La mentalità politica di Gramsci è attuale secondo un doppio binario di analisi: centralità della distinzione tra nazionale e internazionale e consapevolezza che la struttura politica della sinistra italiana è il frutto di un'analisi abbastanza specifica dell'interrelazione tra il quadro istituzionale e il quadro politico-sociale. La struttura della sinistra, cioè, è il portato reale di un'analisi storica, ed è pertanto una vicenda intellettuale che si fa lentamente partito, o è una vicenda popolare che si fa lentamente organizzazione.
Questi dati di fondo della vicenda intellettuale gramsciana non appaiono fondamentalmente passati o defunti. La ragione è nel carattere tuttora specificamente cosmopolita del capitalismo italiano e in quello delle strutture istituzionali italiane in quanto aggregazione successiva di vicende da un lato locali e, per altri aspetti più propriamente culturali, mondiali. Oggi entrambi questi aspetti sono messi in questione ma non è certo che siano stati superati. Permangono, infatti, in forma nuova, elementi di peculiarità italiana nel quadro europeo, almeno nella forma di una poliedricità istituzionale pressoché spontanea e ingestibile, che comunque sembra di poter rimandare abbastanza istintivamente ai principali punti di analisi gramsciana sebbene adattati alle particolari condizioni storiche determinate per molti aspetti principalmente dalla violentissima e lunghissima crisi economica in atto.
E' ragionevole pensare, perciò, che l'analisi gramsciana possa servire ancora per riflettere sulla forma-partito (della sinistra) in Italia, in quanto essa risulta capace di identificare alcuni degli elementi che rendono l'assetto del sistema politico italiano paradigmatico della condizione di "crisi" permanente dell'equilibrio europeo.
Non mi pare possa esistere alcun dubbio sul fatto che il problema politico che ci troviamo di fronte è quello di un'analisi della dinamica politico-istituzionale europea. E' naturale, cioè, concepire l'unità europea come un esito inevitabile, e non perché essa non sia nei fatti evitabile, ma perché immaginarla come evitabile non permette di mettere a fuoco i problemi reali. Il punto, cioè, è quello di immaginare l'attività di direzione di un processo inevitabile, almeno se si deve ritenere che nella società possano esserci soggettività politiche alternative alla forza del capitale stesso. Il punto non è raggiungere la Mecca di un materialismo o di un funzionalismo deterministici, ma semmai quello di raggiungere una relativa chiarezza data da un livello di approfondimento politico intonato con il tipo di funzione storica che si vuole incarnare.
E' naturale, cioè, immaginare che una classe dirigente oggi più che mai non possa che avere una dimensione europea, anche perché in caso contrario non si vede cosa ci sia da dirigere.
Come è anche naturale immaginare che il processo di integrazione europea continui a vivere in un conflitto pressoché permanente tra democrazia e progresso.
E' difficile concepire questo processo, che pur supponiamo in qualche modo inevitabile, a partire da una rappresentazione realistica dei suoi "esiti". Il problema è un altro, ed è quello di determinare alcuni paletti per la dinamica politica in corso, "argini" agli aspetti rovinosi della crisi in atto, almeno se si vuole interpretare la funzione di una soggettività politica allo stesso tempo "rivoluzionaria" negli ideali e "conservatrice" nell'adesione a un pragmatismo politico di fondo nelle scelte reali.
Il problema non è quello di uno scontro tra "toni" di pessimismo e "toni" di ottimismo, ma quello dell'identificazione del livello al quale si intende agire. Un'analisi che appaia pessimistica non è che il contraltare ineliminabile del fatto che si ritiene ci sia una forza politica interamente conservatrice da "combattere" con le armi della lotta politica.
Ora il punto che mi pare centrale è quello di analizzare che cosa comporta la attuale mancanza di un "brand" politico della Sinistra che sia ovviamente identificabile come "il" brand politico della Sinistra.
La principale causa e la principale conseguenza di questa mancanza è, dal punto di vista di una sociologia degli intellettuali e di una sociologia del lavoro, la dispersione delle principali energie intellettuali e vocazionali in un rivolo di comportamenti sociali che non convergono verso obiettivi comuni.
La mancanza di un brand politico unico della sinistra, cioè (vale a dire la mancanza di un Partito Unico della Sinistra), rende impossibile a chi ha molte risorse morali identificare facilmente il proprio interlocutore, e rende impossibile a chi ha molte risorse intellettuali identificare facilmente perché dovrebbe dedicare parte delle proprie energie a partecipare a un dibattito collettivo. La mancanza di un brand che abbia un decente livello di commerciabilità politica perciò è un danno abbastanza notevole per la Sinistra.
Il punto, perciò, è se la Sinistra sia stata o sia o voglia essere un soggetto politico. L'unica cosa che permette l'esistenza di un soggetto politico alternativo al capitale, infatti, è che esso si ponga l'obiettivo dell'innalzamento del livello del dibattito culturale e dell'innalzamento dello spazio dell'azione politica. Questa filosofia, o per meglio dire questa prassi, è il portato piuttosto di un'analisi storica che dell'identificazione di esiti "rivoluzionari" o fantasmagorici da perseguire.
Ora la questione pratica è che cosa fare nel momento in cui probabilmente un soggetto di questo genere non è esistito non per due o tre anni, ma per almeno una generazione se non due. E' evidente, cioè, che la dispersione di energie di cui sopra è stata immensa. Il problema, allora, è ancora quello di capire se era necessario o opportuno distruggere questo brand quando è stato distrutto. E' evidente, ora, che quel brand ("Partito Comunista Italiano") è stato distrutto, nella migliore delle ipotesi, per una determinata analisi della situazione internazionale e per un'analisi del rapporto tra l'evoluzione della crisi italiana e l'integrazione europea. Siamo, cioè, sempre allo stesso punto.
Siamo nel punto in cui democrazia e progresso si scontrano a causa dell'esistenza reale di un processo di integrazione europeo che mette in crisi radicale l'umanesimo in quando condanna la retorica politica a un ruolo relativamente subalterno rispetto alle competenze tecniche, in quanto l'agone politico diventa intrinsecamente multilingue.
Ma questo è, appunto, sempre lo stesso punto di venticinque anni fa, perché questo appariva anche venticinque anni fa. Ma ora siamo in una situazione molto più chiara, poiché è abbastanza evidente quello che è successo nel frattempo soprattutto a causa del mutato scenario internazionale soprattutto extra-europeo. C'è cioè un totale slittamento del comportamento delle classi dirigenti verso una dimensione di comportamento prevalentemente individualistica e di conseguenza un totale slittamento del comportamento della borghesia verso un opportunismo che, nella migliore delle ipotesi, guarda al medio termine per costruire alchimie elettoralistiche e costruisce soluzioni-tampone di stampo finanziario-monetario a problemi politico-sociali.
Ora, pertanto, si pongono due problemi. Da un lato, siamo di fronte a una situazione in cui non esiste un brand politico della Sinistra che sia credibile da diversi decenni per cui le persone tendono a non comprendere che cosa l'esistenza di un brand politico della Sinistra comporti in caso di sua presenza o in caso di sua assenza. Da un altro lato, la rivoluzione nei media dà l'illusione alquanto ingenua di cambiamenti epocali nella forma concreta delle soggettività politiche (oltre alla certezza ragionevole di cambiamenti tecnico-organizzativi pur notevoli e reali).
La questione, allora, è come gestire politicamente questi due processi sociali.
(1) Si può concepire un metodo per minimizzare gli effetti negativi della mancanza di un brand politico della Sinistra, magari usando i nuovi media e le loro supposte funzioni taumaturgiche? O non è meglio fare più semplicemente un brand politico della Sinistra il che evita il problema di dover minimizzare gli effetti negativi del non averlo?
(2) La crescente domanda di partecipazione dei cittadini dovrebbe avere come corrispettivo una crescente offerta di dialogo con i cittadini da parte di ceti dirigenti. L'ideologia delle primarie è una risposta svogliata a una domanda sociale, e tale risposta svogliata è risultata nei fatti più volte funzionale a finalità borghesi e subalterne alle ipotesi (totalmente credibili e totalmente credute e realizzate) di eterodirezione del partito. Il problema, naturalmente, è che è difficile smontare un'ideologia sbagliata una volta che la si è fatta solennemente propria. Soprattutto, non è sbagliato il metodo delle primarie, è sbagliata soltanto la sua ideologia il che è ancora più difficile da spiegare a chi abbia adottato quell'ideologia.
(3) Il punto, infine, è che non è possibile fare riforme senza classi dirigenti. Senza un innalzamento dello scontro politico, il che è esattamente il contrario della pacificazione al centro, non si realizza una dialettica che resista nel tempo alle infinite forme di eterodirezione che un lungo processo di riforme profonde richiede. La delegittimazione dei ceti intermedi, perciò, obbedisce unicamente all'obiettivo di distruggere le reali possibilità italiane di riforme economiche profonde e finisce per agganciare le residue prospettive di ripresa italiane a forme di elemosina europea il che non facilita, ma rende semplicemente più difficile il processo di integrazione europea perché lo rende un dialogo meramente economico-diplomatico privo di un autentico respiro culturale.
(4) E' essenziale, perciò, invertire totalmente il processo che il Partito Democratico rappresenta in maniera inequivocabile. E' evidente, cioè, che il Partito Democratico è una concezione secondo la quale la politica è semplicemente una forma di amministrazione. E' evidente nel suo ceto dirigente, è evidente nei suoi meccanismi democratici, è evidente nella sua cultura politica largamente prevalente, è evidente nel ruolo che il sistema dei media vuole far giocare a quel partito. Questa concezione è esattamente il contrario della concezione gramsciana, secondo la quale i livelli istituzionali interloquiscono con una soggettività politica che è totalmente extra-istituzionale e che conserva le principali funzioni di direzione politica.
(5) E' essenziale che una soggettività della Sinistra sia legata a un movimento internazionale e, poiché questo movimento sembra essere il movimento di integrazione europea, è essenziale che l'interlocuzione sia con il Partito Socialista Europeo, a causa del ruolo che il socialismo come forza politica largamente prevalente della sinistra ha in tutti i principali paesi europei esclusa l'Italia. E' possibile concepire una specificità del brand italiano rispetto al brand "Partito Socialista Europeo". Ma risulta molto più difficile concepire la mancanza totale di un qualunque brand politico italiano credibile della Sinistra che sia spiegabile in termini di selezione razionale di classi dirigenti per meriti intellettuali-vocazionali-morali.
Ora il punto che mi pare centrale è quello di analizzare che cosa comporta la attuale mancanza di un "brand" politico della Sinistra che sia ovviamente identificabile come "il" brand politico della Sinistra.
La principale causa e la principale conseguenza di questa mancanza è, dal punto di vista di una sociologia degli intellettuali e di una sociologia del lavoro, la dispersione delle principali energie intellettuali e vocazionali in un rivolo di comportamenti sociali che non convergono verso obiettivi comuni.
La mancanza di un brand politico unico della sinistra, cioè (vale a dire la mancanza di un Partito Unico della Sinistra), rende impossibile a chi ha molte risorse morali identificare facilmente il proprio interlocutore, e rende impossibile a chi ha molte risorse intellettuali identificare facilmente perché dovrebbe dedicare parte delle proprie energie a partecipare a un dibattito collettivo. La mancanza di un brand che abbia un decente livello di commerciabilità politica perciò è un danno abbastanza notevole per la Sinistra.
Il punto, perciò, è se la Sinistra sia stata o sia o voglia essere un soggetto politico. L'unica cosa che permette l'esistenza di un soggetto politico alternativo al capitale, infatti, è che esso si ponga l'obiettivo dell'innalzamento del livello del dibattito culturale e dell'innalzamento dello spazio dell'azione politica. Questa filosofia, o per meglio dire questa prassi, è il portato piuttosto di un'analisi storica che dell'identificazione di esiti "rivoluzionari" o fantasmagorici da perseguire.
Ora la questione pratica è che cosa fare nel momento in cui probabilmente un soggetto di questo genere non è esistito non per due o tre anni, ma per almeno una generazione se non due. E' evidente, cioè, che la dispersione di energie di cui sopra è stata immensa. Il problema, allora, è ancora quello di capire se era necessario o opportuno distruggere questo brand quando è stato distrutto. E' evidente, ora, che quel brand ("Partito Comunista Italiano") è stato distrutto, nella migliore delle ipotesi, per una determinata analisi della situazione internazionale e per un'analisi del rapporto tra l'evoluzione della crisi italiana e l'integrazione europea. Siamo, cioè, sempre allo stesso punto.
Siamo nel punto in cui democrazia e progresso si scontrano a causa dell'esistenza reale di un processo di integrazione europeo che mette in crisi radicale l'umanesimo in quando condanna la retorica politica a un ruolo relativamente subalterno rispetto alle competenze tecniche, in quanto l'agone politico diventa intrinsecamente multilingue.
Ma questo è, appunto, sempre lo stesso punto di venticinque anni fa, perché questo appariva anche venticinque anni fa. Ma ora siamo in una situazione molto più chiara, poiché è abbastanza evidente quello che è successo nel frattempo soprattutto a causa del mutato scenario internazionale soprattutto extra-europeo. C'è cioè un totale slittamento del comportamento delle classi dirigenti verso una dimensione di comportamento prevalentemente individualistica e di conseguenza un totale slittamento del comportamento della borghesia verso un opportunismo che, nella migliore delle ipotesi, guarda al medio termine per costruire alchimie elettoralistiche e costruisce soluzioni-tampone di stampo finanziario-monetario a problemi politico-sociali.
Ora, pertanto, si pongono due problemi. Da un lato, siamo di fronte a una situazione in cui non esiste un brand politico della Sinistra che sia credibile da diversi decenni per cui le persone tendono a non comprendere che cosa l'esistenza di un brand politico della Sinistra comporti in caso di sua presenza o in caso di sua assenza. Da un altro lato, la rivoluzione nei media dà l'illusione alquanto ingenua di cambiamenti epocali nella forma concreta delle soggettività politiche (oltre alla certezza ragionevole di cambiamenti tecnico-organizzativi pur notevoli e reali).
La questione, allora, è come gestire politicamente questi due processi sociali.
(1) Si può concepire un metodo per minimizzare gli effetti negativi della mancanza di un brand politico della Sinistra, magari usando i nuovi media e le loro supposte funzioni taumaturgiche? O non è meglio fare più semplicemente un brand politico della Sinistra il che evita il problema di dover minimizzare gli effetti negativi del non averlo?
(2) La crescente domanda di partecipazione dei cittadini dovrebbe avere come corrispettivo una crescente offerta di dialogo con i cittadini da parte di ceti dirigenti. L'ideologia delle primarie è una risposta svogliata a una domanda sociale, e tale risposta svogliata è risultata nei fatti più volte funzionale a finalità borghesi e subalterne alle ipotesi (totalmente credibili e totalmente credute e realizzate) di eterodirezione del partito. Il problema, naturalmente, è che è difficile smontare un'ideologia sbagliata una volta che la si è fatta solennemente propria. Soprattutto, non è sbagliato il metodo delle primarie, è sbagliata soltanto la sua ideologia il che è ancora più difficile da spiegare a chi abbia adottato quell'ideologia.
(3) Il punto, infine, è che non è possibile fare riforme senza classi dirigenti. Senza un innalzamento dello scontro politico, il che è esattamente il contrario della pacificazione al centro, non si realizza una dialettica che resista nel tempo alle infinite forme di eterodirezione che un lungo processo di riforme profonde richiede. La delegittimazione dei ceti intermedi, perciò, obbedisce unicamente all'obiettivo di distruggere le reali possibilità italiane di riforme economiche profonde e finisce per agganciare le residue prospettive di ripresa italiane a forme di elemosina europea il che non facilita, ma rende semplicemente più difficile il processo di integrazione europea perché lo rende un dialogo meramente economico-diplomatico privo di un autentico respiro culturale.
(4) E' essenziale, perciò, invertire totalmente il processo che il Partito Democratico rappresenta in maniera inequivocabile. E' evidente, cioè, che il Partito Democratico è una concezione secondo la quale la politica è semplicemente una forma di amministrazione. E' evidente nel suo ceto dirigente, è evidente nei suoi meccanismi democratici, è evidente nella sua cultura politica largamente prevalente, è evidente nel ruolo che il sistema dei media vuole far giocare a quel partito. Questa concezione è esattamente il contrario della concezione gramsciana, secondo la quale i livelli istituzionali interloquiscono con una soggettività politica che è totalmente extra-istituzionale e che conserva le principali funzioni di direzione politica.
(5) E' essenziale che una soggettività della Sinistra sia legata a un movimento internazionale e, poiché questo movimento sembra essere il movimento di integrazione europea, è essenziale che l'interlocuzione sia con il Partito Socialista Europeo, a causa del ruolo che il socialismo come forza politica largamente prevalente della sinistra ha in tutti i principali paesi europei esclusa l'Italia. E' possibile concepire una specificità del brand italiano rispetto al brand "Partito Socialista Europeo". Ma risulta molto più difficile concepire la mancanza totale di un qualunque brand politico italiano credibile della Sinistra che sia spiegabile in termini di selezione razionale di classi dirigenti per meriti intellettuali-vocazionali-morali.
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