mercoledì 17 aprile 2024

Cause ed effetti. Canfora e quelli come Netanyahu

La libertà è raramente o solo lentamente lo strumento del progresso, mentre più spesso ne è il sigillo o la manifestazione finale. Allo stesso tempo, essa è l'ultima a sparire nel regresso, ma la sua mancanza non è affatto il sintomo fondamentale dell'arretramento civile, essendo quest'ultimo piuttosto nell'emergere dei molteplici ingredienti culturali del fascismo, se visti sufficientemente alla radice e da lontano.

La situazione politica in Medio Oriente, oggi sull'orlo della guerra su vasta scala, non dipende in ultima analisi dalla teocrazia iraniana, né da quella rappresentata da Hamas, sebbene anch'esse siano due forme pur piuttosto diverse di islamofascismo, ma dagli effetti di fatti storico-politici e a squilibri socio-economici altri. La situazione politica in Medio Oriente è determinata perciò molto maggiormente e prioritariamente da una condizione morale e materiale inaccettabile, quella dei palestinesi collocati dentro e fuori Israele. Non che la minaccia all'esistenza dello Stato di Israele sia marginale. Ma il problema di fondo è che le ragioni fondamentali della presenza oggi più credibile di tale minaccia sono ancora una volta situate nello Stato di Israele, e nella sua politica governativa che tende a inimicarsi le monarchie del golfo e la Turchia tanto quanto la già anticamente ostile Repubblica Islamica. Israele (o il suo governo) è cioè in se stesso a causa della radicalità e dell'estensione dell'ampio movimento di opinione islamico che gli si oppone esistenzialmente, ed è altresì a causa delle condizioni materiali che provvedono a che tale movimento possa alimentarsi in alcuni territori in particolare. Israele è perciò prima di tutto causa. Naturalmente la causa non è come tale soggetto di colpevolezza. È però soggetto principale di un'azione di risarcimento possibile, o di riequilibrio geopolitico. Israele è infatti la maggiore potenza regionale, per molti versi, ed è sostenuta dalla maggiore potenza mondiale, sotto ogni punto di vista, gli Stati Uniti. Lo Stato di Israele è, pur con alcuni distinguo da fare e segnalati recentemente da Amnesty International, una democrazia. Se ci si concentra su Israele per trovare soluzioni, è perché è principalmente da lì che possono venire, ed è principalmente da lì che debbono venire. Per questo si chiede a Netanyahu o a chi ricoprirà il suo autorevole scranno più di quanto non si chiede a Khamenei, che è un chiaro oscurantista anti-illuminista che non verrà presto sostituito da nessuno, presso il suo autorevole ma più che altro autoritario scranno. Quello che si chiede è di non aderire alla logica della guerra, ma contribuire a smascherarla con il ritiro unilaterale dai territori occupati in Cisgiordania e prima ancora il ritiro da Gaza. Solo i più forti possono fare atti di generosità, e non reagire in maniera meccanicistica a provocazioni, solo essi possono, ma di conseguenza devono fare questo, laddove è in gioco un effetto boomerang che distruggerebbe lo stesso Stato di Israele molto probabilmente. Risulta inaccettabile all'opinione pubblica mondiale, infatti (che a quanto pare esiste ed esisterà sempre di più). che ci si concentri prioritariamente sul destino di un centinaio di ostaggi, questione pur molto importante, quando un'intera popolazione in Palestina è ostaggio delle bombe e dei soprusi quotidiani tanto che quindicimila minori sono stati uccisi in sei mesi. Ma è ancora più inaccettabile che si affermi di concentrarsi su quegli ostaggi israeliani quando in realtà li si ignora totalmente e li si usa per coprire una posizione genocida o di pulizia etnica.

Il fascismo è un fenomeno tipicamente europeo e in ogni caso tipicamente occidentale, che ha radici ideologiche nel vittimismo storico rivendicativo, nel nazionalismo, nel razzismo e nel sessismo. Trump è strutturalmente fascista. Netanyahu lo è de facto - è di un'estrema destra illiberale - e cioè per quanto lo si possa essere in una società colonialista per motivi sofisticatamente religiosi e di fatto ricadenti su separazioni etniche al limite dell'apartheid e al contempo ad altissimo livello di istruzione e di idealizzazione del proprio ruolo egemonico. Meloni è strutturalmente fascista - forse non neonazista. Il processo a Canfora dimostrerà presumibilmente che Meloni non è neonazista, ma dimostrerà altresì che è fascista, e sarà presumibilmente uno spettacolo di retorica e analisi culturale mondiale con buone probabilità di illustrare cose impostanti relativamente a quanto sta accadendo e potrebbe ben diventare il processo del decennio. Processo al fascismo, e non certo a Canfora. Che potrebbe semplicemente avrebbe sbagliato il suo giudizio storico. Per molto più di questo, si riceve una pacca sulla spalla ai convegni e si ritarda di un anno o due la propria promozione accademica, in un sistema democratico. Per meno di questo si può finire in galera, ma solo in un regime totalitario e totalmente illiberale. La causa dell'accusa di Canfora di neonazismo al primo ministro è l'elezione da parte degli italiani di un primo ministro fascista unita all'enfasi retorica eccessiva di Canfora. La causa è proprio questa, e l'effetto della querela che è giunta a Canfora per tale accusa sarà non altro che l'evidenziazione urbi et orbi di tale causa.

In buona sostanza la cosa più vicina a una causa di quello che stiamo vedendo in vari contesti è l'affermarsi del fascismo nel mondo occidentale o autodefinitosi tale, e la lotta contro questo fenomeno, nella sua limpida identità, che assume per lo più i connotati dell'organizzazione politica sistematica a sinistra, è il dovere più alto di qualunque cittadino e di qualunque persona oggi nel mondo. Perché l'Occidente guida - ancora - il mondo. E lo guida molto male, da molto tempo. Non il fascismo come reazione al rischio comunista, come è stato detto superficialmente da qualcuno con riferimento al Novecento, ma, oggi più che mai, oggi che il comunismo è un lontano ricordo, nelle sue fattezze tradizionali, appare evidente come la struttura organizzativa internazionale (quello che in altri termini possiamo definire il radicamento popolare del pensiero di Marx o delle sue conseguenze intellettuali) dei subalterni sia una risposta e allo stesso tempo una lente di ingrandimento per cogliere la natura del fascismo nel tempo e di conseguenza per porre le basi per contrastarlo. Si è ritenuto per molto tempo che il benessere avrebbe spinto le società verso un'apertura. E probabilmente era anche vero. Il problema è cosa succede quando non ci sono possibilità nella distribuzione delle risorse mondiali per alimentare ulteriore benessere. Solo l'organizzazione quanto più congeniale dei subalterni può contrastare il regresso fascista, nelle condizioni mondiali di un arretramento del tenore di vita o di una cattiva distribuzione delle risorse o di una distribuzione di risorse sempre più limitata rispetto all'aumentare della popolazione.










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