Poche cose più di un blog sono più adatte a che il loro editor si produca nel seguente compito: fingersi Responsabili dell'Organizzazione di partiti che non esistono. Susanna Camusso propone un Partito Unico della Sinistra. A questa dichiarazione dal sapore fantapolitico è seguita un'ondata di scetticismo e poche timide aperture. Chi scrive non è sicuro di capire perché la soluzione proposta dalla Camusso sia impraticabile oggi.
Proviamo a vedere la cosa dal punto di vista dei probabili principali protagonisti. Civati non puo' lasciare il Partito Democratico perché in esso giace la sua base di consenso. Cuperlo non lo puo' lasciare in parte per lo stesso motivo e in parte perché in esso giace la sua possibilita' di condizionare il governo. Per SEL il problema è più semplice perché nessuno ha mai capito cosa ề SEL, se non per il fatto che ề un partito di sinistra. Si tratta di un partito che non ha legato se stesso e il proprio destino a una serie di cose tra l'altro spesso in contraddizione tra di loro come ha fatto il PD, cose quali la vocazione maggioritaria, un uso largo del metodo delle primarie eccetera. Questa scelta da parte di SEL si dimostra col passare del tempo lungimirante. Ora la vexata quaestio ề che cosa sia un partito, ma anche cose come l'interpretazione della situazione internazionale vengono alla luce abbastanza subito a un'analisi spassionata.
Bisogna considerare, tanto per cominciare da qualche parte, che il sistema democratico italiano appare ormai largamente esposto a pressioni interne e internazionali che fanno fortemente dubitare della sua capacità di produrre leadership democratiche. Cerchiamo innanzitutto di stabilire alcune proposizioni generali sulla natura del Partito Democratico nel sistema politico italiano e sulla situazione politica italiana nel contesto internazionale:
(1) Lo statuto del Partito Democratico non puo' in alcun modo ragionevole essere ritenuto un elemento fondativo di un partito politico serio, ma in ogni caso lo ề ancora meno a causa del fatto che la destra politica non ha adottato un metodo di selezione altrettanto democratica per le proprie classi dirigenti. Il punto, cioè, è che quello statuto va valutato come una iniziativa politica volta a scompaginare il campo avverso e a produrre una trasformazione del sistema politico italiano dall'interno. Va valutato, percio', non tanto come un documento politico fondativo ma come un fattore di disgregazione e riaggregazione politica e ognuno puo' giudicare se sia stata un'iniziativa complessivamente di successo. Oggi abbiamo una parcellizzazione della lotta politica a destra e una produzione pressoché bimestrale di nuovi partiti politici personali.
(2) Il Partito Democratico in quanto aggregazione di culture politiche eterogenee era volto non tanto alla creazione di classe dirigente quanto all'edificazione di un contenitore politico adatto o a un sistema che dal punto di vista elettorale era tendenzialmente maggioritario e dal punto di vista costituzionale era tendenzialmente presidenziale. Ora a parte il fatto che questa idea poteva da subito essere giudicata come culturalmente debole, restano le questioni di carattere pratico e cioè se questo "immediato" aggancio di una forma-partito a un determinato sottoinsieme di modelli costituzional-politici sia sensato in una lunga fase costituente quale quella che ci troviamo di fronte. Dal punto di vista della sua cultura di riferimento, ề ovvio che un partito di questo genere tenda a produrre leader-amministratori. Si tratta, cioè, di un oggetto politico costruito in base a una logica elettorale-presidenziale. Dal punto di vista culturale, ề e restera' sempre debole. Ora chi scrive trova del tutto ragionevole avere un partito di governo fatto di leader-amministratori che non abbiano nulla da dire sulle nuove soggettivita' in campo e che non abbia la pretesa di decidere chi deve scrivere i prossimi due o tre documenti costituzionali da vagliare in sede italiana o europea. L'importante è che lo si sappia, e che si ribadisca ogni tanto che l'amministrazione ề cosa parzialmente ma sostanzialmente diversa dal sapere politico.
(3) La volatilita' delle appartenenze politiche in Italia e l'esposizione oggettiva italiana ai diktat nordici o provenienti dalle strutture tecnocratiche europee fanno ritenere che il proposito di avere un partito di governo con caratteristiche di flessibilita' tali da restare qualunque cosa accada intorno al 35-40% sia piu' una garanzia per chi intende porlo sotto pressione dall'esterno che per chi voglia militare in esso. In mancanza di un forte partito di destra, da un lato non si puo' dire che il proposito della Seconda Repubblica (quello di fornire un'alternanza al governo) si sia del tutto realizzato nei fatti e dall'altro non si puo' dire che questo problema sia ormai il primo problema all'ordine del giorno dal punto di vista dell'organizzazione costituzionale e politica, come pure si poteva più credibilmente pensare in passato.
La creazione di classe dirigente di qualità e la fattibilita' delle riforme (cioè il legame reale tra elaborazione politica dei partiti e formazione del consenso nei meccanismi interni alla società civile) sembrano due problemi oggi come oggi molto piu' importanti.
(4) Il quadro internazionale, e in particolare europeo, va già probabilmente interpretato come orientato da una dinamica necessaria verso la progressiva messa in comune di sempre maggiori responsabilità politiche al livello dell'Unione Europea a fronte di una realta' di crisi successive forse anche gravi. Da questo punto di vista, il problema della formazione di aggregatori politici che siano in grado di creare classe dirigente e di rendere fattibili processi di riforma radicale deve ormai essere pensato con un ragionevole livello di separazione dal problema di mantenere un sistema elettoralmente prevedibile nel rapporto tra offerta politica e domanda politica. Il punto, cioè, è che da un lato le elezioni sono comunque sempre meno prevedibili a causa della scarsa credibilità non delle élites politiche, ma di tutte le élites, e dall'altro l'unico modo in cui le élites possono riguadagnare credibilita' è proprio attraverso l'interazione con élites politiche più credibili di quelle attuali. E' ragionevole, percio', che i poteri economici si orientino principalmente all'obiettivo di medio termine costituito dal condizionare la formazione dei governi ma la costruzione di una sinistra di alternativa non puo' che orientarsi più che mai a opzioni di carattere valoriale e intellettuale. Una "divisione" del lavoro di questo genere tra forze della sinistra e forze della destra è quella a cui stiamo già assistendo.
L'idea di una sinistra unitaria è o comunque puo' essere legata appunto a un'analisi di questo genere. Si tratta naturalmente di un'analisi che ha il difetto politicamente per nulla banale dell'astrattezza e dell'intellettualismo. Il punto, pero', è se non sia il caso di inventare qualcosa di relativamente nuovo anche in politica. Se questo fosse vero, cio' richiederebbe un certo sforzo di fantasia indipendentemente dal fatto che in un'epoca di ostentato efficientismo esso potrebbe persino non risultare immediatamente molto popolare. Le reazioni alle dichiarazioni della Camusso lo insegnano.
Nessun commento:
Posta un commento