Appollaiati sulla coscienza di ogni (im)possibile nuova destra, compaiono su schermi e teleschermi i "falchetti", rappresentazione ultimativa e perentoria del mesto naufragio della politica, in una grande operazione culturale degna della peggiore propaganda nord-coreana.
I giovani, volatili attivisti di Daniela Santanchè paiono non tanto i prodotti succedanei di quel fatuo e ben noto circo mediatico che domina incontrastato la telecrazia italiana, ma forse le prime larve di una miserabile progenie che fuoriuscendo da un'ineffabile Arca di Noè vorrebbe già predisporsi a popolare l'immaginario italico più beota per i prossimi vent'anni e oltre.
Fin dalla gioventù viene esaltata ormai la più totale e inerme inconsapevolezza, in un capovolgimento completo dei valori che non è mai mancato del resto in tutta l'avventura politico-culturale della destra negli ultimi trent'anni. La gioventù viene pertanto completamente immolata, esposta come vittima sacrificale al pubblico ludibrio di chiunque abbia un minimo di senno e allo stesso tempo alla pubblica ammirazione dei ben più diffusi mangiatori di tabloid. L'esaltazione della gioventù in quanto tale è immancabilmente uno dei grandi miti del fascismo. Non l'unico, tuttavia.
La gioventù priva di altre determinazioni, certo, ma anche la tecnologia fine a sé stessa, e così pure la forza esercitata al di fuori di qualunque finalità, la morte da perseguire in quanto morte, la vita da perseguire in quanto vita, tutti elementi di quell'iconologia del non-senso che, come un fiume carsico, torna di tanto in tanto, nella storia italiana, a beatificare l'ingiustizia, a nascondere il sopruso, a zittire l'esercizio faticoso del dialogo.
La rappresentazione della gioventù è oggi un grande terreno di battaglia culturale perché i giovani - a quanto dicono i vecchi - non si sentono rappresentati. Senza vedere che il rapporto tra i giovani e la politica è completamente diverso dal rapporto che gli adulti hanno con la politica stessa. I giovani in altre parole non si sono mai in nessuna epoca sentiti rappresentati dalla politica, ma si sono sempre rappresentati e proiettati essi stessi negli ideali che la politica dovrebbe esprimere. Ma proprio laddove la politica non esprime alcun ideale, nella insulsa tirannia del "programma da realizzare", la gioventù diventa paradossalmente un ideale in se stesso.
La gioventù "arruolata" e "attirata" dal potere in quanto tale, allora, non è che l'ambigua premessa di una sorta di militarismo su larga scala, e di un arruolamento sostanzialmente cieco dell'intera società. Corporativismo, dirigismo, fascismo.
La gioventù non viene più criticata, educata - il che sarebbe poi la premessa, per reazione, della critica generazionale e anche, dove occorra, di un sano ribellismo - ma semplicemente mostrata come tale, nel suo carattere puramente estetico e decorativo. Se questi sono i giovani si viaggia a tappe forzate verso l'ennesima tappa del grande naufragio.
2 commenti:
preciso, acuto, profetico, davvero ottimo, se non alludesse ad una pessima realtà.
grazie, gentilissima. Speriamo non profetico, naturalmente.
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