L'era degli irresponsabili e degli eroi
Quando finì la Prima Guerra Mondiale i dirigenti liberali non ci capivano assolutamente nulla. Gli italiani, per ragioni inspiegabili, volevano a tutti i costi possedere il Dodecanneso e quattro sperduti boschi dalmati e, infuriatosi per non averli ottenuti, si ritirarono in patria durante le consultazioni di Versailles con un pugno di mosche. I francesi volevano campare di rendita sul governo tedesco per i successivi trent'anni senza accorgersi che le finanze del governo tedesco non erano di proprietà del governo tedesco, bensì di quei poveri diavoli dei cittadini tedeschi. Il presidente statunitense pensava di essere diventato papa ed enunciava principi della convivenza civile che suonavano persino offensivi ai popoli stremati dalla guerra e dalla fame.
E allora era la politica era inutile, si pensò. Dopo vent'anni un famoso forlivese continuava a dire che la politica era inutile per quegli stessi motivi. Quando la politica è inutile, è inutile per decenni. Le sconfitte politiche distruggono le basi della convivenza per un'età lunghissima. L'unica altra cosa che ha effetti così lunghi è la vittoria politica, il trionfo imperiale, oggetto non a caso di monumenti in pietra. I classici rappresentavano in marmo non le cose importanti (cosa è davvero importante, del resto?), ma ciò che è duraturo, e nulla è più duraturo della vittoria politica e della sconfitta politica. La vittoria politica comporta un'esaltazione permanente e diffusa e un'espressionismo luccicante negli stili, mentre la sconfitta politica comporta introspezione, senso di colpa, inattività diffusa. L'inutilità della politica è l'asse attorno al quale si costruisce il discorso politico vincente. E la politica è inutile sempre perché non capisce davvero le persone.
E allora lo spirito della trincea, tutti insieme con due cucchiai di polenta, due o tre battutacce, e tanta solitudine dentro (Camerata!). La politica non capisce lo spirito della trincea. E allora Noi, sempre. La fidanzata è lontana, chissà cosa sta facendo la fidanzata lontana. La mamma, la sorella, lontane, perciò tutto quello che c'è è qui con me. Fuori da questo luogo, dove siete voi, dove sono loro, non c'è nulla. (A Noi!) E il futuro non c'è, il futuro è arrivare a domani. L'infanzia finisce improvvisamente, e per questo si resta sempre bambini (Spavaldi!) Quando la politica è irresponsabile, in ogni casa cresce il culto degli eroi. Non i timidi lari e penati, ma la Storia che tutto confonde (La grandezza di Roma!).
Il trionfo sul Parlamento è sempre racconto della vita intima, confessione ipocrita di chi quella vita non l'ha vissuta: anzi, di chi non ha vissuto nessuna vita, tranne la vita del pensiero. Solo un grande aristocratico, un osservatore estremamente raffinato, può trionfare su un Parlamento senza doverlo neanche bruciare. Confessione dei propri modelli, dei propri complessi, racconto della propria solitudine in mezzo ai libri d'avventura. I grandi uomini fanno dei propri difetti un mestiere, in questo caso quello di dittatore. "Potevo fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli".
Il discorso politico che trionfa sul Parlamento è modellato sui difetti della classe politica. L'uomo politico che vince è quello che è il più uguale a tutti gli altri, ma che nonostante questo sembra completamente diverso da tutti gli altri. Il popolo non ha pregi né difetti, perché è troppo complesso per averne. Ma la classe dirigente spesso è molto omogenea, perché è ristretta, e perché tende ad assomigliare a se stessa, ed è quando è più omogenea che è più debole, perché è possibile dipingerla. Il popolo non ha nessuna voglia di sentirsi uguale alla classe politica, il popolo vuole sentirsi migliore di essa. Quando i dirigenti sono tutti irresponsabili, vincerà chi dirà al popolo: "siete eroi".
L'era dei ruffiani e dei martiri
La gente non accettò mai che il re fosse scappato a Salerno invece di difendere Roma. Divenne il simbolo di una vigliaccheria impunita. Quella che seguì fu la confusione. Il popolo divenne testimone, martire, perché decise di morire senza sapere ancora per quale causa. Allora si disse che morì per dei valori, cioè per una cosa sufficientemente astratta da poter costituire una spiegazione plausibile a chi era sopravvissuto. La classe dirigente piombò quasi in maniera casuale dall'equilibrio di Yalta, e sembrò mandata da qualcuno. Mandata da Stalin, innanzitutto, ma anche mandata dalla CIA. Non solo: mandata dagli inglesi, che per controllare il Mediterraneo ricostruirono i servizi segreti sul modello fascista. Ruffiani, tutti ruffiani di qualcuno. Ambiziosi. E allora si fece fare la storia a chi la storia l'aveva subita. Quelli che avevano solo difeso la dignità, quattro metri di terra e tre maiali, diventavano i costruttori della patria. "Io credo di essere soltanto una persona che la pensa come la gente normale" era una delle più potenti costruzioni argomentative del divino Giulio. "Non credo a questi meccanismi complicati, sono tutte sciocchezze". I dirigenti erano emanazioni delle università, e di una pubblicistica iperfinanziata dall'estero, con una cooptazione ferrea. Quasi tutti filosofi, quasi tutti intellettuali. Il sistema dei partiti era un trattato di storia della filosofia. Liberali, Repubblicani, Socialisti, ecc. Tra loro quasi tutti uguali. Ma soprattutto tutti servi di qualcuno, anche se non si capisce di chi. Loro non sanno cos'è la quotidinità (Lavoro!) del popolo. Il popolo non aveva difeso le pannocchie dalle ruberie dei fascisti, ma aveva addirittura difeso la Libertà in persona, mentre voi siete dei Servi inconcludenti. (Libertà!) Voi volete soltanto emergere, arrivisti, arrampicatori, invasati (Umiltà!) Il popolo è custode dei valori della terra. Il divino Andreotti faceva sentire il popolo fiero, senza dire nulla. Nella prima repubblica, che fu per molti versi la Repubblica dei Filosofi, lui era il più meditabondo, il più silenzioso, il più diverso, così straordinariamente diverso dal popolo, il più uguale a tutti i dirigenti. Così straordinariametne diverso dal popolo da riuscire a trionfare sul Parlamento senza neanche bruciarlo.
L'era dei vecchi e dei nuovi
E poi finì tutto e soprattutto finirono loro: gli intellettuali. Quando cadde il muro nessuno doveva rendere più conto a nessuno e chi era servo non era più servo di nulla. Ma restava lì. Fotografato nell'istante del suo agire minuto, quotidiano, slegato dalle grandi passioni della guerra fredda, isolato dalle grandi reti dei rapporti internazionali e diplomatici. Solo un genio poteva capire cosa hanno in comune tutti gli intellettuali se vengono fotografati in una dimensione intima e quasi istantanea: sembrano vecchi, se paragonati a delle persone della stessa età che non facciano gli intellettuali. Sono più moderati di quelli che hanno la loro stessa età, più annoiati, inscalfibili, indifferenti. Sono vecchi senza esserlo di fatto, sono vecchi comparativamente agli altri. Il terzo impresario fu l'impresario di cultura gesuita, esimio antropologo. Osservatore in particolare di intellettuali, poiché lavorava nell'industria del settore. Registi, autori, soprattutto. Circondato da commendatori, commercialisti indaffarati e pasticcioni. Consumatori senza alcun gusto, solo apparentemente più giovani dei suoi migliori collaboratori, come Montanelli, o come Freccero, più giovani perché non riflessivi. Capì che la prima era la Repubblica dei Filosofi e decise di distruggerli tutti, quando capì che cosa essi avevano in comune, inaugurando la Seconda. Il popolo non è così, il popolo è pragmatico, il popolo fa i conti tutti i mesi, e non solo quando deve consegnare la dichiarazione dei redditi (mettiamo la aliquota al 23%!). Il popolo è farfallone, la spara grossa (Facciamo il ponte sullo stretto!). Il popolo non pensa, agisce (il governo del fare!). Gli intellettuali parlano sempre fra loro. "Ci penso io", disse, intendendo dire che lui non aveva bisogno di parlare con nessuno, e poi tornava a casa a osservare videocassette.
Sta già tornando l'era degli eroi.
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