La guerra è una lucida, implacabile follia.
Se l'Iran attaccherà con una pioggia di missili Israele, come paventato, la situazione peggiorerà solo un po' più rapidamente.
Bisognava consentire a Mosca una via di uscita a ovest dalla crisi. La si è trasformata in una provincia dell'Asia, moltiplicandone il livore e il senso di spaesamento etnico e culturale. Per guadagnare l'Ucraina all'Europa, abbiamo perso la ben più rilevante Russia.
Alla Russia va posta ora, domani, la possibilità di una partnership, visto che non può essere risucchiata nel sistema istituzionale europeo né potrà mai esserlo. È ovvio che ciò è esattamente il contrario della nostra politica, ma la nostra politica è anche il motivo per cui i partner europei di Russia Unita hanno così tanto credito: Salvini, Le Pen, e chissà Orban. Una politica senza sfumature non fa che rinsaldare i nemici e sfiduciare gli amici: è esattamente quello che stiamo facendo.
Abbiamo non più di qualche settimana per boicottare questo suicidio assistito dell'Europa, se l'Iran ci darà questo tempo. Non c'è più leadership in Europa, non c'è più discernimento. Chiudere alla Russia è stato un inutile favore agli Stati Uniti, un favore per altro di breve respiro. L'Occidente si è perso quando ha creduto di essere un'entità autonoma. Di Occidenti ne esistono infatti molti, e messi insieme coprono buona parte delle possibilità aggregative per società complesse e popolose. L'Occidente esiste se si pensa mondo, muore se si pensa impero. I legami economici e culturali di Gran Bretagna, Francia, Spagna, Belgio e altri con i paesi ex coloniali sono uno dei nerbi di quella mondializzazione dell'Europa che non è un fatto fondamentalmente politico ma una conseguenza della diversità di comunità e di gruppi che popolano il Vecchio Continente. È un'estroflessione di ciò che trabocca legami, fagocitando e imponendo relazioni con l'esterno.
Si pone e si porrà vieppiù un problema: gli Stati Uniti sono i principali responsabili dello scellerato allargamento NATO che ha portato a tutto questo, ma essi rappresentano altresì la nostra cortina di protezione dalla tirannide. Questo pone il più alto conflitto: quello con noi stessi. Per questo molti a sinistra auspicano di fatto una vittoria di Trump nelle elezioni americane: un modo seppur paradossale di invertire una tendenza alla coerenza diatruttiva nella politica estera americana. Vincesse Trump, ritroveremmo noi stessi? Può essere. Non possiamo permetterci il disarmo, e non abbiamo tempo per il riarmo. Ci possiamo permettere ancora per un po' un lusso, però, che molti hanno già perso da tempo: il lusso della politica, della distinzione, dell'elaborazione. O saremo in grado di ritrovare questo, all'interno dell'opinione pubblica, e tutto fa pensare che non ce la faremo, o sarà semplicemente guerra. Tutto, ancora, dipende da noi. La vita sociale e la morte individuale sono tali per cui chi sa quando è tempo di mettere in gioco se stessi e chi è disposto a difendere la prima fino al costo della seconda meriterà la gloria. Questa legge tocca qualsiasi epoca, compresa quella in cui l'illusione poststorica si è sciolta in pochissimi anni come neve al sole.
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