sabato 24 novembre 2012

Cambridge, Linea 2

Di solito salgo all'incrocio con la sala di biliardo, su Mill Road, di solito sudato fradicio, e comunque bagnato fradicio. L'altro giorno alla fermata dopo la mia, nella zona dei kebab e di quella specie di Hard Rock Café dei poveri, sale una donna col passeggino, sorride e si mette dall'altro lato, il bambino non si vede quasi perché la plastica trasparente che lo copriva dalla pioggia è opaca. Mi dice qualcosa che non capisco per nulla e ride. Rido anch'io, ovviamente, ho imparato a farlo fin da subito. Era lei che aveva parlato, e non il bambino, ma io non la capisco lo stesso. Sorridiamo ulteriormente, mi dice qualcosa sul brutto tempo e qualcosa su Ricardo. Poi sale un'altra, bionda, rigorosamente con bambino. Siamo verso l'autostazione, anzi no, siamo ancora a quella prima. Sale questa qua e in pratica già non c'entriamo più, mi devo spostare perché occupo la zona passeggini e il contrabbasso non è un passeggino. Potrebbero mettere una zona apposita per il contrabbasso, vi prego non lo dite l'ho sentito mille volte, ridacchiate come se lo aveste detto, ho capito che lo fate per essere simpatici ma non lo dite, l'ho sentito davvero mille volte. Ride anche lei e aspetta tutta compita, ormai siamo quasi davanti all'Arcade. Non può avermi detto qualcosa su Ricardo, è impossibile devo essermi confuso. Soltanto i neo-keynesiani parlerebbero di Ricardo fuori da un College e senza necessariamente essere ubriachi, lo sanno tutti, forse anche la bibliotecaria nuova appena arrivata nella Marshall. Quella lì non è una neo-keynesiana, anche se i neo-keynesiani è a gente come lei che dovrebbero pensare, e invece pensano solo a se stessi, come tutti. Qualla lì è una da estrema periferia, sulla linea 2 torna a casa, ad Arbury, dal maritino magazziniere, proprio come la sua nuova vicina bionda con bambino e identico, dicasi identico passeggino. Siamo a Trumpington o come si chiama quel parco quadrato, ma non eravamo già all'Arcade? Al tipo davanti a me devo fare tenerezza, perché, fatta una serie di paragoni, sono messo più o meno come lui. Lui vecchio io giovane, lui con il bastone io con il contrabbasso. Lui stanco io sconvolto, lui ha visto troppo, io ho ascoltato troppo poco. Non piove più, ma pioveva? Mi racconta del clarinetto, con un occhio semichiuso e l'altro aperto ma terribilmente spento. Agli altri sembrerà sotto eroina ma so che è sotto l'effetto inequivocabile di ricordi piacevoli. Diventano nostalgici quando capiscono che non riusciranno a spiegarmi le sfumature, perché non capisco la loro lingua nella maniera che loro vorrebbero. Magari non parla da giorni, ma quel clarinetto vorrebbe dirlo a me com'era. Non lo prende da tanto. Tanto, glielo leggo addosso, attraverso i suoi vestiti sgualciti. Mi guarda, ma guarda il nulla, con una busta di plastica rossa mezza accartocciata con dentro la cena. I vecchi nostalgici sono terribili, mi dominano, non ne reggo la tensione. Mi fanno diventare serissimo, ho troppo rispetto e poca compassione. Mi spiega che il sassofono no, non è la stessa cosa. Con il sassofono devi essere davvero bravo, io sono un amatore, mi dice, con l'aria di chi avrebbe voluto dire molto di più. Non voleva dire "davvero bravo", ovviamente. Io lo so cosa voleva dire, ma non lo so proprio dire, e non so aiutarlo e sorrido, di un sorriso che sembra finto, ma è sincero. E' sincero nella mia lingua, che non è la tua, che non è la sua. Vorrei dirgli che non sono d'accordo, che il clarinetto è più difficile, giusto per fare finta di non aver capito. Ma ho capito benissimo. Ho capito che lui intende che le frequenze del sassofono sono tali da creare qualcosa che annoia un certo tipo di persone se non sei bravo. Con la stessa tecnica puoi fare cose che sembrano più difficili a chi non conosce la musica, ma ciò è così irrilevante. E' irrilevante quanto è profondo il punto focale che lui ha fissato in maniera perentoria, poco sopra la mia spalla sinistra, è molto irrilevante. A lui di quelli che non conoscono la musica se ne infischia. E' solo stanco di non non avere nulla da dire a chi incontra, e di non riuscire più a incontrare quelli a cui avrebbe qualcosa da dire. E ancora frena prima del centesimo semaforo, e ancora Joan Robinson e ancora la teoria del Monopsony. Ancora il Trattato sulla moneta di Keynes, quando chiude le porte. Piove, di nuovo. Qualcuno ha mai davvero letto il Trattato sulla moneta? "Chesterton Road". "Due pound, grazie". Quel libro si deve leggere tutto, solo chi l'ha letto può dimenticarlo. Due sterline, due pound. Anche io devo andare a Chesterton, non si arriva mai, perché fa quel giro lunghissimo. Liquidità, acqua. Quando sono arrivato costava un pound e ottanta. Sale quello dell'altra volta, il che vuol dire che siamo su Mill Road. Lui abita lì, è quello che dice che io sono latino. E' curioso, di solito sono gli americani che ti chiamano latino. Ma lui no, lui è un vero Lord, non è uno di quei mangiapatate. E' sicuramente inglese, ma quando recita, quando parla in quel modo, sembra americano. Con me recita ancora di più perché sa che altrimenti potrei non capire. Usa formule di cortesia di sei otto parole che durano come quindici perché è spastico. Dice che pensava fossi brasiliano, e mi racconta che i brasiliani fanno un sacco di feste. Ha l'aria talmente divertita che sembra appena uscito da una di quelle, se non fossero le sette. Almeno una volta erano le sette, quando sono salito, non riesco nemmeno ad arrivare alla tasca per controllare l'ora, con questo coso dietro le spalle. Beati loro, penso, i brasiliani. L'ho incontrato a un pranzo di lavoro, circondati entrambi da una quantità di boria e di imbarazzo notevole. Scivolava con tartine in mano come un Fred Astaire handicappato. E' un osservatore puntualissimo. Di solito gli spastici hanno un controllo del corpo eccellente, che educano con religiosa severità. Una smodata attenzione per le maniere, un candore mai rabbioso. Esausti ma sereni. Siamo ancora su Mill Road, ma non piove più. Mill, John Stuart. Vorrei uscisse il sole, non voglio più scendere. 

Nessun commento: