Io non so se sarebbe
stato possibile salvare l'impianto FIAT di Termini Imerese. Forse si.
Forse il decisionismo della dirigenza FIAT degli ultimi anni è solo
un tentativo di sfruttare un mood ideologico
diffuso, che va contro la classe operaia e a favore dei padroni.
Tuttavia una cosa la so di sicuro: ipotizzando, per un attimo, che
quell'impianto industriale non sia mai stato costruito, e immaginando
che qualcuno mi proponga di costruire auto a Termini Imerese, piccola
pianura siciliana, tra il mare e le colline, gli avrei consigliato
uno psicologo. Tutti sanno che la vita dell'operaio è durissima,
anche se troppo spesso fanno finta di non saperlo. Eppure quasi
nessuno sa come si costruisce un'auto, anche se troppo spesso fa
finta di saperlo.
Commercializzare
auto non è propriamente semplicissimo. La ragione principale di ciò
è che vendere auto è completamente diverso
dal costruirle: tu, però, devi fare entrambe
le cose.
Devi
studiare il comportamento delle persone nei confronti dei trasporti:
perché guidano, e perché altre volte prendono la bici.
Contemporaneamente devi mettere altra gente a disegnare. Poi devi
fare un sacco di calcoli, e parlare con molti tipi diversi di
ingegneri. Dopo un bel po' – mettiamo che siano un paio d'anni –
entra in gioco la parte gestionale. Capire come si può fare cosa, in
quanto tempo, e poi ancora, insieme agli ingegneri, predisporre
macchine industriali per la fabbricazione del modello che hai scelto
di produrre. Continuamente cambi idea sui dettagli, e fino alla fine
chiedi pareri a molti, e fai ancora disegnare nuovi pezzi dell'auto,
mentre già disegni o ridisegni, fabbrichi o modifichi, le macchine
per la catena di montaggio. Altri due anni, mettiamo. Poi mandi tutto
in produzione, prepari il personale tecnico più specializzato. Poi
fai l'auto. Mettiamo che, in senso stretto, ci voglia una settimana
per fare un'auto, qualunque cosa ciò voglia dire, non lo so.
Mettiamo che invece tutto questo, complessivamente, duri circa
quattro o cinque anni.
Esistono
i saloni dell'auto, si. La ragione per cui esistono i saloni
dell'auto è che nessuno sa che cosa la BMW stia per mandare in
produzione. Nonostante, come abbiamo appena, arbitrariamente, deciso,
il processo di produzione duri cinque anni, esso può essere tenuto
fondamentalmente segreto: è il segreto industriale. Segreto, davvero
segreto, fino alla fine. Centinaia di persone a lavoro per anni:
tutto segreto. Non è
che sia segreto il fatto che lavorano, ma è segreto che cosa
esattamente stiano
facendo. Come tutti i segreti valevoli di essere tali, un segreto
semplicemente dirompente.
È
lui, il segreto,
il protagonista.
Dunque una rottura, un'ebbrezza, una vertigine altissima. Per tutti
inaspettata, la rivelazione del segreto mette alla prova
l'autodisciplina di quei pochi che sapevano di quel segreto.
L'industria infatti non è altro che arte – conoscenza dei mystera
-, e cos'altro se no? Chi vive
nel mondo dell'auto vive nel profondo rispetto di quel segreto, e del
fatto che quel segreto cambierà tutto quello che si era dovuto
prevedere inutilmente.
Quell'arte lotta soprattutto contro questa inutilità, la accetta,
affrontandola con il suo immenso autocontrollo. Quell'inutilità non
è, ai suoi occhi, che la natura stessa, con il suo barbaro istinto a
distruggere. La accetta, perciò, senza esserne succube. Grazie a
quel segreto, quando la macchina viene prodotta, infatti, è
effettivamente una novità.
Nessuno sapeva che sarebbe stata prodotta proprio così, proprio in
quel modo, proprio in quella forma, proprio con quelle
caratteristiche tecniche. Per questo il salone dell'auto è
illuminato dai flash dei fotografi: l'auto è una realizzazione che
tecnicamente dura anni e che può essere tenuta segreta con metodi di
organizzazione interna che resistono fino alla fine.
Ecco perché una nuova auto è una sorpresa.
L'effetto
di questa segretezza sul mercato è una sfida intellettuale
durissima: anche se la produzione della tua auto la stai
programmando, mettiamo, da quattro anni e mezzo, puoi dover
semplicemente abbandonare
il progetto. In quale momento? Idealmente, sempre.
L'ideale è che tu sia sempre pronto a buttare via il progetto,
mentre lo realizzi. Infatti hai appena scoperto che il tuo
concorrente ha messo in campo un prodotto alternativo alla tua futura
automobile, un prodotto che costa meno, che consuma meno, e che è
anche molto più figo. E quando lo hai scoperto? Idealmente, sempre.
L'ideale è che tu lo scopri continuamente,
e questo ti induce a ripensare, modificare, ritornare. Naturalmente
tu non perdi tutto il lavoro fatto. Lo riutilizzi, con meccanismi di
elasticità che avevi prodotto, con fierezza, proprio mentre, con la
stessa fierezza, producevi i passi che portano alla costruzione
dell'auto. Producevi perciò codifiche delle informazioni, codifiche
dei sistemi di calcolo, codifiche dei sistemi di controllo dei
processi, codifiche dei processi organizzativi, elaborazioni atte a
riutilizzare tutti i passaggi del tuo lavoro, qualora il progetto di
largo respiro debba essere abbandonato. Producevi inoltre, accanto
alla catena di montaggio che stavi per utilizzare, la catena di
montaggio dell'auto che non
stavi per costrire ma che potrebbe diventare necessario costruire con
relativa urgenza, a causa di oscillazioni interne del mercato.
Inoltre,
poiché hai deciso che venderai cinque milioni di esemplari della tua
macchina in cinque anni, e poiché hai scoperto che accendere
l'interruttore di un impianto industriale non è semplicemente come
accendere la lampadina del salotto, perché l'energia che consumi
ogni secondo è quella che consumano duemila lampadine in un giorno,
ti poni il problema del fatto che anche se venderai le macchine in
cinque anni, le macchine non le costruirai in cinque anni, ma in soli
sei mesi. E già: la corrente costa,
quindi i pezzi devono essere prodotti e assemblati alla massima
velocità anche se non ce n'è alcuna fretta.
Quindi ti poni il problema di cosa far fare agli operai, supponendo
che essi non possano andare in giro a fare volantinaggio per i
restanti quattro anni e mezzo. Così cambi continuamente la scansione
del processo di ideazione di nuovi modelli, in base alla differenza
che c'è tra il tempo di lavoro che ci vuole per produrre auto e il
tempo di vendita di quelle stesse auto. In questo modo speri di
tenere gli operai occupati, e di minimizzare i vuoti di utilizzo
degli impianti, proprio perché questi vuoti sono per loro natura
notevoli. Di conseguenza prepari meccanismi di flessibilità
nell'organizzazione del lavoro che siano corrispondenti ai meccanismi
di flessibilità nella gestione dei processi. Così scopri che anche
se una catena di montaggio per un'auto è lunga, poniamo, duecento
metri, devi avere un impianto molto più grande che viene
costantemente sottoutilizzato ma che tuttavia deve esistere,
per permettere a quei meccanismi di flessibilità e di riutilizzo di
essere efficienti. Poi scopri che il tempo per far arrivare i
materiali per i tuoi modelli deve essere così breve che le navi non
sono sufficienti a garantire con certezza la possibilità di un
trasporto utile e che non rallenti il processo, e che l'unico modo
per far arrivare quei materiali con il grado di certezza che ti serve
è la ferrovia.
Poi,
solo alla fine forse, scopri che la Sicilia è un'isola. In Sicilia
il treno non ci arriva, se non con una nave. E dietro Termini Imerese
ci sono le colline, e le colline non si abbattono con un petardo, e
non si fanno grandissimi capannoni sulle colline. E in Italia c'è
l'articolo 18, si. Già, forse queste ultime tre cose le scopri solo
alla fine, però forse sarebbe stato meglio se tu le avessi scoperte
all'inizio.
L'industria
automobilistica è il fiore all'occhiello non solo della nostra
industria nazionale, ma di ogni possibile industria nazionale, per
ragioni assolutamente oggettive: la complessità della gestione del
design, delle tecniche
di costruzione delle macchine e della disciplina organizzativa che
essa comporta e allo stesso testimonia è unica, e racconta in un
solo, complesso, gesto, la più vasta gamma delle diverse forme di
grandezza proprie della personalità umana. Per coloro che trovassero
noiosa tutta questa complessità ci sono sempre le automobiline con
cui giocare. A volte ho l'impressione che molti di quelli che la vita
ha portato ad avere ruoli di responsabilità, attorno al mondo
dell'auto, non siano stati informati della possibilità alternativa e
sempre possibile di dedicarsi, piuttosto che all'auto e a chi vi
lavora, a far correre automobiline per il proprio salotto, per
diletto.
Io
non so se la maggior parte dei sindacalisti cerchi le risposte ai
problemi della gente in Marx o in don Sturzo. Purtroppo credo di si.
Il problema, per altro, è che molti manager, poi, le cercano nel
Sole 24 Ore, il che per certi versi è quasi peggio. Quello che so è
che se tutte le persone cercassero di acquisire le informazioni
rilevanti per risolvere i problemi nella maniera giusta, forse avemmo
meno autovetture, più lavoro, e meno idiozia elevata a leadership.
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