dedicare parte delle proprie energie a partecipare a un dibattito collettivo. La mancanza di un brand che abbia un decente livello di commerciabilità politica perciò è un danno abbastanza notevole per la Sinistra.
Il punto, perciò, è se la Sinistra sia stata o sia o voglia essere un soggetto politico. L'unica cosa che permette l'esistenza di un soggetto politico alternativo al capitale, infatti, è che esso si ponga l'obiettivo dell'innalzamento del livello del dibattito culturale e dell'innalzamento dello spazio dell'azione politica. Questa filosofia, o per meglio dire questa prassi, è il portato piuttosto di un'analisi storica che dell'identificazione di esiti "rivoluzionari" o fantasmagorici da perseguire.
Ora la questione pratica è che cosa fare nel momento in cui probabilmente un soggetto di questo genere non è esistito non per due o tre anni, ma per almeno una generazione se non due. E' evidente, cioè, che la dispersione di energie di cui sopra è stata immensa. Il problema, allora, è ancora quello di capire se era necessario o opportuno distruggere questo brand quando è stato distrutto. E' evidente, ora, che quel brand ("Partito Comunista Italiano") è stato distrutto, nella migliore delle ipotesi, per una determinata analisi della situazione internazionale e per un'analisi del rapporto tra l'evoluzione della crisi italiana e l'integrazione europea. Siamo, cioè, sempre allo stesso punto.
Siamo nel punto in cui democrazia e progresso si scontrano a causa dell'esistenza reale di un processo di integrazione europeo che mette in crisi radicale l'umanesimo in quando condanna la retorica politica a un ruolo relativamente subalterno rispetto alle competenze tecniche, in quanto l'agone politico diventa intrinsecamente multilingue.
Ma questo è, appunto, sempre lo stesso punto di venticinque anni fa, perché questo appariva anche venticinque anni fa. Ma ora siamo in una situazione molto più chiara, poiché è abbastanza evidente quello che è successo nel frattempo soprattutto a causa del mutato scenario internazionale soprattutto extra-europeo. C'è cioè un totale slittamento del comportamento delle classi dirigenti verso una dimensione di comportamento prevalentemente individualistica e di conseguenza un totale slittamento del comportamento della borghesia verso un opportunismo che, nella migliore delle ipotesi, guarda al medio termine per costruire alchimie elettoralistiche e costruisce soluzioni-tampone di stampo finanziario-monetario a problemi politico-sociali.
Ora, pertanto, si pongono due problemi. Da un lato, siamo di fronte a una situazione in cui non esiste un brand politico della Sinistra che sia credibile da diversi decenni per cui le persone tendono a non comprendere che cosa l'esistenza di un brand politico della Sinistra comporti in caso di sua presenza o in caso di sua assenza. Da un altro lato, la rivoluzione nei media dà l'illusione alquanto ingenua di cambiamenti epocali nella forma concreta delle soggettività politiche (oltre alla certezza ragionevole di cambiamenti tecnico-organizzativi pur notevoli e reali).
La questione, allora, è come gestire politicamente questi due processi sociali.
(1) Si può concepire un metodo per minimizzare gli effetti negativi della mancanza di un brand politico della Sinistra, magari usando i nuovi media e le loro supposte funzioni taumaturgiche? O non è meglio fare più semplicemente un brand politico della Sinistra il che evita il problema di dover minimizzare gli effetti negativi del non averlo?
(2) La crescente domanda di partecipazione dei cittadini dovrebbe avere come corrispettivo una crescente offerta di dialogo con i cittadini da parte di ceti dirigenti. L'ideologia delle primarie è una risposta svogliata a una domanda sociale, e tale risposta svogliata è risultata nei fatti più volte funzionale a finalità borghesi e subalterne alle ipotesi (totalmente credibili e totalmente credute e realizzate) di eterodirezione del partito. Il problema, naturalmente, è che è difficile smontare un'ideologia sbagliata una volta che la si è fatta solennemente propria. Soprattutto, non è sbagliato il metodo delle primarie, è sbagliata soltanto la sua ideologia il che è ancora più difficile da spiegare a chi abbia adottato quell'ideologia.
(3) Il punto, infine, è che non è possibile fare riforme senza classi dirigenti. Senza un innalzamento dello scontro politico, il che è esattamente il contrario della pacificazione al centro, non si realizza una dialettica che resista nel tempo alle infinite forme di eterodirezione che un lungo processo di riforme profonde richiede. La delegittimazione dei ceti intermedi, perciò, obbedisce unicamente all'obiettivo di distruggere le reali possibilità italiane di riforme economiche profonde e finisce per agganciare le residue prospettive di ripresa italiane a forme di elemosina europea il che non facilita, ma rende semplicemente più difficile il processo di integrazione europea perché lo rende un dialogo meramente economico-diplomatico privo di un autentico respiro culturale.
(4) E' essenziale, perciò, invertire totalmente il processo che il Partito Democratico rappresenta in maniera inequivocabile. E' evidente, cioè, che il Partito Democratico è una concezione secondo la quale la politica è semplicemente una forma di amministrazione. E' evidente nel suo ceto dirigente, è evidente nei suoi meccanismi democratici, è evidente nella sua cultura politica largamente prevalente, è evidente nel ruolo che il sistema dei media vuole far giocare a quel partito. Questa concezione è esattamente il contrario della concezione gramsciana, secondo la quale i livelli istituzionali interloquiscono con una soggettività politica che è totalmente extra-istituzionale e che conserva le principali funzioni di direzione politica.
(5) E' essenziale che una soggettività della Sinistra sia legata a un movimento internazionale e, poiché questo movimento sembra essere il movimento di integrazione europea, è essenziale che l'interlocuzione sia con il Partito Socialista Europeo, a causa del ruolo che il socialismo come forza politica largamente prevalente della sinistra ha in tutti i principali paesi europei esclusa l'Italia. E' possibile concepire una specificità del brand italiano rispetto al brand "Partito Socialista Europeo". Ma risulta molto più difficile concepire la mancanza totale di un qualunque brand politico italiano credibile della Sinistra che sia spiegabile in termini di selezione razionale di classi dirigenti per meriti intellettuali-vocazionali-morali.


























venerdì 13 giugno 2014

Il Partito Unico della Sinistra nel quadro politico internazionale.

Poche cose più di un blog sono più adatte a che il loro editor si produca nel seguente compito: fingersi Responsabili dell'Organizzazione di partiti che non esistono. Susanna Camusso propone un Partito Unico della Sinistra. A questa dichiarazione dal sapore fantapolitico è seguita un'ondata di scetticismo e poche timide aperture. Chi scrive non è sicuro di capire perché la soluzione proposta dalla Camusso sia impraticabile oggi.
Proviamo a vedere la cosa dal punto di vista dei probabili principali protagonisti. Civati non puo' lasciare il Partito Democratico perché in esso giace la sua base di consenso. Cuperlo non lo puo' lasciare in parte per lo stesso motivo e in parte perché in esso giace la sua possibilita' di condizionare il governo. Per SEL il problema è più semplice perché nessuno ha mai capito cosa ề SEL, se non per il fatto che ề un partito di sinistra. Si tratta di un partito che non ha legato se stesso e il proprio destino a una serie di cose tra l'altro spesso in contraddizione tra di loro come ha fatto il PD, cose quali la vocazione maggioritaria, un uso largo del metodo delle primarie eccetera. Questa scelta da parte di SEL si dimostra col passare del tempo lungimirante. Ora la vexata quaestio ề che cosa sia un partito, ma anche cose come l'interpretazione della situazione internazionale vengono alla luce abbastanza subito a un'analisi spassionata.
Bisogna considerare, tanto per cominciare da qualche parte, che il sistema democratico italiano appare ormai largamente esposto a pressioni interne e internazionali che fanno fortemente dubitare della sua capacità di produrre leadership democratiche. Cerchiamo innanzitutto di stabilire alcune proposizioni generali sulla natura del Partito Democratico nel sistema politico italiano e sulla situazione politica italiana nel contesto internazionale:
(1) Lo statuto del Partito Democratico non puo' in alcun modo ragionevole essere ritenuto un elemento fondativo di un partito politico serio, ma in ogni caso lo ề ancora meno a causa del fatto che la destra politica non ha adottato un metodo di selezione altrettanto democratica per le proprie classi dirigenti. Il punto, cioè, è che quello statuto va valutato come una iniziativa politica volta a scompaginare il campo avverso e a produrre una trasformazione del sistema politico italiano dall'interno. Va valutato, percio', non tanto come un documento politico fondativo ma come un fattore di disgregazione e riaggregazione politica e ognuno puo' giudicare se sia stata un'iniziativa complessivamente di successo. Oggi abbiamo una parcellizzazione della lotta politica a destra e una produzione pressoché bimestrale di nuovi partiti politici personali.
(2) Il Partito Democratico in quanto aggregazione di culture politiche eterogenee era volto non tanto alla creazione di classe dirigente quanto all'edificazione di un contenitore politico adatto o a un sistema che dal punto di vista elettorale era tendenzialmente maggioritario e dal punto di vista costituzionale era tendenzialmente presidenziale. Ora a parte il fatto che questa idea poteva da subito essere giudicata come culturalmente debole, restano le questioni di carattere pratico e cioè se questo "immediato" aggancio di una forma-partito a un determinato sottoinsieme di modelli costituzional-politici sia sensato in una lunga fase costituente quale quella che ci troviamo di fronte. Dal punto di vista della sua cultura di riferimento, ề ovvio che un partito di questo genere tenda a produrre leader-amministratori. Si tratta, cioè, di un oggetto politico costruito in base a una logica elettorale-presidenziale. Dal punto di vista culturale, ề e restera' sempre debole. Ora chi scrive trova del tutto ragionevole avere un partito di governo fatto di leader-amministratori che non abbiano nulla da dire sulle nuove soggettivita' in campo e che non abbia la pretesa di decidere chi deve scrivere i prossimi due o tre documenti costituzionali da vagliare in sede italiana o europea. L'importante è che lo si sappia, e che si ribadisca ogni tanto che l'amministrazione ề cosa parzialmente ma sostanzialmente diversa dal sapere politico.
(3) La volatilita' delle appartenenze politiche in Italia e l'esposizione oggettiva italiana ai diktat nordici o provenienti dalle strutture tecnocratiche europee fanno ritenere che il proposito di avere un partito di governo con caratteristiche di flessibilita' tali da restare qualunque cosa accada intorno al 35-40% sia piu' una garanzia per chi intende porlo sotto pressione dall'esterno che  per chi voglia militare in esso. In mancanza di un forte partito di destra, da un lato non si puo' dire che il proposito della Seconda Repubblica (quello di fornire un'alternanza al governo) si sia del tutto realizzato nei fatti e dall'altro non si puo' dire che questo problema sia ormai il primo problema all'ordine del giorno dal punto di vista dell'organizzazione costituzionale e politica, come pure si poteva più credibilmente pensare in passato.
La creazione di classe dirigente di qualità e la fattibilita' delle riforme (cioè il legame reale tra elaborazione politica dei partiti e formazione del consenso nei meccanismi interni alla società civile) sembrano due problemi oggi come oggi molto piu' importanti.
(4) Il quadro internazionale, e in particolare europeo, va già probabilmente interpretato come orientato da una dinamica necessaria verso la progressiva messa in comune di sempre maggiori responsabilità politiche al livello dell'Unione Europea a fronte di una realta' di crisi successive forse anche gravi. Da questo punto di vista, il problema della formazione di aggregatori politici che siano in grado di creare classe dirigente e di rendere fattibili processi di riforma radicale deve ormai essere pensato con un ragionevole livello di separazione dal problema di mantenere un sistema elettoralmente prevedibile nel rapporto tra offerta politica e domanda politica. Il punto, cioè, è che da un lato le elezioni sono comunque sempre meno prevedibili a causa della scarsa credibilità non delle élites politiche, ma di tutte le élites, e dall'altro l'unico modo in cui le élites possono riguadagnare credibilita' è proprio attraverso l'interazione con élites politiche più credibili di quelle attuali. E' ragionevole, percio', che i poteri economici si orientino principalmente all'obiettivo di medio termine costituito dal condizionare la formazione dei governi ma la costruzione di una sinistra di alternativa non puo' che orientarsi più che mai a opzioni di carattere valoriale e intellettuale. Una "divisione" del lavoro di questo genere tra forze della sinistra e forze della destra è quella a cui stiamo già assistendo.
L'idea di una sinistra unitaria è o comunque puo' essere legata appunto a un'analisi di questo genere. Si tratta naturalmente di un'analisi che ha il difetto politicamente per nulla banale dell'astrattezza e dell'intellettualismo. Il punto, pero', è se non sia il caso di inventare qualcosa di relativamente nuovo anche in politica. Se questo fosse vero, cio' richiederebbe un certo sforzo di fantasia indipendentemente dal fatto che in un'epoca di ostentato efficientismo esso potrebbe persino non risultare immediatamente molto popolare. Le reazioni alle dichiarazioni della Camusso lo insegnano.