Meritocrazia è la parola d'ordine della terza repubblica. E la filosofia è la parola che resta sullo sfondo di questa trasformazione. Siamo di fronte all'avvento di un nuovo illuminismo. La politica è stato recentemente l'unico settore della produzione nel quale le decisioni venivano realmente prese dai clienti e non dai produttori stessi. Questa eccezione sta per terminare.
L'avvento al potere dei Cinque Stelle, ritenuto da molti probabile, porta già in auge il tema del merito, ma sarà la loro effettiva eventuale vittoria a definire questa tematica come quella decisiva, riportando le lancette della storia indietro al biennio 1943-1945, quello del merito acquisito in battaglia.
Il problema sarà, in altre parole: chi deve governare? Impostato in termini di antropologia e sociologia: quali classi di persone, quali tipi di persone, quali forme di organizzazione? La risposta è: i migliori. Ma perché questa risposta ha a che vedere con la filosofia?
L'architettura dei sistemi di credenze su base sociale è tale per cui la fiducia viene accordata alle persone, e non alle idee, o comunque alle idee soltanto in quanto vengono rappresentate da persone nelle quali crediamo. Le idee, gli stili, determinano la personalità pubblica di ciascun esponente della classe degli intellettuali. Le verità scientifiche costituiscono una percentuale irrisoria di quanto gli stessi scienziati conoscono e tengono per vero. Figuriamoci gli altri. Il sistema di circolazione delle informazioni, all'interno della nostra specie, è incredibilmente più sofisticato di quanto molti esponenti del positivismo sembrano pensare. Di fatto, noi ci affidiamo continuamente a opinioni cui crediamo de relato. L'esposizione pubblica delle fonti dell'autorevolezza, e cioè il fatto che chi è realmente in grado di influenzare sia conosciuto per il suo reale ruolo sociale svolto, è una conquista moderna, molto difficile da mantenere. Si tratta, in un certo senso, della stessa democrazia, ma vista sotto la luce della meritocrazia.
Chi sa, influenza (gli altri). Ma anche, più sottilmente: chi pensa, influenza. Più indirettamente, più profondamente, in maniera più cogente. Perciò no, uno non vale uno. La società è una macchina fragile e complessa, costruita attorno a istituzioni (educative, di cura, di protezione). Istituzioni che precedono i sistemi politici stessi, e che ne costituiscono la base imprescindibile.
Chi non sa nulla, non può nei fatti guidare il paese. Non può, non "non dovrebbe". Quando questo diverrà chiaro a tutti, il problema del merito in politica esploderà immediatamente e divorerà gli altri. E il cerchio delle tre repubbliche si chiuderà.
Bisogna, in qualche modo, trovare i migliori. Non candidandoli a qualcosa, ma trovandoli con la sicurezza di averli trovati, e lasciando poi che essi trovino se stessi. Un lavoro complesso. Il lavoro dei partiti. Attraverso reti, certo. Ma anche attraverso una visione del mondo che non può essere l'unica visione del mondo e che sa di non esserlo. Attraverso un'ideologia, e cioè un corpus limitato di opinioni circa la struttura morale e intellettuale del reale, di fatto generato dalla lettura e dall'interpretazione dei grandi classici. La filosofia è così il vero terreno attraverso cui la struttura morale e intellettuale di quello che in età moderna fu il ceto aristocratico si trasmette al popolo e attraverso il popolo torna a influenzare le élites.
La filosofia è il grande ricambio che anima il mondo. Al di là di essa, solo le élites, e i loro forse autoreferenziali, ma perfettamente funzionali, linguaggi. Le gallerie d'arte, i salotti, le grandi ville. Il fascino dei luoghi dove avvengono conversazioni indimenticabili.
Le biblioteche, di fatto, si sostituiranno alle sedi dei partiti. Per una nuova struttura del sistema politico. I grandi centri intellettuali della sinistra sono i centri, al momento ancora urbani, dove la vita del sottoproletariato si incrocia in brevi momenti con la vita delle élites, producendo stili di vita unici per contradditorietà e pregnanza sociale. La frequenza degli scambi, la frequenza degli incontri con il diverso.
Eppure è proprio dalla solitudine che nasce la forza di trasformare il presente.
Il problema del merito sarà allora quello di individuare il giusto equilibrio tra ascesi e politica. La costruzione di un dibattito che si svolga sotto lo sguardo della storia. Il dibattito sulle grandi idee. Questa è la funzione delle grandi istituzioni, per la rinascita di una Weltpolitik italiana o italo-europea.
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