sabato 2 giugno 2012

Il partito delle cinque parole


Ieri sera, in quel postaccio in via San Petronio Vecchio - frequentato inopinatamente da me e da tanti cari amici. Sic, si critica solo ciò che si ama - è andata in scena la solita corrida improvvisata ad opera di quelli che il buon vecchio Schumpeter chiamava, con squisito sarcasmo, gli intellettuali inimpiegabili. Descriverla non potrà essere che un pavido e di certo non inedito infierire, si potrà dire. Giusto, ma è pur vero che la crudeltà intellettuale non è un reato. Inoltre - continua la mia apologia - nell'analizzare contemporaneamente sia il mio stesso disprezzo verso sezioni del genere umano quanto quello che ho compreso essere il disprezzo di quelle sezioni del genere umano verso il genere umano stesso, ambisco almeno a una certa pretesa equanimità ed equidistanza, e di questo mi andrebbe comunque reso atto: in fondo il mio è solo un interesse per il disprezzo in quanto tale. Il devoto cronista, ieri sera, annotava: una buona lettura ad alta voce di Calvino, accompagnata da una pianolina da festa delle medie, una performance teatrale completamente irricevibile, una immancabile riunione dedita ad asserite pratiche di soggettivazione incomprensibili agli umani.
A volte cerco la definizione sintetica del campionario di bestialità che tocca sentire a noi Fabian, a noi non realizzati e non realizzabili osservatori risolutamente irrisolti. Una definizione sintetica e un metodo empirico per selezionare quel soporifero, caotico cluster di concetti che, somministrato a un giovane e relativamente promettente studente per cinque o sei anni lo porta quasi immancabilmente a utilizzare soltanto il 5% del proprio cervello. Il problema è il seguente: quali sono, in sostanza, le parole che portano le persone a convocare riunioni? Il punto è che, nel mondo industrializzato, le riunioni di per se stesse non servono a nulla, a meno che non ci sia un motivo per convocarle, eppure c'è tutta una serie di dispositivi comunicativi che porta le persone a ignorare questa circostanza, e a continuare a convocarle a prescindere da scopi delineati con sufficiente chiarezza in precedenza.
Il problema di individuare questo cluster assume caratteri archivistici. Una soluzione potrebbe essere la seguente. Prendere la biblioteca di Bertrand Russell, se esiste ancora. Fare un indice analitico dei dieci libri più usati (intendo quelli materialmente più corrosi, sottolineati, stropicciati) e selezionare i venti sostantivi astratti più utilizzati in ognuno di quei libri. Selezionare dalla lista ottenuta le cinque parole che vantano in assoluto più citazioni nel computo totale e verificare la possibilità grammaticale-semantica di creare da esse nuove parole. Una possibilità per concretizzare questo ulteriore esercizio di fantasia sarebbe immaginare cosa farebbe un tedesco altamente scolarizzato se chiuso a chiave in una stanza per due anni a pane e acque con i libri suddetti. Il risultato di questa ricerca potrebbe condurci vicini alla Lista. La Lista delle parole magiche che inducono le persone a convocare continuamente riunioni senza essersi posti il problema del perché lo stanno facendo.
Io dico che il risultato sarebbe la seguente, utilissima lista – ritengo che la CIA ne abbia fatto ampio uso, ed è forse per questo che non mi sorprenderei di trovare tracce di cloroformio nella biblioteca di Russell.
    Soggetto, Impero, Resistenza, Esistenza, Prassi.
E, di consegenza,
    Soggettivazione, Soggettivo, Soggettivizzazione, Soggettualità, Soggettivismo, Soggettualizzazione, Imperialismo, Imperializzazione, Resistenzialità, Resistentivo, Esistenziale, Esistenzialità, Esistentivo, Pratico, Pratica, Praticizzazione.
Il nostro sistema educativo, tra i suoi infiniti paradossi, produce una certa quantità di persone che ritiene di essere intellettuale in quanto ha l'unica e assolutamente poco spendibile caratteristica di essere disposta a credere a tutto. Tuttavia la magia è che alla fine, nonostante ciascuno di essi sia disposto a credere a tutto, tutti insieme, in fin dei conti, credono alle stesse cose. Questa è davvero la quintessenza della magia, o, come dicono i latinisti, della religio. Non è vero che quelle parole sono vuote, come pensano i superficiali. Sono significative, e filologicamente studiatissime. “Impero” viene dal latino e vuol dire comando. Accusare di affiliazione con l'“Impero” serve innanzitutto a smontare qualunque meccanismo burocratico-operativo efficiente. “Soggetto” è un termine di significato del tutto antitetico a ciò che è scientificamente rilevante, è opposto al “Predicato”, e dunque alle “Proprietà”, ma anche alla “Sostanza”, e dunque alla “Realtà”. “Resistenza” è il contrario dell'azione, è il termine reazionario par excellence. “Esistenza” esprime soprattutto la supposta incomunicabilità della condizione umana ed è per questo il contrario della dicibilità, rappresentando così una indicazione della via maestra che porta verso il fanatismo spiritual-politico. “Pratica” è il termine più simile al verbo “Fare” che possa essere usato come suo sostituto per autorizzare ogni sberleffo verso le forme della verifica. Una pratica, infatti, non produce assolutamente nulla, e se chiedi a una persona che cosa stia facendo, e ti risponde “sto praticando una pratica”, vuol dire che non gli potrai chiedere i risultati ottenuti dalla sua pratica. Laddove, infatti, il fare produce prodotti finali, i cosiddetti “fatti”, il praticare produce al massimo “pratiche”, che in italiano vuol dire fogli di carta, prodotti intermedi di una comunicazione che si suppone abbia altri scopi che sono diversi dalle pratiche stesse ma che molto spesso non ci è dato sapere quali siano. Il comunismo - la scienza delle cinque parole, e un giorno magari delle cinque stelle - laddove adeguatamente e religiosamente messo in pratica, rappresenta probabilmente il più grande sperpero di materia grigia dopo il poker e dopo quella variante meno ospedaliera del poker (meno ospedaliera perché non prevede il tappetino verde), costituita dalla finanza internazionale computer-based. Certo, è una religione difficile, con i suoi pseudo-preti, che a differenza di molti di quelli veri, sono anche tutti quanti senz'anima.
Chi usa compulsivamente quelle parole non amerà mai il teatro, il cinema, e la matematica, pur essendo quasi sempre convinto di amare i primi due. L'esempio del teatro valga per tutti. Attardarsi a ripetere la parola “soggetto”, disponendosi oltretutto a usare in maniera compulsiva i suoi derivati, vuol dire non essere interessati ai seguenti diversi tipi di soggetto: l'autore, il pubblico, l'attore, il regista, lo sceneggiatore, il produttore. E senza capire questo non vedo come si possa essere interessati al teatro.
Il disprezzo per le arti e per l'eccellenza, la febbrile gioia per il banale, sono il quotidiano biglietto da visita dell'ignoranza organizzata.

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