"Buongiorno, notte", di Marco Bellocchio (http://www.youtube.com/watch?v=JAPW5CMF9Bs&feature=related). Ogni vero rito denota, per sua natura, un solco aperto da chi lo celebra al puro scopo di seminare emozioni collettive durature.
(52:57)
Vecchio partigiano celebrante:
Vorrei dire due cose: anche il tempo più lontano non dimentica il partigiano. Siamo venuti dal nord per ricordare questo amico, il papà di Antonio e Chiara, che ogni anno (brusio).
Antonio:
Sempre le stesse parole.
Amico di Antonio:
Ascolta, almeno impari qualcosa.
Vecchio partigiano celebrante:
Credeva molto nelle immense capacità dell'uomo e diceva sempre "se un uomo esprimesse solo un quinto delle sue possibilità tutti i problemi dell'umanità sarebbero risolti, regnerebbe solo l'amore, la pace, la giustizia, la fratellanza, la gioia dalla vita". (arrivano gli sposi) Ah, ci sono gli sposi. Evviva gli sposi, evviva!
Amico di Antonio:
Eppure c'è una verità.
Antonio:
Eppure c'è una verità.
Antonio:
Quale?
Amico di Antonio:
Che gli uomini effettivamente fanno molto meno di quello che potrebbero fare. C'è un'energia vitale sprecata talmente grande che se gli uomini si impiegassero al massimo delle loro possibilità il mondo sarebbe completamente diverso. Invece c'è gente che fanno sempre la stessa cosa e poi di colpo vogliono tagliare per i campi e cambiare il mondo con un colpo di pistola. E non si accorgono che la loro vita, quella di tutti i giorni, è lo zero assoluto. Ho letto su un giornale che un brigatista tra un assassinio e l'altro leggeva Tex Willer e si masturbava con le riviste porno: questa è dissociazione pura!
Antonio:
Ma che c'entano i brigatisti?
Amico di Antonio:
Come che c'entrano?
Antonio:
Guarda che i brigatisti danno la loro vita per gli sfruttati, per chi non ha giustizia, meritano rispetto.
Amico di Antonio, a Chiara:
Senti cosa dice tuo fratello!
Antonio:
Guarda sono molto meglio di me, che me ne sto su un prato a farmi una canna!
Ma che c'entano i brigatisti?
Amico di Antonio:
Come che c'entrano?
Antonio:
Guarda che i brigatisti danno la loro vita per gli sfruttati, per chi non ha giustizia, meritano rispetto.
Amico di Antonio, a Chiara:
Senti cosa dice tuo fratello!
Antonio:
Guarda sono molto meglio di me, che me ne sto su un prato a farmi una canna!
Il partigiano che ho definito il "celebrante" gestisce le emozioni del gruppo, plaudendo agli sposi affluenti nell'arena per smorzare la tensione e permettere a tutti di osservarsi sorridendosi reciprocamente, mentre nell'omelia si accinge ad esporre in estrema sintesi i loci principali del pensiero illuminista e marxista. Ripete un discorso attribuendolo ad altri, e rigorosamente in absentia (Il papà di Antonio e Chiara credeva che...). In questo modo non si assume la responsabilità di ciò che dice, ma piuttosto affida la responsabilità di riflettere a chi ascolta. In questo modo, cioè, fa un discorso religioso - un discorso, cioè, irresponsabile o, come direbbe Nagel, un discorso da nessun luogo, un flatus vocis che procede fuori dal tempo, da se stesso e per se stesso - e non un discorso politico; non cioè, un discorso sommamente responsabile, che dentro il tempo presente viene fatto da chi non sa che cosa esattamente accadrà ma sa che qualunque cosa accada egli ne dovrà rispondere comunque. Un discorso irresponsabile che si sviscera secondo la forma retorica: "Io non dico nulla, bensì essi dicevano x, y, z". Dunque non si sarebbe sorpresi di sentirgli dire anche, evangelicamente: "Voi chi dite che io sia?" Egli infatti descrive, restando assente, un dialogo tra altri. Irresponsabile lui, invita chi lo ascolta ad essere e restare altrettanto irresponsabili, ad ascoltare da lontano il dialogo tra gli altri, i terrestri, i parlanti. Autocontrollo collettivo attraverso l'astensione da ogni responsabilità, è proprio questa l'essenza propriamente dionisiaca (e direi misterica) del rito post-partigiano descritto nella splendida scena in questione. Una delle tante forme della vasta casistica di ritualità caratteristiche del movimento comunista.
Molti riti nascono dalla volontà di mantenere nel tempo la sensazione di eternità che proviene dalla vittoria politica, quando non si ha la capacità di ricreare quella sensazione attraverso le arti e il racconto. Il sacro è qui la massa inerziale propria di una forza politica svogliata, arrogante, e culturalmente inetta.
Molti riti nascono dalla volontà di mantenere nel tempo la sensazione di eternità che proviene dalla vittoria politica, quando non si ha la capacità di ricreare quella sensazione attraverso le arti e il racconto. Il sacro è qui la massa inerziale propria di una forza politica svogliata, arrogante, e culturalmente inetta.
(54:49)
Charlie, cantando:
Fischia il vento, urla la bufera,
scarpe rotte eppur bisogna andar
Charlie, con il coro:
a conquistare la rossa primavera
dove sorge il sol dell'avvenir.
Charlie:
Se ci coglie la crudele morte,
dura vendetta vien dal partigian.
Charlie, con il coro:
ormai certa è la natura sorte
del fascista vile traditor.
Charlie:
S'alza il vento, calma è la bufera,
torna a casa fiero il partigian.
Charlie, con il coro:
Sventolando la rossa sua bandiera,
vittoriosi al fin liberi siam;
sventolando la rossa sua bandiera,
vittoriosi ormai liberi siam.
sventolando la rossa sua bandiera,
vittoriosi ormai liberi siam.
Nel nàos del tempio, rinchiusi nella gioia appagata, i partigiani e i loro amici. Attorno al tavolo, cantano e sorridono in ricordo di ciò che essi stessi furono e rappresentarono per se stessi, per quelle valli appenniniche infestate dal freddo e dagli spari, mentre i nazisti infuriavano, difendendosi, codardi, dietro la potenza dell'artiglieria. I giovani sono intorno e non capiscono, ma godono nella luce riflessa del sorriso spavaldo della vecchia generazione. Essi non vengono resi protagonisti del rito, ma gli si consente di liberamente ridere fra loro, innocui, nel tono leggero di chi si schernisce per evitare l'impatto della passione concentrata che trova spazio nel circolo centrale dei combattenti. Tutte le persone al centro, i vecchi partigiani, si guardano soltanto fra di loro.
In questo modo i giovani non vengono educati a essere osservati, ma solo all'attività estremamente meno formativa che consiste nell'osservare forti personalità che si esprimono, in questo caso, cantando a squarciagola nella commozione ineguagliabile che sgorga dalla memoria di una radicale e assoluta vittoria politica.
In questo modo i giovani non vengono educati a essere osservati, ma solo all'attività estremamente meno formativa che consiste nell'osservare forti personalità che si esprimono, in questo caso, cantando a squarciagola nella commozione ineguagliabile che sgorga dalla memoria di una radicale e assoluta vittoria politica.
(2)
"Il rito", di Ingmar Bergman (scena finale: http://www.youtube.com/watch?v=I92y2i2fBMc).
Fondare religioni è sempre stata un'occupazione difficile e per molti versi ingrata. Bisogna infatti fare un'estrema attenzione alle molte differenze che ci sono tra il modo che le persone usano per osservare gli altri e il modo che esse usano per osservare se stesse. E nel farlo ci si dimentica sempre qualche dettaglio, spesso non da poco.
(1:05) Il fedele crede al rito più dei celebranti, i quali, sebbene il rito dovrebbe essere celebrato al buio, si accontentano di far finta di essere al buio, per accontentare il fedele il quale intende prendere appunti e dunque richiede che la lampada resti accesa. I celebranti ridono di questa loro modifica della "sceneggiatura", che pare non costargli niente. E' evidente che, cedendo in tal modo al pressappochismo, hanno abdicato al loro ruolo di attori, per fondare qualcosa di nuovo e di diverso dalla pura arte teatrale.
Il rito è qui una emanazione di uno spettacolo, o meglio proviene da uno spettacolo, e prima ancora dal bisogno di spettacolo. Questo momento del rito, con la risata dei celebranti a cui il fedele non reagisce così da non sdrammatizzare l'atmosfera e da permettere la continuazione del rito, è assolutamente fondamentale. Il rito resta tale soltanto per un bisogno da parte di chi lo subisce, nasce cioè dal mercato, e in ultima analisi dal capitalismo stesso. La banalità del quotidiano, l'onnipresenza delle relazioni burocratico-mercantili crea la figura del fedele, cioè del borghese in cerca di umiliazione, e in ogni caso schiavo della vertigine emotiva.
Come sempre in Bergman i personaggi sono figure archetipiche e ovviamente irreali (il "borghese" è ovviamente in giacca e cravatta, gli "artisti" ovviamente sono in maschera), e la comicità nasce proprio da questa emulazione dotta se non addirittura filologica dei meccanismi di identificazione/non identificazione tipici della commedia dell'arte. Il borghese sa di avere bisogno di essere guardato per trovare un senso. La maschera che gli artisti indossano divanta ieratica quando è chiaro che essa non cambia il loro atteggiamento. L'apparenza non conta nulla per loro, questo è il messaggio. Sono mascherati non per mostrare qualcosa, ma per mostrare che essi potrebbero avere addosso qualunque vestito e ciò non cambierebbe il loro atteggiamento. Essi sono indifferenti al fatto di essere osservati - sono osservati da Dio, sono osservati da tutti, sono osservati, cioè, soltanto da se stessi. Non sono inseriti nelle relazioni sociali, nella lotta politica, la lotta che divide sempre in partes contrastanti. Tutti mi guardano.
Il loro atteggiamento è il rito: una intenzione condivisa e fortissima, che nessuna apparenza sensibile può mutare.
Non possono essere derisi a causa del modo in cui essi vestono i vestiti che vestono, il naso lungo, il finto fallo, il seno nudo. L'apparenza è irrilevante ai fini del rito: è proprio questo che distrugge dalle fondamenta la coscienza borghese, basata sulla continua distinzione tra ciò che è pubblico e ciò che è personale attraverso le forme dell'apparire e l'edificazione di mura attorno alle abitazioni private, agli uffici delle imprese e a quelli delle pubbliche amministrazioni, attraverso il dogma del segreto industriale.
Gli attori non recitano più, ma intendono l'arte teatrale in maniera radicalmente mercatistica: così essi producono un altro tipo di rito rispetto a quello precedente. Studiano i bisogni (praticano il marketing) di chi per tutto il giorno ha fatto altro. Sanno che i bisogni diventano prevedibili perchè la vita delle persone adulte è standardizzata attraverso i ritmi e le caratteristiche del loro lavoro. Raccontano ciò di cui le persone sono vittime attraverso l'obbligo del lavorare, senza dare ad essi risposte, ma ingigantendo le domande e trasformandole in emozioni.
(3)
I riti nascono talvolta dalla sagacia irresponsabile, dagli intelligenti che non ritengono di dover fornire risposte, ma sperano solo di guadagnarsi da vivere lucrando sull'abilità. Il grande tema bergmaniano. Quando l'arte, in definitiva, diventa mercato e dunque dopo poco finisce per impadronirsi del mercato stesso, poiché naturalmente essa è molto più forte di lui. Alla fine del film di Bergman il borghese muore, e così l'arte, con la sua immensa potenza, si ritrova ad uccidere il suo pubblico e per troppo volere non riesce a riprodursi (9:27. "Il dottor Abramson è morto", dice il celebrante), facendo fallire prima che se stessa, l'impresario.
E poi i riti nascono dalla memoria irresponsabile, da chi non ritiene di dover raccontare, perchè avendo già visto tutto non ha più nulla da dare. Dalla memoria che non diventa storia, racconto, e dunque risulta illegibile, lontana, priva di passione per gli altri, e non educa a guardare, ma si limita a tramandare le res gestae come chiunque le potrebbe narrare, come un racconto impersonale. Il mito del progresso.
Le brigate rosse nascono quando i vecchi partigiani non parlano con i giovani delle loro ferite, non elaborano il lutto della guerra, ma si fanno osservare, tutti impettiti, come degli scolaretti alla consegna del diploma, cantando la vecchia canzone, trasformano i ricordi in uno show, mentre la generazione giovane credendo di capire cerca solo di seguire lo spettacolo, senza parteciparvi, mentre cova la sua rabbia nell'isolamento, nell'insulso e inetto moralismo ("tutti dovrebbero fare di più, ecc.").
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