giovedì 23 febbraio 2012

Esisteranno ancora libri stampati o la tecnologia li renderà obsoleti?

Come nel caso di ogni domanda apparentemente buona, pare buona norma iniziare a rispondervi segnalando che la domanda è mal posta. Andiamo piano, insomma, perché, messa così, la risposta sembra essere semplicemente "non lo so". Eppure qualcosa si può dire, e questo qualcosa è duplice: perché esisteranno, e se invece non esisteranno, a che prezzo.
Sembra non doversi escludere che un giorno non esisteranno più libri stampati. Tuttavia la maggior parte di chi sembra credere che questo giorno sia vicino non sa esattamente cosa si faccia realmente con i libri stampati.
I libri, infatti, sono innanzitutto parti infinitesimali di cose più grandi e di inestimabile valore.
Ognuno di essi, da questo punto di vista, è due cose: (1) una parte microscopica di una biblioteca, privata o pubblica; (2) una parte microscopica del processo di produzione e circolazione delle idee.

Libro: parte microscopica di una biblioteca

Una insospettabile porzione dell'alta borghesia professionale, dalle mie parti, possiede piccole o grandi biblioteche di famiglia. Quando entri a casa di certe persone lo capisci subito con chi hai a che fare. C'è chi lo capirebbe già dai vestiti che indossano, ma io, che sono molto meno raffinato, lo capisco spesso soltanto al cospetto delle loro biblioteche. Grandi sale, buie quasi senza finestre, con in media un paio di poltrone, e ovviamente una grande e pesante scrivania. Chi vive in questi luoghi o in prossimità di essi conserva uno status sociale che è indipendente da ciò che fa nella vita. 
La qualità di essere culturalmente alfabetizzati può essere infatti almeno in piccola parte tramandata dai luoghi e dalle loro qualità. Ciò è in parte odioso ma è pure inevitabile. Certo, una vera e propria osmosi di cultura dai luoghi alle persone è fortunatamente impossibile, poiché per diventare competenti in qualcosa pare che sia necessario un costante impegno. Tuttavia la questione è un altra: a frequentare certi luoghi è di fatto leggermente più probabile che ci si impegni in qualcosa di faticoso e remunerativo solo nel lungo periodo.
La ragione è ben esemplificata dalla natura stessa di una biblioteca. Mettiamo che un bambino ciondoli per casa, e, finito nella biblioteca di famiglia, la mamma gli chieda: "visto che non hai niente da fare, perchè non ti leggi un bel libro?" La condizione in cui il bambino si trova, in quel momento, è che può scegliere liberamente tra molti libri, e che contemporaneamente tende a credere che qualcuno li abbia davvero letti tutti. Ciò che gli viene detto è che leggerli è un passatempo piacevole, ma ciò che implicitamente vede davanti a sé è quasi un atavico obbligo di leggerli, indipendentemente dal fatto che trovi la cosa piacevole. E' convinto che ogni libro si legga una volta soltanto, e così l'enorme libertà che prova non è che il contraltare del fatto che, dovunque egli inizi a leggere, il lungo cammino nell'universo della lettura proseguirà di conseguenza, ponendogli ogni volta che ci sia da iniziare un nuovo libro una libertà di scelta sempre minore, in un crescendo che gli permetterà probabilmente un giorno di essere una persona relativamente colta. Può leggerne uno, di libro, ma nel leggerlo sa che è solo uno dei molti. Ha perciò una percezione per certi versi piuttosto realistica di quello che fa: non legge semplicemente un libro, ma uno di quei moltissimi libri ciascuno dei quali è libero di scartare, ma che presi tutti insieme, e prevedendo un tempo lunghissimo davanti a sé, è quasi obbligato a leggere.
Svolge forse l'attività di leggere con scarso interesse e anche con un certo distacco, sapendo che essa è un tributo quasi quotidiano a questa spesso tediosa e quasi infinita attività. La biblioteca ti fa vedere con un'efficacia incredibile l'immensità del tempo che rende le persone adulte, e senza la quale nessuna persona diventa tale.
Inoltre può anche scegliere di non leggere nessun libro, e se lo fa la biblioteca resta per l'uso di altri, come occasione sempre possibile. Quando vedi un libro nel contesto di una biblioteca, ciascun libro diventa meno importante. Se non ci fossero grandi biblioteche le persone finirebbero molto probabilmente per credere quello di cui tutti erano pressoché certi nel medioevo, e cioè che ci sia proprio qualche libro che è davvero importante, e finanche fondamentale, mentre è ben noto che nessuno, in particolare, lo è, e che conta soltanto la libertà di sceglierne uno unita all'urgenza di porre davanti a sé un tempo sufficiente a leggerli tutti, o di lasciare che altri lo facciano.
Quando Amazon, o chi per esso, sostituirà le biblioteche, perciò, esso avrà la capacità di esprimere questo senso di rispetto e di enorme libertà, che nell'esperienza attuale è possibile soltanto all'interno di una grande biblioteca. Quale sia il carattere di una tecnologia che permetta questo è materia aperta e profondamente nebulosa. Finché continuerà a esserlo si può essere certi che continueremo a dover togliere, ogni tanto, la polvere da voluminosi ammassi di carta accatastati in vecchi scaffali.

Libro: parte microscopica del processo di circolazione delle idee

La maggior parte delle volte che salgo al quinto piano della South Wing, alla biblioteca di West Road, prendo due libri. Uno è quello che cercavo e di cui ho segnato la collocazione su un fogliettino di carta, prima di salire le scale. Un altro è un altro libro scelto sostanzialmente a caso che si trovi nelle vicinanze del precedente.
Quello che succede, dopo, è che tutto soddisfatto torno alla mia scrivania, al primo piano. Spesso sulla scrivania ho molti libri, lasciati magari diversi giorni prima. Una buona parte di questi libri non mi serve affatto. Di quasi tre quarti dei libri che uso, uso soltanto pochissime pagine. Di molti guardo solo la struttura: il tipo di note, il nome dei capitoli, se vi sia un'introduzione o una prefazione. Trovo la maggior parte dei libri del tutto irrilevante, e la abbandono immediatamente, ed è proprio questo che mi consente di esprimere le mie opinioni - le quali, per altro, sono quasi certamente molto meno interessanti di quelle che io considero irrilevanti - senza quel minimo pudore che mi costringerebbe a tacere: se, infatti, non fossi certo, per comprovata esperienza, che il mondo dell'università e le biblioteche stesse siano piene di banalissime analisi e pessime teorie, il mio desiderio di rendere note al prossimo le mie sarebbe enormemente più scarso.
 Spesso, poi, decido di leggere circa la metà di ogni paragrafo, e perciò, mentre leggo, sposto con le dita le pagine successive, per capire quando finirà il paragrafo in corso.
Il fatto che circa metà dei libri che sfoglio li scelgo a caso non vuol dire poi che tale scelta non sia il risultato di un approfondito lavoro intellettuale. Soltanto è il lavoro intellettuale fatto da altri. Che un libro si trovi a fianco a un altro, lì a West Road, è infatti la conseguenza dell'esercizio di una quantità incredibile di competenza da parte di un numero di persone chiamate bibliotecari. Inoltre questa competenza, per produrre il risultato voluto, si somma alla competenza di un numero gigantesco di altre persone di cultura che ha assegnato un significato determinato alle categorie biblioteconomiche che il bibliotecario usa. Il fatto che il libro che ho scelto distrattamente si trovasse esattamente dov'era è il frutto del lavoro di migliaia di persone, in varie epoche. Quando si legge non si legge da soli, ma su indicazione di altri. Tuttavia questi altri non sono persone a caso, dotate di un livello medio di autorevolezza e professionalità, bensì sono dotate mediamente di valori molto alti di entrambe queste variabili. Se dovessi classificare la maggior parte delle informazioni da solo, archiviandole a mio piacimento sul mio PC, per poi poterle ritrovare quando in futuro mi dovessero servire di nuovo, farei un lavoro di catalogazione che avrebbe una qualità infinitamente più scarsa di quello il cui risultato è una buona biblioteca.
Da piccolo, infine, quando leggevo i romanzi, ero completamente isolato da ogni fonte di informazione. Ero costretto a immaginare le situazioni sentimentali che leggevo, nel più totale buio. Ero costretto a usare la mia immaginazione. Essa, infatti, va solitamente dalle parole alle immagini e viceversa, almeno la mia, piuttosto lentamente. Il risultato sono nuove immagini, nuovi paragoni, scene desiderate e parole che fanno male.
Tutto questo avviene in genere in luoghi fisici con caratteristiche determinate e con oggetti fisici determinati, chiamati libri. Oppure avviene con il concerto di una quantità notevole di controlli incrociati di informazioni, spesso fornite da persone che sanno quello che fanno.
Il Kindle del XXII secolo permetterà tutto questo, certo. Mi suggerirà di leggere un determinato testo e non un altro in base al parere di un gran numero di esperti, immagazzinato in basi di dati costruite con un livello di acume paragonabile a quello incastonato da una sapienza millenaria. Sarà non soltanto separato ma anche del tutto diverso da tutti i dispositivi che mi permetteranno di essere 24 ore connesso con il resto del mondo, lasciandomi il giusto spazio per fantasticare e dandomi l'idea, grazie a un design di concezione del tutto innovativa, che questo spazio è assolutamente vitale, mentre i continui aggiornamenti sulle notizie dal mondo non lo sono affatto. Fino a quel momento temo però che dovrò rassegnarmi ad arrivare a fine giornata con i polpastrelli scuri.

Tendenzialmente no, non esisterranno

I libri saranno sostituiti quando tutte le infinite forme del leggere potranno essere compiute con altri dispositivi. Le biblioteche saranno sostituite quando esisteranno sistemi per riconoscere le informazioni rilevanti senza l'ausilio di vecchi schemi di riconoscimento, di vecchi riti, di vecchie tradizioni, di vecchie associazioni mentali. La difficoltà nel far scomparire libri e biblioteche è che scompariranno quasi contemporaneamente, poiché di fatto per la maggior parte degli scopi non esistono libri isolati, ma solo libri dentro biblioteche.
Sarà perciò molto difficile far sparire i libri un po' alla volta. Certo, funziona un po' come per la moneta, e come per la moneta, vale la legge di Gresham: la moneta cattiva scaccia la buona, e il nuovo, poco servibile, contenitore di informazioni tende a scacciare il libro dal suo trono, ma non senza che esso ponga una certa resistenza.
Perciò, molto probabilmente, non esisteranno libri, tra alcune ere geologiche. O forse invece li si farà sparire prima del dovuto, ma in quel caso, verrebbe da dire, finirebbero per sparire prima i più frequenti tra i loro lettori: gli umani.

2 commenti:

elce ha detto...

Attirata dalla brillante trovata dello scambio fonetico-semantico "c"-"g" e da una qualche familiarità col blogger, un po' intimorita, però, dall'austerità della scelta cromatica del blog medesimo, mi apprestavo "summa cum curiositate " a leggere qualcosa di intellettualmente stimolante quando...dopo poche righe, mi imbattevo in un patetico, vieto, becero ritrattino di "Donna" dagli orizzonti angusti come il suo cortila, a metà tra una agnese e una perpetua, elevata , tout court , a simbolo di femminilità .

Non intendo certo negare che una discreta percentuale di donne si identifichi con quella comaresca tipologia, ma di qui a mettere tutte nello stesso calderone..

Mi meraviglio che uno spirito raffinato come quello del blogger in questione non abbia trovato di meglio per colorire la sua impegnata e impegnativa performance : avrebbe avuto tutti i numeri per farcela - ha avuto buone/i maestre/i..

Gian Paolo Faella ha detto...

Interessante. Nella mia sovrabbondante immaginazione, invece, credevo vi fossero state ben più di otto donne, in tutta la storia dell'umana stirpe, ma devo essermi sbagliato!

Per il resto, non si è mai sicuri se rammaricarsi delle proprie cadute di stile o piuttosto del fatto che, poiché a molti piace immaginare che ognuno abbia "maestri", quelle cadute vengano poi attribuite ai maestri stessi, invece che a se medesimi.
GPF