giovedì 11 ottobre 2012

Su dei vecchi appunti ho scoperto perché finì la DC

Leggo un articolo di Mario Adinolfi sul Foglio il 10 ottobre, intitolato "Il neodegasperismo renziano è uno spazio vincente per i nuovi dem". La tesi di Adinolfi si basa sulla costatazione che i vecchi centristi, definiti dossettiani, hanno perso la loro battaglia culturale con l'ala sinistra del Partito Democratico, e che il nuovo centro rappresentato da un certo candidato alle primarie del centro-sinistra, non è liberista, ma semplicemente degasperiano, un centro, cioè, di grandi visioni internazionali, più anti-statalista che liberale, più pragmatico che ideologico. E fin qui siamo a un esercizio di - seppur non banale - filologia.
La tesi di Adinolfi è che questo neodegasperismo è vincente.
Qualche mese fa, invece, avevo scritto un commento a un articolo di tono non molto dissimile da parte di Pierluigi Castagnetti, per quanto quest'ultimo, essendo un dossettiano, non avrebbe forse condiviso la spietata disamina dell'inutilità dei lib-dem fornita invece da Adinolfi. Per qualche motivo, però, non avevo pubblicato quel mio articolo sul blog, e di fatto la non pubblicazione di quell'articolo sarebbe stata poi l'inizio di un lungo periodo di non-pubblicazione. Probabilmente volevo stare per un po' di tempo a guardare. Perciò, ora che mi sono stufato di stare a guardare, pubblicherò quel vecchio post, sostituendo la parola "Castagnetti" con la parola "Adinolfi". Oggi ho scoperto, con questa sostituzione, perché è finita la DC. Sostituire la parola "Castagnetti" con la parola "Adinolfi"  infatti non ha cambiato assolutamente il contenuto di quegli appunti. Ho dovuto solo cambiare un paio di righi relativi a un personaggio pressocché irrilevante ma che tuttavia viene molto discusso ultimamente: Renzi. Ecco perché, caro Adinolfi, la politica è fondamentalmente diversa dalla storia. La storia, infatti, è proprio come la racconti tu, ma il punto è che ti poni dei problemi che oggi non esistono, e per questo sei costretto a chiamarli con parole relativamente astruse, quali dossettismo, degasperismo, ecc., e nello stesso tempo non cogli i problemi reali che ci sono, perché non sai quale sia il nome di questi problemi. Il problema che ti dovresti porre - lo nominerò io, giacché tu non ci riesci - è quello della guerra imminente. Speriamo che questi vecchi appunti ti aiutino. Non so se la linea di Renzi è vincente, quello che so è che la politica non dovrebbe cercare di vincere (vincere cosa, in mezzo a tanti disastri?), ma di cambiare significativamente e profondamente la realtà, oppure, semmai, di conservarla nei tempi in cui tutto è frenetico. Nota bene, Adinolfi. L'uomo politico è un attore. Si finge serio, quando gli altri se la ridono. Se la ride, quando gli altri sono seri. E saranno gli altri, accorgendosene, a cambiare umore. Renzi non è un attore: viene semplicemente inquadrato. Essere inquadrati non vuol dire recitare. Si viene inquadrati quando qualcun altro decide che tu debba essere inquadrato. L'attore no: l'attore decide di recitare, e se qualcuno lo inquadra bene, altrimenti non fa niente. Lo decide lui di recitare. Per questo Renzi è tecnicamente irrilevante: è cioè spontaneo. Poiché non decide nemmeno di essere inquadrato, bensì si ritrova casualmente sullo schermo, è solo uno che non decide proprio nulla. Non sarà mai in grado di cambiare l'umore di chi non sia già del suo umore. E questa - mi dispiace - non è né politica né cultura. Seguono i miei vecchi appunti.

Il rumore degli spari e gli appassionati di bird watching 

Il tema sollevato da Adinolfi è della massima rilevanza: la forma-partito. Quali siano le finalità e di conseguenza quale debba essere la struttura interna di un partito politico, e non tanto di un partito politico qualsiasi, ma diciamo pure del Partito Democratico. 
Adinolfi sostiene che il Partito Democratico non dovrebbe essere un semplice attore di marketing politico, - come secondo me lo vorrebbe Renzi, ma secondo lui no - ma nemmeno una rete iper-disciplinata di intellettuali, che pretende di sapere e di decidere tutto, onnivora e separata dagli altri umani, e che tenda di conseguenza a imbavagliare le energie autonome della società, come vorrebbero esponenti come Fassina e Orfini. 
Non vale affatto la pena di discutere il primo rilievo di Adinolfi, poiché è semplicemente ovvio, a parte il fatto che lui, sbagliando, non lo attribuisce a Renzi: chi fa marketing politico (Grillo, Renzi, Berlusconi) per definizione non ha spessore culturale e politico, e la sua idea di partito è, come sempre accade con le brutte idee in politica, semplicemente del tutto ininfluente, nelle condizioni presenti; la provvisoria fama di determinati personaggi è ormai chiaramente il prodotto della testardaggine non priva di malizia da parte di certi gruppi editoriali, i quali continuando ad esercitarsi nell'intervistarlo cercano di convincere noialtri che lui abbia qualcosa da dire. 
Vale invece la pena di discutere il secondo punto.  
Vorrei dire che condivido pienamente l'analisi storica di Adinolfi, anche se non condivido la prognosi. Il problema è il seguente: dovrebbe la struttura-partito cambiare ogni 10, 20, oppure ogni 100 anni? Deve, cioè, essere una struttura molto elastica, liquida, oppure meno elastica, meno liquida? E questa domanda porta a un'altra: deve la struttura-partito essere funzionale rispetto al raggiungimento di obiettivi politici o deve essere funzionale rispetto al compito di rappresentare la società nei luoghi di decisione? 
Io sono d'accordo con l'autore sul fatto che c'è un tentativo di trasformare il Partito Democratico in un partito marxista-leninista, un partito, cioè, costruito per perseguire ciecamente obiettivi politici determinati da un'avanguardia di sapienti e non per rappresentare la variegata sensibilità della società. Tuttavia quella che non vedo da parte di Adinolfi è un'analisi francamente realistica della fase che viviamo. Non vedo cioé la risposta alla seguente domanda che riguarda non il Partito Democratico, ma tutti i cittadini: i cittadini hanno oggi il compito di perseguire obiettivi politici specifici o hanno quello di auto-rappresentarsi, di rispecchiarsi in individui simili a loro, ma un po' migliori di loro, a cui delegare le noiose incombenze della politica dietro il corrispettivo di un onesto salario?
A me pare che la risposta che debba essere data è la prima. 
Sarebbe infatti paradossale che allorquando la struttura del governo del paese diventa paramilitare, poiché incentrata non tanto sulle funzioni collegiali del Consiglio dei Ministri, ma direttamente sul Ministero dell'Economia (così come del resto nel governo Badoglio era incentrata sulla Difesa: le situazioni di guerra, reale o minacciata, portano a una ristrutturazione aziendalistica delle attività del governo, ovvero, in fin dei conti, ai cosiddetti "governi tecnici", che siano poi guidati da economisti o da generali fa poca differenza dal punto di vista della loro evanescenza politica), la struttura dei partiti di governo venisse ad assomigliare a un ozioso circolo di amanti del bird watching. Per di più, stipendiati. Quando si avvicina la guerra tutte le strutture organizzate diventano tendenzialmente paramilitari poiché tutte le strutture militarizzate diventano più importanti sotto il profilo politico di quelle democratiche (più importanti vuol dire: più influenti. La politica è influenza, caro Adinolfi, non è vincere. Vincere cosa?).
E la guerra, come insegnò Hobbes, ma anche Keynes, non è altro che l'avvicinarsi della guerra stessa, sotto forma di una grave minaccia per la vita dei singoli individui. La guerra, cioé, non è che la percezione diffusa che ci sia una guerra.
E' infatti il problema di garantire il governo del paese di fronte alle massime minacce che porta a costruire partiti che si pongono, come farebbero delle strutture strategico-militari, obiettivi politico-strategici specifici, come sembrano volere, secondo una esatta analisi non meramente politologica, ma storica, Orfini, Fassina e altri. 
L'avvicinarsi della guerra non è qusi mai percepibile negli andamenti dell'opinione pubblica. E' percepito invece nei luoghi di quelle emozioni che sono organizzate e collettivamente influenzate, sotto forma di evasione, rabbia, depressione, euforia generale. E' percepibile nella letteratura, ma non nei TG. E' percebile nelle riunioni sindacali e nel bar sport, ma non nelle serate di gala. Oggi la battaglia politica è nelle fabbriche e nelle piazze, e non sui giornali. I giornali continueranno a dire le stesse cose anche quando le cose saranno diventate completamente diverse da come erano anche solo sei mesi prima, poiché la maggior parte di essi non è in grado di percepire il tipo di mutamento che ha oggi la massima rilevanza: osserva infatti le opinioni che mutano, ma non la tensione che sale o scende.
Tutti coloro che sanno un po' le cose come stanno conoscono ormai gli obiettivi che dobbiamo raggiungere: una vera Unione Europea e un'organizzazione su scala europea del sistema politico democratico. Tuttavia anche coloro che non sanno nulla - gli apatici, i rabbiosi, gli evasivi, e qui in Italia anche molti evasori - conoscono il fatto che ci si pone largamente questi obiettivi, ma poiché essi non sanno che cosa realmente accadrà se non li raggiungeremo (quello che accadrà è, in senso tecnico, la guerra), essi non sono pronti ad assumersi la resposabilità delle conseguenze politiche di questa consapevolezza.
Solo un'avanguardia può assumersi responsabilità di questo genere. Questa è la ragione per cui la linea Orfini-Fassina prevarrà nei prossimi mesi, anche se questo potrà non piacere - e lo credo bene - ai politici "moderni", e nemmeno a un analista estremamente attento come l'autore dell'articolo in questione, il quale ha forse l'unico difetto, di questi tempi quanto mai perdonabile, di essere un autentico democristiano, di quelli doc. 
Coloro che la pensano come lui (per esempio, probabilmente, Civati), dovrebbero battersi invece per una buona legge che istituzionalizzi le funzioni dei partiti. Grazie ad essa, infatti, quando i tempi saranno mutati, e il rumore degli spari sarà più lontano, ci sarà più spazio per una classe dirigente fatta di impiegati, di imprenditori o semplicemente di mattatori da oratorio, e meno legata al professionismo politico, senza che questo mutamento debba realizzarsi necessariamente come nel 1992, e cioè facendo mandare 2000 avvisi di garanzia dalla procura di Milano. Tuttavia finché i tempi non saranno mutati non c'è alcuna ragione di sperare che una tale confusa, eterogenea e dunque inefficace kermesse di "tipi" umani si ponga alla guida del principale, nonché dell'unico, partito italiano. 
Una parlamentare spagnola appartente al Partito Popolare Spagnola qualche mese fa urlava a squarciagola "che si fottano" nel momento in cui la Camera approvava la riduzione dei sussidi di disoccupazione di milioni di persone che nelle piazze pacificamente protestano, vanamente, ormai da più di un anno, rasentando la disperazione. Il riferimento poco elegante di quella parlamentare era proprio a quelle persone che vivono un momento drammatico. Quei rapidi fotogrammi sono stati ampiamente ripresi e chiunque segua i media internazionali ha potuto vedere quanto quella scena abbia distrutto la credibilità del parlamento spagnolo presso un'opinione pubblica già sgomenta e ferita nell'orgoglio dal regime di tutela che da parte delle istituzioni finanziarie internazionali ormai pende sulla Spagna. Tale episodio assomiglia a ciò che a breve potrebbe accadere in Italia, e che non dovrà mai accadere, ma quello che non può assolutamente essere consentito è che una parlamentare insulti il suo popolo sofferente, altrimenti nel giro di una settimana si arriva davvero alla Bastiglia. Deve, cioè, essere impedito dall'esistenza di partiti seri che selezionano gente seria. Che si selezioni una classe dirigente con caratteristiche di moralità e di fedeltà a se stessa: fedeltà coriacea, cioè, a delle idee politiche, giuste o sbagliate che siano. Che poi per vincere le elezioni basta fare la legge elettorale giusta e caso mai mandare in tv Renzi e Civati (il quale per altro ha ben altro spessore rispetto a Renzi) per imbonire qualche vecchietta tele-maniaca.

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