martedì 16 ottobre 2012

Il vestito della domenica, i tabloid, le cassette della frutta

E' da poco prima dell'inizio della crisi economica (più o meno dal 2004-5, credo) che di tanto in tanto, recandomi a Berlino, mi facevo una domanda: che cos'ha di particolare questa città? Non che non conoscessi già da molto tempo la mia personale risposta, ma ora l'ho capita meglio. La risposta era e resta, per quanto mi riguarda: Nessun berlinese desidera davvero vestirsi bene. Vestirsi bene è generalmente ritenuto irrilevante per scalare i gradini dell'ascesa sociale a Berlino, quindi lì non interessa a nessuno. In questa forma così estrema si tratta di una caratteristica etico-estetica che non appartiene a nessun altro luogo d'Europa che si creda o che sia minimamente importante. 

Napoli, Roma, Venezia, Parigi

A Napoli la domenica ci si veste bene. Ma non è una questione locale, è un fatto relativo in primo luogo al cattolicesimo: nella religione cattolica vestirsi bene diventa un dovere a causa della maniera in cui essa concepisce i suoi riti - innanzitutto la domenica, certo - e dunque l'abito della domenica non è sentito tanto come un'opportunità di farsi vedere, quanto come un obbligo.
Alla cerimonia cattolica partecipano tutti, indistintamente. Gli aristocratici - è naturale - si vestiranno bene, ma di conseguenza si vestiranno tutti bene. Chi non si veste bene manca di rispetto, ma non a qualcuno in particolare, a tutti. La cerimonia appartiene a tutti. Nei paesi cattolici tutte le feste religiose appartengono a tutti, e perciò tra le altre anche il Carnevale, che in alcuni posti può anche essere molto importante (vedi Venezia). Perciò bisogna imparare a vestirsi bene, per forza. Non bisogna vestirsi bene per "emergere", bensì per non affondare. Non sarà allora una questione di soldi, ma di gusto. Imparare a vestirsi bene non vuol dire spendere molto, ma capire come vestirsi bene: si viene giudicati dal rispetto che si ha per gli altri. Il popolo interiorizza cioè l'aspetto più importante della mentalità oligarchica che sosteneva l'Ancien régime: rispettare tutti è la suprema garanzia di unità (garanzia del potere del re, che è solo un testimone dell'accordo implicito tra tutti i baroni), di pace, di abbondanza. Nessuno può permettersi di dare fastidio. Tutti devono mostrare rispetto anche e soprattutto nelle grandi adunate di centinaia di nobili nella sala dei lampadari, in cui non avrò tempo per parlare con tutti, ma potrò almeno vedere che siete tutti vestiti bene come me.
Il popolo ha la possibilità di frequentare i viveur in varie occasioni, anche a causa delle caratteristiche urbanistiche di quei grandi agglomerati urbani, che permettono un enorme, continuo miscuglio di persone e di esperienze. In questo modo i popolani non imitano i signori in maniera banalmente esteriore: poiché hanno spesso la possibilità di guardarli da vicino e persino di parlare con loro allora ne imitano pedissequamente le abitudini. Anche quando non capiscono il loro gusto, passano come loro intere ore a giudicare il proprio guardaroba per scegliere il vestito del giorno, e giudicano il vestire degli altri proprio come i signori. In questo modo, a fianco alla vera eleganza, si crea un sistema di sotto-mode, sotto-stili che uniscono il pessimo gusto al maniacale ossequio di una improvvisata etichetta.
La domenica è completamente diversa dagli altri sei giorni. Tutte le abitudini sono diverse, non solo quelle religiose. Innanzitutto può essere giorno di mercato o può persino essere vietato che sia giorno di mercato, per cui giorno di mercato diventa magari il sabato, il che vuol dire che comunque esiste il giorno di mercato. Il mercato viene legato cioè a una gamma ampia di sentimenti morali: alle opportunità di guadagno ma anche ai divieti. Anche se non è sempre regolato, ciò che conta è che è regolabile: è inserito in maniera complessa in altri problemi che esso non risolve e che tutti devono conoscere, perché sono estremamente importanti. Questo cambia il vestire innanzitutto perché chi viene dalla campagna invade la città, colle sua cassette della frutta, e da lui bisogna distinguersi, e lui stesso vorrà distinguersi, vestendosi diversamente da come fa negli altri giorni, il ritmo della città viene collegato al ritmo naturale attraverso l'interazione settimanale con le persone che abitano nel contado trasformando gli atteggiamenti soprattutto dei ceti popolari. Il vestirsi bene è qui legato alla religiosità, e dunque al mercato: occasioni per scandire il tempo in rapporto a fatti naturali e ad abitudini sacre. Tutte queste città sono anche città di mercato di beni alimentari il che consente loro di mantenere un rapporto di osmosi con la realtà naturale.

Londra, Amsterdam

Le ragazzine inglesi, mediamente piuttosto pallide, escono tutte indistintamente in minigonna - solitamente orribile - il venerdì e il sabato, anche quando ci sono zero gradi centigadi. Vanno al party, naturalmente. La festa del circolo, solitamente. Tutto quello che si fa in compagnia è un circolo. Se ti piace il cricket vai al circolo. Il College stesso è a sua volta un circolo, mentre sul continente sarebbe un'istituzione. E vanno in chiesa la domenica, certo, vestite di un qualunque color pastello. La loro chiesa, però. Non esiste la Chiesa, esiste la chiesa. Il posto, l'edificio dove va quella comunità a riunirsi, a eleggere il Pastore. Non tutti vanno in chiesa, bensì ciascuno va alla sua chiesa. Un club, esclusivo
Le monarchie costituzionali del nord Europa (e dunque principalmente il Regno Unito e i Paesi Bassi) sono realtà sociali rese del tutto peculiari da un fatto: l'enorme rilevanza per quei paesi degli investimenti esteri le rendono assolutamente instabili politicamente. Il conflitto tra due istituzioni, lì, regola il vestire: la Borsa e i tabloid.
Una persona può legittimamente diventare ricchissima a causa del rialzo del prezzo del petrolio, o per un cattivo raccolto in Ucraina. Senza essere autrice cioè assolutamente di nulla. Diventando ricchissima, acquisirà improvvisamente un enorme potere, mentre un altro per gli stessi motivi lo perderà. Tutti quelli che si affidavano al secondo per le loro sorti sono finiti, tutti quelli che hanno trattato male il primo quando era solo l'ultima ruota del carro, hanno ora molto da temere dal suo rancore. La minaccia del disordine perciò è continua. Il caos morale, l'inferno di Bruegel: l'incomprensibilità morale. Tutto sembrava in un modo, ora tutto sembra in un altro. E tutti sono spesso chiusi in casa con una sola semplice domanda: perché?
Naturale, perciò, che questi paesi abbiano mantenuto la monarchia: non per un vezzo, ma perché non possono evitarlo. Mantenendo la monarchia, infatti, dichiarano che anche la nobiltà è legittima, è un merito. Il merito, infatti, non può essere uno solo, perché il ragionamento morale è polarizzato: o ci sono due diversi tipi di merito, o non ce n'è nessuno. Tutte le religioni devono spiegare che non fare nulla è il massimo merito, altrimenti chi ogni giorno spacca la legna non capisce. Ma ciascuna religione lo deve spiegare in due modi diversi. E non è semplice. Il caso e la natura, allora. Le monarchie costituzionali controbilanciano l'assoluto disordine politico generato dal peso dei mercati finanziari con la staticità assoluta di modelli di comportamento guidati dall'alto. L'organizzazione del vestire ha due elementi: da un lato il mito delle feste private: tutto diventa club. Esclusivo. Anche ciò che è squallido diventa esclusivo, per il semplice amore dell'esclusività in quanto tale. Dall'altro i tabloid: poiché si può stabilire per contratto che io non posso parlare di certi argomenti (il capitalismo è il diritto a mantenere le informazioni segrete, di mantenerle cioè in azienda), si può anche stabilire per contratto che io posso parlare di te malissimo, esprimendo la massima e la più cruda discrezionalità, a patto di non dire il falso: il tabloid
"Non sono autorizzato a dirtelo", allora, è la frase che ti farà arricchire, ascendere. Ma sarà il titolo dei tabloid quella che ti farà impoverire, cadere. Dirò che avevi una camicia orribile, certo. Nei giorni migliori mi arriverà notizia delle tue abitudini sessuali, e allora ci sarà di che scrivere sul giornale. Ma nei giorni di magra si, parlerò della tua camicia blu cobalto su pantaloni neri. E tutti lo sapranno. La minaccia di rendere pubblico il tuo cattivo gusto è la mannaia con cui la tradizione tiene a bada i parvenu. Può realmente distruggerli. Diffondendo modelli esteriori e scagliandosi su chi si è perso qualche passaggio. Su chi non ha capito che cosa vuol dire realmente che quest'anno va di moda il giallo. Il merito è sempre nascosto, non solo nel denaro. Invisibile. Ma anche nelle ville. La caccia alla volpe. Le tenute dei conti inglesi non sono come gli stupendi palazzi romani, che sono lì davanti a tutti per essere guardati, ammirati. Perché davanti alla tenuta, invece, c'è il parco, e lontano, molto lontano, un grande cancello, dove tu non entrerai mai. I fiori, i tailleur, i grandi cappelli. Nessuno li vede. Se non nei tabloid. La regina non parla. Mai. Muove la mano e saluta. Nessuno sa cosa pensa. L'aristocrazia non incontra mai le persone. Appare al massimo a loro in foto: si manifesta, letteralmente. Vestire bene non è un obbligo, è solo un'opportunità di entrare al club. Vestire bene non è una capacità, ma è un'assicurazione contro il rischio di venire sbeffeggiati domattina. E come tutte le assicurazioni, si paga, si. Ci si veste come quelli nelle fotografie. Non si impara come si fa a vestirsi bene, ma si chiede un vestito simile a quell'altro alla boutique. Quanto ti devo? Grazie.
Oppure il vestire in un certo modo diventa legato alle sottoculture, a chi rifiuta tutto quel sistema tradizionale. Chi rifiuta il sistema ha il suo club. Il vestire bene diventa vestire male. Apposta, tutti insieme nello stesso modo. Il punk, dunque. L'indie. Tutto questo a Londra a davvero popolare, la vita vera dei quartieri, mentre altrove la si imita soltanto, spesso con inautentica superficialità.
Anche queste sono città di mercato: città, perciò, anche di religiosi. Ma questa religiosità riguarda la gestione dei soldi e delle punizioni, e non del tempo e dei piaceri. Alle magnifiche feste nelle ville il popolo non partecipa. Le feste popolari sono soltanto grasse, gradasse, senza il barlume di un simbolo a temperare la risata dei cafoni. Il merito, invisibile, punisce e premia, lasciando tutti sgomenti per sei giorni. Per interrogarsi su quanto questo sia bizzarro ci vediamo il settimo giorno, ma basta venire in blue jeans. La vera religione che riunisce tutti i club è la scritta che trovi in fondo a tutti i volantini: Grab your sandwich. Se vieni, portati da mangiare da casa.

Milano, Vienna

 Il terzo sistema, un sistema misto, è l'idea di una borghesia educata e quindi mecenate. Il simbolo di tutto ciò è il Teatro dell'Opera. Laddove il ben vestire si diffonde attraverso la frequentazione del teatro c'è un alto senso civile, che ovviamente come tale è retorico, ma non pacchiano. E' l'alternativa europea alla religione civile intesa come populismo: il modello americano. Per farlo bisogna pagare i musicisti, o al limite addirittura i drammaturghi. Lo fanno le istituzioni. Istituzioni borghesi, espressione temperata di organizzazioni prevalentemente industriali o prevalentemente burocratiche. Grazie ai musicisti si crea la tensione. Che non è religione, ma è arte - pausa dalla vita. Senza la tensione non c'è idealità, senza idealità non ci sono modelli. Se non ci sono modelli, nessuno imparerà a vestire. Per stare a teatro, bisogna vestire bene. 
E' il modello che può non funzionare: il modello misto. La religione non sbaglia mai un colpo, il capitalismo men che mai. L'arte invece si. Lo spettacolo può essere un fiasco, tre fiaschi di fila e il teatro perde la sua credibilità. L'educazione al bello funziona davvero se è capillare, ma è comunque molto instabile. La religione civile non sarà comunque un obbligo, il ben vestire non sarà comunque una garanzia. Le diverse arti civili, come il teatro e la musica, possono diventare un viatico per la diffusione dell'estetica del vestire, ma sono in un rapporto instabile con il mercato. Il mercato può permettere l'emulazione sociale necessaria all'arte del vestire, ma anche decretare la fine di un artista e di un intero sistema di artisti, costruendo una architettura di mode e di processi di standardizzazione del prodotto che renderanno quel talento, quel sistema, superflui. Può nutrire ed erodere il sistema, accompagnarlo o sgretolarlo. Quando vuole. Tanto lui, tecnicamente, non vuole nulla.

Berlino, cuore nero d'Europa

Prima di arrivare a Berlino si attraversano più di cinquanta chilometri di foresta sostanzialmente mai (mai nella storia) tagliata, segnata qui e là da laghi. Da tutti i lati, Berlino, a differenza di tutte le precedenti città, è immersa in una natura del tutto ostile. Non è mai stata, infatti, una città di mercato, semplicemente perché non ha un contado e non ha un corso d'acqua sufficientemente ampio. Nacque esclusivamente come città burocratico-amministrativa. Città-tassonomia, per eccellenza. Federico di Prussia vi ebbe persino l'idea del tutto assurda - che non sarebbe potuta saltare in mente in nessun altro luogo d'Europa - di insegnare, con il beneplacito di Hegel e Savigny, la filosofia ai burocrati.
La città che dà i nomi a tutte le cose non può naturalmente avere alcun interesse nel mercato, il quale coi nomi ci gioca. La città che dà i nomi alle cose è una città seria. E' la più popolosa città d'Europa che non abbia una Borsa-valori. Estetica dell'assoluta trasparenza. L'edificio del Parlamento: trasparente. Un inganno evidente, quasi un'autoironia, se non fosse che chi l'ha fatto ci crede davvero. I berlinesi credono davvero che la politica sia leggibile, trasparente. Una pura follia, una forma di incredibile, post-moderno, e dunque arcaicissimo misticismo. La trasparenza dei pensieri. Non solo gli edifici, ma anche gli spazi vuoti sono fatti sembrare trasparenti dagli spazi pieni che ci sono intorno. Ti sembra di sbattere contro un vetro, e invece stai soltanto camminando. Una città completamente funzionale, che deve funzionare proprio nel senso in cui una città funziona. Urbanistica basata su enormi spazi non per lasciare la possibilità di pensare, non per dimostrare di saper costruire bene, ma per mostrare in maniera evidente che lo spazio che la natura aveva semplicemente lasciato libero era già di per se stesso razionale. Pensato. Da sempre, dall'inizio dei tempi. Un enorme ufficio. Quasi vuoto. Cinquecento metri di palazzi, dunque cinquecento metri di alberi. Tutto è stato scritto su questa città, è inutile aggiungere altro. Dirò solo questo: nessuno si vestirebbe bene se avesse un posto fisso nell'ufficio di un'azienda che, per ipotesi, non può fallire, un'azienda che è anche l'unica azienda. Costruita nella foresta, in un bosco nero. E' questa la burocrazia, ma è questa anche la filosofia. Nella foresta degli errori, lei non può sbagliare. Semplicemente. A Berlino non c'è motivo di guardarsi attorno. Si guarda tutto e dunque si guarda fondamentalmente se stessi. Non ci sono scorci, a Berlino. Il funzionalismo non può nemmeno concepire gli scorci. Dove non esiste la legge del mercato, la religiosità inclina verso il misticismo. E allora gli abiti tendono ad essere di scarsa qualità, e coloro che li vestono scarsamente attenti. L'Europa unita, se bisogna farla, può essere una festa privata o una cerimonia pubblica, basta scegliere. Ma è difficile fare sia l'una che l'altra cosa con chi ha non ha interesse nel vestire in maniera appropriata. Per il momento, anche se è un po' che non ci vado, in quel continente Berlino mi sembra ancora una delle città più distratte, e mi sembra ancora il suo cuore nero.

giovedì 11 ottobre 2012

Su dei vecchi appunti ho scoperto perché finì la DC

Leggo un articolo di Mario Adinolfi sul Foglio il 10 ottobre, intitolato "Il neodegasperismo renziano è uno spazio vincente per i nuovi dem". La tesi di Adinolfi si basa sulla costatazione che i vecchi centristi, definiti dossettiani, hanno perso la loro battaglia culturale con l'ala sinistra del Partito Democratico, e che il nuovo centro rappresentato da un certo candidato alle primarie del centro-sinistra, non è liberista, ma semplicemente degasperiano, un centro, cioè, di grandi visioni internazionali, più anti-statalista che liberale, più pragmatico che ideologico. E fin qui siamo a un esercizio di - seppur non banale - filologia.
La tesi di Adinolfi è che questo neodegasperismo è vincente.
Qualche mese fa, invece, avevo scritto un commento a un articolo di tono non molto dissimile da parte di Pierluigi Castagnetti, per quanto quest'ultimo, essendo un dossettiano, non avrebbe forse condiviso la spietata disamina dell'inutilità dei lib-dem fornita invece da Adinolfi. Per qualche motivo, però, non avevo pubblicato quel mio articolo sul blog, e di fatto la non pubblicazione di quell'articolo sarebbe stata poi l'inizio di un lungo periodo di non-pubblicazione. Probabilmente volevo stare per un po' di tempo a guardare. Perciò, ora che mi sono stufato di stare a guardare, pubblicherò quel vecchio post, sostituendo la parola "Castagnetti" con la parola "Adinolfi". Oggi ho scoperto, con questa sostituzione, perché è finita la DC. Sostituire la parola "Castagnetti" con la parola "Adinolfi"  infatti non ha cambiato assolutamente il contenuto di quegli appunti. Ho dovuto solo cambiare un paio di righi relativi a un personaggio pressocché irrilevante ma che tuttavia viene molto discusso ultimamente: Renzi. Ecco perché, caro Adinolfi, la politica è fondamentalmente diversa dalla storia. La storia, infatti, è proprio come la racconti tu, ma il punto è che ti poni dei problemi che oggi non esistono, e per questo sei costretto a chiamarli con parole relativamente astruse, quali dossettismo, degasperismo, ecc., e nello stesso tempo non cogli i problemi reali che ci sono, perché non sai quale sia il nome di questi problemi. Il problema che ti dovresti porre - lo nominerò io, giacché tu non ci riesci - è quello della guerra imminente. Speriamo che questi vecchi appunti ti aiutino. Non so se la linea di Renzi è vincente, quello che so è che la politica non dovrebbe cercare di vincere (vincere cosa, in mezzo a tanti disastri?), ma di cambiare significativamente e profondamente la realtà, oppure, semmai, di conservarla nei tempi in cui tutto è frenetico. Nota bene, Adinolfi. L'uomo politico è un attore. Si finge serio, quando gli altri se la ridono. Se la ride, quando gli altri sono seri. E saranno gli altri, accorgendosene, a cambiare umore. Renzi non è un attore: viene semplicemente inquadrato. Essere inquadrati non vuol dire recitare. Si viene inquadrati quando qualcun altro decide che tu debba essere inquadrato. L'attore no: l'attore decide di recitare, e se qualcuno lo inquadra bene, altrimenti non fa niente. Lo decide lui di recitare. Per questo Renzi è tecnicamente irrilevante: è cioè spontaneo. Poiché non decide nemmeno di essere inquadrato, bensì si ritrova casualmente sullo schermo, è solo uno che non decide proprio nulla. Non sarà mai in grado di cambiare l'umore di chi non sia già del suo umore. E questa - mi dispiace - non è né politica né cultura. Seguono i miei vecchi appunti.

Il rumore degli spari e gli appassionati di bird watching 

Il tema sollevato da Adinolfi è della massima rilevanza: la forma-partito. Quali siano le finalità e di conseguenza quale debba essere la struttura interna di un partito politico, e non tanto di un partito politico qualsiasi, ma diciamo pure del Partito Democratico. 
Adinolfi sostiene che il Partito Democratico non dovrebbe essere un semplice attore di marketing politico, - come secondo me lo vorrebbe Renzi, ma secondo lui no - ma nemmeno una rete iper-disciplinata di intellettuali, che pretende di sapere e di decidere tutto, onnivora e separata dagli altri umani, e che tenda di conseguenza a imbavagliare le energie autonome della società, come vorrebbero esponenti come Fassina e Orfini. 
Non vale affatto la pena di discutere il primo rilievo di Adinolfi, poiché è semplicemente ovvio, a parte il fatto che lui, sbagliando, non lo attribuisce a Renzi: chi fa marketing politico (Grillo, Renzi, Berlusconi) per definizione non ha spessore culturale e politico, e la sua idea di partito è, come sempre accade con le brutte idee in politica, semplicemente del tutto ininfluente, nelle condizioni presenti; la provvisoria fama di determinati personaggi è ormai chiaramente il prodotto della testardaggine non priva di malizia da parte di certi gruppi editoriali, i quali continuando ad esercitarsi nell'intervistarlo cercano di convincere noialtri che lui abbia qualcosa da dire. 
Vale invece la pena di discutere il secondo punto.  
Vorrei dire che condivido pienamente l'analisi storica di Adinolfi, anche se non condivido la prognosi. Il problema è il seguente: dovrebbe la struttura-partito cambiare ogni 10, 20, oppure ogni 100 anni? Deve, cioè, essere una struttura molto elastica, liquida, oppure meno elastica, meno liquida? E questa domanda porta a un'altra: deve la struttura-partito essere funzionale rispetto al raggiungimento di obiettivi politici o deve essere funzionale rispetto al compito di rappresentare la società nei luoghi di decisione? 
Io sono d'accordo con l'autore sul fatto che c'è un tentativo di trasformare il Partito Democratico in un partito marxista-leninista, un partito, cioè, costruito per perseguire ciecamente obiettivi politici determinati da un'avanguardia di sapienti e non per rappresentare la variegata sensibilità della società. Tuttavia quella che non vedo da parte di Adinolfi è un'analisi francamente realistica della fase che viviamo. Non vedo cioé la risposta alla seguente domanda che riguarda non il Partito Democratico, ma tutti i cittadini: i cittadini hanno oggi il compito di perseguire obiettivi politici specifici o hanno quello di auto-rappresentarsi, di rispecchiarsi in individui simili a loro, ma un po' migliori di loro, a cui delegare le noiose incombenze della politica dietro il corrispettivo di un onesto salario?
A me pare che la risposta che debba essere data è la prima. 
Sarebbe infatti paradossale che allorquando la struttura del governo del paese diventa paramilitare, poiché incentrata non tanto sulle funzioni collegiali del Consiglio dei Ministri, ma direttamente sul Ministero dell'Economia (così come del resto nel governo Badoglio era incentrata sulla Difesa: le situazioni di guerra, reale o minacciata, portano a una ristrutturazione aziendalistica delle attività del governo, ovvero, in fin dei conti, ai cosiddetti "governi tecnici", che siano poi guidati da economisti o da generali fa poca differenza dal punto di vista della loro evanescenza politica), la struttura dei partiti di governo venisse ad assomigliare a un ozioso circolo di amanti del bird watching. Per di più, stipendiati. Quando si avvicina la guerra tutte le strutture organizzate diventano tendenzialmente paramilitari poiché tutte le strutture militarizzate diventano più importanti sotto il profilo politico di quelle democratiche (più importanti vuol dire: più influenti. La politica è influenza, caro Adinolfi, non è vincere. Vincere cosa?).
E la guerra, come insegnò Hobbes, ma anche Keynes, non è altro che l'avvicinarsi della guerra stessa, sotto forma di una grave minaccia per la vita dei singoli individui. La guerra, cioé, non è che la percezione diffusa che ci sia una guerra.
E' infatti il problema di garantire il governo del paese di fronte alle massime minacce che porta a costruire partiti che si pongono, come farebbero delle strutture strategico-militari, obiettivi politico-strategici specifici, come sembrano volere, secondo una esatta analisi non meramente politologica, ma storica, Orfini, Fassina e altri. 
L'avvicinarsi della guerra non è qusi mai percepibile negli andamenti dell'opinione pubblica. E' percepito invece nei luoghi di quelle emozioni che sono organizzate e collettivamente influenzate, sotto forma di evasione, rabbia, depressione, euforia generale. E' percepibile nella letteratura, ma non nei TG. E' percebile nelle riunioni sindacali e nel bar sport, ma non nelle serate di gala. Oggi la battaglia politica è nelle fabbriche e nelle piazze, e non sui giornali. I giornali continueranno a dire le stesse cose anche quando le cose saranno diventate completamente diverse da come erano anche solo sei mesi prima, poiché la maggior parte di essi non è in grado di percepire il tipo di mutamento che ha oggi la massima rilevanza: osserva infatti le opinioni che mutano, ma non la tensione che sale o scende.
Tutti coloro che sanno un po' le cose come stanno conoscono ormai gli obiettivi che dobbiamo raggiungere: una vera Unione Europea e un'organizzazione su scala europea del sistema politico democratico. Tuttavia anche coloro che non sanno nulla - gli apatici, i rabbiosi, gli evasivi, e qui in Italia anche molti evasori - conoscono il fatto che ci si pone largamente questi obiettivi, ma poiché essi non sanno che cosa realmente accadrà se non li raggiungeremo (quello che accadrà è, in senso tecnico, la guerra), essi non sono pronti ad assumersi la resposabilità delle conseguenze politiche di questa consapevolezza.
Solo un'avanguardia può assumersi responsabilità di questo genere. Questa è la ragione per cui la linea Orfini-Fassina prevarrà nei prossimi mesi, anche se questo potrà non piacere - e lo credo bene - ai politici "moderni", e nemmeno a un analista estremamente attento come l'autore dell'articolo in questione, il quale ha forse l'unico difetto, di questi tempi quanto mai perdonabile, di essere un autentico democristiano, di quelli doc. 
Coloro che la pensano come lui (per esempio, probabilmente, Civati), dovrebbero battersi invece per una buona legge che istituzionalizzi le funzioni dei partiti. Grazie ad essa, infatti, quando i tempi saranno mutati, e il rumore degli spari sarà più lontano, ci sarà più spazio per una classe dirigente fatta di impiegati, di imprenditori o semplicemente di mattatori da oratorio, e meno legata al professionismo politico, senza che questo mutamento debba realizzarsi necessariamente come nel 1992, e cioè facendo mandare 2000 avvisi di garanzia dalla procura di Milano. Tuttavia finché i tempi non saranno mutati non c'è alcuna ragione di sperare che una tale confusa, eterogenea e dunque inefficace kermesse di "tipi" umani si ponga alla guida del principale, nonché dell'unico, partito italiano. 
Una parlamentare spagnola appartente al Partito Popolare Spagnola qualche mese fa urlava a squarciagola "che si fottano" nel momento in cui la Camera approvava la riduzione dei sussidi di disoccupazione di milioni di persone che nelle piazze pacificamente protestano, vanamente, ormai da più di un anno, rasentando la disperazione. Il riferimento poco elegante di quella parlamentare era proprio a quelle persone che vivono un momento drammatico. Quei rapidi fotogrammi sono stati ampiamente ripresi e chiunque segua i media internazionali ha potuto vedere quanto quella scena abbia distrutto la credibilità del parlamento spagnolo presso un'opinione pubblica già sgomenta e ferita nell'orgoglio dal regime di tutela che da parte delle istituzioni finanziarie internazionali ormai pende sulla Spagna. Tale episodio assomiglia a ciò che a breve potrebbe accadere in Italia, e che non dovrà mai accadere, ma quello che non può assolutamente essere consentito è che una parlamentare insulti il suo popolo sofferente, altrimenti nel giro di una settimana si arriva davvero alla Bastiglia. Deve, cioè, essere impedito dall'esistenza di partiti seri che selezionano gente seria. Che si selezioni una classe dirigente con caratteristiche di moralità e di fedeltà a se stessa: fedeltà coriacea, cioè, a delle idee politiche, giuste o sbagliate che siano. Che poi per vincere le elezioni basta fare la legge elettorale giusta e caso mai mandare in tv Renzi e Civati (il quale per altro ha ben altro spessore rispetto a Renzi) per imbonire qualche vecchietta tele-maniaca.