Che ne parlamm a ffà
"Che ne parlamm a ffà?" ("che ne parliamo a fare?"), come moltissime espressioni dialettali di simile concezione, di simile rapporto con le proposizioni del senso comune, può essere detta sia in maniera letterale che in maniera allegorica, o per meglio dire con l'intento di fornire una rappresentazione di una scena astratta che è in mente sia al locutore che a chi ascolta.
E', come in molti usi dialettali, ancora una volta un'allusione a scene che entrambi i parlanti conoscono ma anche al fatto che se entrambi conoscessero determinate scene questo creerebbe già di per sé un legame fra di loro, e che ciò può essere effettivamente o può al contrario non essere senza che questo punto faccia una reale differenza. L'espressione può allora significare: "Ho fatto questa cosa in una maniera che già immagini", ma anche: "Facciamo finta che ho fatto questa cosa in una maniera che già immagini", ma anche "facciamo finta che facciamo finta che ecc.". Non c'è limite al potere di alludere, che termina con il puro suono. Alla fine "Che ne parlamm a ffà" diventa il nome di qualcuno, se l'espressione viene ripetuta con il tono giusto o viene utilizzata in risposta con una particolare prontezza. Alla fine del gioco si starà chiamando una persona "Che ne parlamm a ffà", invece di "Gioacchino". Quasi a ribadire come il più astratto sistema di allusioni in assoluto sia il semplice nome proprio, in quanto fonte dell'identità personale e pubblica e quindi di qualunque proposizione in senso filosofico forte, congiunzione di copula e soggetto.
L'elemento recitativo aumenta con l'astrattezza, ma un elemento recitativo minimale è sempre presente, comunque, in quanto potenzialità oppure in quanto conseguenza della scelta di utilizzare il dialetto in un contesto di bilinguismo nel quale il dialetto finisce per assumere su di sé, proprio in contrasto con la lingua 'ufficiale', tutto il portato della ritualità. Il punto è che l'affermazione "Che ne parlamm a ffà" non equivale del tutto a quello che potresti facilmente ascoltare a Milano, vale a dire il simillimo "Che ne parliamo a fare?". E ciò in qualche modo solo perché l'espressione è dialettale e soprattutto laddove c'è stata da parte di qualcuno la scelta di utilizzare il dialetto quando si avrebbe avuta pure la competenza per usare la lingua ufficiale.
Nell'espressione dialettale la potenzialità allegorica è già da sempre collegata all'estremo semiologico rappresentato dall'espressione di un puro suono come tale, in una scala di toni che va dal tono personale o al più politico dell'allusività, al tono puramente recitativo del teatro.
Foss o' Dio
"Foss o' Dio" è un'espressione dalla violenza semiologica incredibile. Chi dice "foss o' Dio" allude a un'emotività completamente indefinita e tesissima oppure, in maniera solo apparentemene del tutto opposta, allude agli estremi problemi della conoscenza, e in un certo senso non fa sapere a cosa allude di preciso, a quale di questi due itinerari stia prendendo in considerazione.
Ancora una volta è la forza dell'elemento recitativo che conta. Se l'elemento recitativo è notevole, allora chi proferisce l'espressione vuole dire solo che egli allude al piano a cui l'altro non sta alludendo. Se l'uno allude alla cognizione, l'altro allude all'emozione. E viceversa.
Traduzione da vocabolario dell'espressione: "Se Dio esistesse". Ma Dio esiste. O al massimo non esiste. La traduzione giornalistica e forse anche letteraria, allora, sarebbe "magari". Ma non è una traduzione esaustiva né ne potrebbe esistere una. "Questa cosa si fa così, così, e cosà, e il meccanismo con cui funziona è questo, questo e quello". "Foss o'Dio", in risposta, muta il discorso, lo sposta sul piano diverso. Chi stava parlando, stava illustrando qualcosa che richiedeva concentrazione per essere capito (qualcosa di complesso dal punto di vista cognitivo), ma la risposta allude al fatto che chi ascolta non crede a quello che sente, o che non è in grado di capire il meccanismo che gli viene spiegato e che questo lo rammarica.
"Sei stato un verme!" "Foss o' Dio". Il primo locutore vuole colpevolizzare il secondo, ma il secondo lo invita a riflettere, e a spostare così la discussione su un piano cognitivo di maggiore intensità, diminuendo il portato emotivo della discussione. Tutto questo potere di alterazione dell'immaginario dipende dalla presenza del nome "Dio" in essa e dall'allusione ai principali problemi teologici. L'espressione allude infatti in maniera strutturale alla profonda connessione teologica connaturata al rapporto tra conoscenza e amore, verità e sentimento. La forza recitativa con la quale essa può essere proferita in quanto espressione dialettale, in questo caso, approfondirebbe questo rapporto strutturale, allontanando l'espressione dalla condizione semantica di un puro intercalare, e trasformandola in un'espressione dal potere di alterazione dell'immaginario piuttosto notevole.
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