sabato 20 maggio 2017

Non un eroe. Un ricordo

E poi in fin dei conti dire che amava la verità non significa assolutamente nulla. Giulio, per quanto ne so, amava cose assolutamente normali. E la verità non lo è di certo. Dopo la morte inizia la damnatio memoriae, naturalmente. Se vieni ucciso, una colpa dovevi averla. E allora cerchiamola. Certo, aveva una curiosità che potrei definire eccessiva, in un senso: eccessiva rispetto all'interesse reale che provava per le cose al punto da seguirle nei loro meandri e appassionarsene al di là di ogni logica e di ogni ragionamento, come è proprio di chi abbia assunto su di sé una causa come responsabilità vera. Una curiosità dunque troppo vasta per concentrarsi su qualcosa di specifico. Questa è stata probabilmente l'origine dei suoi problemi con il mondo. Chi di noi non li ha, del resto. Il 12 ottobre 2011 il primo incontro. Eravamo a un seminario, a Cambridge. Lui ascoltava con assoluta attenzione e con un piglio particolare, che notai quasi subito. Era a suo agio nel contesto, per me invece molto difficile, dell'accademia britannica. Facevo già molta fatica a capire ciò che tutti dicevano, ero arrivato esattamente da una settimana. Il 24 novembre 2013 l'ultimo. Mi ferì senza accorgersene. Non capì che quello era il momento di stare dalla mia parte. Io feci finta di nulla, ma archiviai la cosa con una cura che si riversa tutta quanta nell'ambivalenza del ricordo.
Ecco la colpa. Non schierarsi. Tutto lo interessava. Nulla apparentemente lo toccava, se non in una maniera che lui poi avrebbe reso nota al mondo in un modo completamente diverso e sotto una luce completamente altra, e talmente altra da rendere quel contatto irriconoscibile, secondo una forma di sensibilità che è in realtà ipersensibilità. Giulio non era veramente schierato, al di là di quello che c'è scritto nei giornali, nei resoconti, e nei retroscena, e in questo era forse davvero un amante piuttosto inconsapevole della verità. Giulio non era ancora entrato nella dimensione del prendere parte facendo capire con ogni parte di se stesso agli altri di aver preso parte. Era certamente sempre in prima fila, ma per chi? A favore di chi? Con chi? Nel gioco tra tragedia e comicità, lui era una vox media vivente, un freddo analista dai grandi ideali. Un ironico, un sensibile. Eppure, la nostra amicizia ha sempre funzionato alla grande, perché ero sostanzialmente come lui, sebbene nel mio modo, completamente diverso. Forse solo napoletano, e non, invece, triestino. Non si aspettava niente, e non chiedeva niente. Dava. Una generosità estrema, la sua. Ma un'intelligenza che ancora stava cercando un cuore dove palpitare a pieno. Nell'incompletezza della sua formazione, la tragedia di chi lo ha mandato al macello e che oggi scompare forse vigliaccamente, forse per necessità. Certo, era un uomo difficilmente arginabile. Da un certo punto di vista il sistema italiano prepara meglio, attraverso un meccanismo semplice: la disoccupazione. Il sistema inglese dà invece mille opportunità, e ti dà l'impressione di essere arrivato anche quando non lo sei.
Mi dispiace molto se Giulio non era arrivato ancora. Perché l'ha pagato troppo di più di quelli che non gli hanno permesso di arrivare. Non un inquieto, né un ingenuo. Forse, sì, un superbo. Una mente purissima. Ma che doveva essere (ancora) protetta dagli effetti collaterali della propria grandezza.
Il percorso verso l'empatia è una strada lunghissima, dove si affrontano prove che ti permettono di tornare indietro e di ripartire da zero, o da uno. E non c'è modo di evitarle, a meno che la tua bravura a schivarle non sia il segno forse neanche troppo ambito del predestinato. Solo, conviene forse, in un certo senso, affrontarle prima che sia troppo tardi per poterle raccontare. Non Giulio com'era, ma come poteva essere agli occhi dei suoi nemici. Uno che giocava, di certo, troppe parti in commedia.

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