Eventuali soluzioni sbrigative ai gravissimi problemi sorti nei due principali focolai del disordine mondiale, l'Ucraina e Gaza, favoriscono unicamente l'avvicinarsi reciproco tra le potenze totalitarie, anti-democratiche e bellicose, a Est: Iran, Russia, Corea del Nord e soprattutto Cina. E questo è molto pericoloso se la finalità è evitare un conflitto su larga scala.
Impedire la creazione di un asse totalitario che unisca quei quattro paesi e potenzialmente altri dovrebbe essere la prima preoccupazione dei paesi che si autodefiniscono democratici, molti dei quali, se non tutti, lo sono per altro solo in parte. Invece pare che le preoccupazioni siano altre e di più piccolo cabotaggio. Peccato, diciamo così.
La democrazia non è un'etichetta che si attaglia ad alcuni e ad altri no, ma un processo, e una visione idealizzata della società, virtualmente impossibile da raggiungere, e incorporante un benché minimo elemento di retorica, qualunque società sia presa in esame. Ritenere che il mondo sia diviso tra buoni e cattivi facilita esclusivamente la dinamica presentata in esergo di associazione guerresca tra i peggiori. Negli USA c'è la democrazia? In parte. Ci sono molte paurose diseguaglianze, metà del paese aderisce a idee apertamente fasciste, ci sono più armi più o meno legali in possesso di privati che abitanti, eccetera eccetera. L'Italia è una democrazia? In parte. C'è un governo votato da un'esigua minoranza degli aventi diritto che è fascista e sono passate leggi e pratiche liberticide negli anni recenti che hanno diminuito una serie di garanzie come per esempio la libertà di stampa, o che stanno distruggendo i presidi di libertà come la scuola pubblica, o che hanno diminuito la libertà personale, come dichiarando che pratiche assolutamente normali siano "reati universali". In Israele c'è la democrazia? In parte. C'è un governo fascista votato dai cittadini che porta avanti l'apartheid verso gli arabi-israeliani e che organizza quotidianamente un genocidio a Gaza e una guerra a bassa intensità altrove.
In Russia c'è democrazia? In parte, molto piccola: c'è consenso più o meno coercitivamente indotto sulla politica estera sostenuto da argomentazioni piuttosto ragionevoli di geopolitica, e ci sono votazioni periodiche, mentre per tutto il resto degli elementi fondamentali no.
In Iran e in Cina c'è democrazia? Molto probabilmente no, in quasi nessun aspetto. C'è un consenso, probabilmente scarso nel primo caso, nonostante pratiche elettive, meno scarso nel secondo, o una cultura consolidata del conformismo. Per tutto il resto no.
In Corea del Nord c'è democrazia: no.
La democrazia non è una gara per scoprire chi è più bravo, ma esclusivametne una bussola per i cambiamenti necessari. Chi pensa di dominare col terrore, cade. E' il caso emblematico di Israele, uno Stato che difficilmente esisterà tra otto-dieci anni se nulla cambia drasticamente. Supponiamo che la popolazione israeliana del nord del paese sia soggetta al lancio di venti razzi al giorno da Hezbollah. Questa è una minaccia intollerabile per la sicurezza? Può essere, ma la minaccia non fa che aumentare se si fa crescere il risentimento anti-semita e anti-israeliano in una popolazione araba, turca e persiana che è cento volte superiore a quella di Israele, e in altri soggetti esterni ma che assistono a quanto sta avvenendo con crescente rabbia e sconcerto. Non c'è alcuna possibilità che Israele continui a esistere se terrorizza i vicini e i propri stessi abitanti, fino al punto da far sospettare che lo Stato di Israele non dovrebbe neanche esistere, quando questo sospetto è diffuso su miliardi di persone. La lezione della storia è chiara, e anche il buon senso lo è.
Presto o tardi, i nodi verranno al pettine. E come si può pensare che non lo stiano già facendo, se ventimila minori sono stati uccisi in dieci mesi in una città di due milioni di abitanti come Gaza?
Per quanto riguarda l'Ucraina, la questione è più complessa. Come si fa a sapere quanta fatica farebbero due abitanti medi del Donbass e della Crimea a dirsi l'uno russo pur non sentendosi immediatamente tale e l'altro ucraino pur non sentendosi immediatamente tale? E' molto difficile, ma è questo che va misurato, e non altro. Ci vorrebbe, per dir così, una votazione tenuta in un regime di sicurezza e protezione internazionale, che è ovviamente totalmente impensabile, perché verrebbe osteggiato e impedito da chi ha paura di perderle, cioè forse addirittura entrambi i soggetti in causa.
In questa situazione, è ragionevole che vinca di fatto il più forte, e che in nome della pace per decine di milioni di persone e per l'Europa stessa, si sacrifichi qualcosa, come l'opinione di quella che in una parte piccola del territorio ucraino è la parte debole.
Ci sono altre idee possibili? Senza dubbio. Il campionario delle informazoni storiche e delle critiche possibili alla NATO o alla pretesa putiniana di rappresentare un interlocutore ragionevole è infatti amplissimo. Ma in tutti i casi vanno argomentate, e non esclusivamente sulla base della storia, non esclusivamente sulla base del diritto internazionale, ma anche della logica politica.
In una società globalizzata e connessa dalla tecnologia e dall'economia e con un crescente PIL pro capite per vaste e popolose nazioni, i doppi standard non sono più accettati né dunque accetabili. Tutti stanno a guardare, e giudicano, giustamente. La convinzione di parte preponderante dell'establishment occidentale di essere l'unico giudice del bene e del male è fuori dalla storia. "Times are changing", diceva una canzone.
Nessun commento:
Posta un commento