Insomma, ricevo ultimamente da mani gentilissime, e commento perciò con particolare gusto, l'ultimo libro di Michele Serra. Titolo: "Gli sdraiati".
Per altro, in una sola alquanto improduttiva settimana, chi scrive ricevette due generosi inviti a sparire maggiormente dietro la scrittura. Ma l'editor di questo blog tranquillizza quei mittenti.
Egli, come diceva da ben altro poggio il Bene-Merito Carmelo Bene, non esiste affatto, né dietro né davanti alla scrittura. Il che, egli immagina, sarebbe anche esprimibile in maniera leggermente meno teatrale ed enfatica, in un intero trattato di semiologia che non ha assolutamente la competenza per scrivere, visto che non ha neanche quella per stabilire se sia stato già scritto in tempi antichi o recenti e del resto è ovvio, a quasi tutti coloro si siano posti il problema, che chi aggiorna questo blog non ha alcuna competenza.
Insomma, egli non scrive testi, ma lettere. Scrive, cioè, a ciascuna persona e in ciascun momento, ma mai a ogni persona e mai in ogni momento. E per quanto questa nozione sia semiologicamente quasi impenetrabile, a lui è chiarissima e non gli crea problemi di sorta, tanto che con essa sia lui che i suoi lettori vivono benissimo.
Tornando alla impareggiabile modestia che deriva dall'utilizzare la prima persona singolare vengo, senza sparire, al merito.
Insomma, questo libro è scritto benissimo, il punto è stabilire di che cosa parla. Il Conflitto tra i Vecchi e i Giovani, si dice. Si, ma mi pare parli comunque di filosofia, o qualcosa del genere.
Per meglio dire non ho capito bene di cosa parla il godibilissimo libro, ma ho capito perché l'autore l'ha scritto e mi sono accontentato.
Andiamo avanti per ipotesi e con ciò giungiamo con lento ma regolare andamento, nonché con stabile, hegeliana indolenza, a quello che fin da principio sappiamo essere il risultato finale. Parla del conflitto generazionale attuale? Si, dice che il conflitto generazionale attuale non esiste. Che la differenza tra vecchi e giovani è sempre uguale nel tempo, è che è una differenza di competenza e di forza delle convinzioni che deriva dalla lontananza o dalla vicinanza degli obiettivi che ciascuno si pone nel tempo.
Parla del figlio di Michele Serra? Eh. Parla più che altro di Michele Serra. E' l'unico modo in cui un parodista potrebbe parlare di se stesso: parlando della propria famiglia e parodiandola. Al livello della parodia, alla fin fine, noi siamo sempre famiglia, e non siamo mai società civile. Oppure, in un certo senso, siamo politica, o per meglio dire siamo lo Stato.
La parodia è un genere del discorso che fa parte della casa oppure della politica, ma non fa parte delle relazioni umane in quanto sociali o economiche.
Parla della casa e della politica, dunque? Si, ma parlando di entrambe non parla di nessuna delle due. Parla sicuramente del soggetto. Parodiando vari personaggi più o meno adolescenti e raccontando così un singolo autore adulto, emerge nella relazione tra questa singolarità e questa pluralità una straordinaria compattezza psicologica nella forma di un solo personaggio con convinzioni talmente profonde da essere più mistiche che religiose.
Ma questo personaggio non è affatto un borghese di sinistra, come egli si dichiara. Non è né un borghese, né di sinistra. E' appunto, nella sostanza, un mistico. Probabilmente questo personaggio non è neanche l'autore, il che è in parte ovvio e in parte meno.
Di che cosa parla perciò questo libro? Più o meno, parla semplicemente di Hegel, e cioè della formazione della personalità, e di una formazione della personalità che, come tale, è anche storia, nell'estroversione letteraria o nell'introversione filosofica.
I Giovani vinceranno la Guerra contro i Vecchi, ma per farlo devono invecchiare il prima possibile. Invecchiare, in qualche modo, senza crescere. Non pensarsi vecchi: pensarsi morti nella gioviale Apocalisse dell'ironia.
Invecchiare attraverso una sorta di lotta troppo profonda per creare ogni genere di reale rottura. E poi ci sono nel libro quelli che si possono ritenere senza dubbio dei buoni consigli. Tipo andare talvolta in montagna e non perdere i calzini in giro. A qualcuno resteranno, ben più produttivamente di tutto ciò che è stato fin qui suggerito, anche quelli.
Libro olfattivamente disgustoso, straordinariamente spiritoso. Né qualcuno che avesse letto almeno due righe di Serra poteva dubitare soprattutto di questo secondo elemento. Da far sdraiare dal ridere. Da leggere.
2 commenti:
come al solito contorto e narcisistico,il post è una critica più che ambigua a un libretto che vuol far sorridere molto e riflettere un poco, come tutti -o quasi- i libri dell'autore, impareggiabile detentore di una esilarante rubrica de L'Espresso.
Se non si capisce cosa vuole dirci Serra, è legittimo,insomma, domandarsi cosa voglia dirci il Nostro..
Sorrido anche io, dunque, contorcendo come al solito il viso.
Legittimo, si, anzi direi quasi, molto narcisisticamente, obbligatorio.
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