Il problema della gestione del potere non coincide affatto, in linea teorica, con il problema di ottenere il consenso. Soltanto nella storia recente della nostra civiltà il potere si è mostrato come capacità di organizzazione di un consenso vasto. Non è scontato, pertanto, che le masse partecipino del potere se non attraverso la mera contemplazione di ciò che il potere mette in campo, in quanto sistema di decisioni che piovono dall'alto su persone che non hanno gli strumenti per valutare l'adeguatezza di quelle decisioni stesse o che non hanno il potere comunque di opporvisi in alcun modo.
E' evidente, cioè, che il potere potrebbe tranquillamente sopravvivere a se stesso cercando di inculcare l'idea, nelle persone, che le proprie decisioni sono inevitabili, se tali metodi propagandistici siano sufficientemente elaborati e pervasivi. Questa del resto è proprio l'origine di tutte le forme tecnocratiche di potere, ma anche di un numero considerevole delle svolte a destra.
Apparentemente pensare invece la politica come un campo di possibilità è un esercizio intellettuale già orientato, politicamente, e precisamente orientato a sinistra.
E apparentemente l'affermazione secondo cui non esistono alternative alle decisioni messe in campo da chi ha il potere è già un'affermazione che va nella direzione di una concezione del potere di tipo estetizzante, vale a dire una concezione secondo cui chi osserva il potere dall'esterno può soltanto illuminarsi della luce propria che esso emana, senza poter in alcun modo intervenire nelle sue dinamiche. Apparentemente la critica verso il potere, talvolta, può nutrirsi pertanto anche soltanto del coltivare un'alternativa ragionevole all'esistente.
Il problema di come ottenere il consenso attorno alle decisioni, allora, sembra anche declinabile perciò anche dal punto di vista filosofico, secondo le due diverse modalità di concepire la storia: come necessità o come campo di possibilità. O, allo stesso tempo, come due modalità della psicologia politica: la modalità che cerca di risvegliare in chi ascolta le energie sopite allo scopo di risvegliarne l'orgoglio e il protagonismo, e la modalità che cerca di addormentarle, indicando se stessi come l'unica guida possibile per il cambiamento.
Chi difende l'idea di storia come necessità inevitabile sembra con ciò stesso collegarsi all'idea che non esistono alternative alle decisioni politiche attualmente messe in campo, mentre chi difende l'idea di storia come campo di possibilità sembra aprire all'ipotesi di uno spazio politico aperto alle alternative. Ma questo parallelismo, in realtà, non regge. La storia, infatti, è soltanto un'euristica per la politica. Molto spesso, al contrario di come appare, quanto più essa è in grado di individuare degli stretti nessi causa-effetto, tanto più essa è anche capace di aprire lo spazio all'immaginazione politica di alternative all'esistente.
Venendo alla psicologia, la stessa distinzione, fatta all'inizio, tra due modi di ottenere il consenso è una distinzione che taglia a metà il campo politico e che non segna in realtà soltanto e neanche principalmente una distinzione tra sinistra e destra. Ottenere il consenso sarà cioè sempre un processo che ha un lato psicologicamente più orientato a sinistra e un lato psicologicamente più orientato a destra, e ciò indipendentemente dal fatto che si voglia poi perseguire una politica di destra o di sinistra. Il lato di sinistra sarà il tentativo di convincere che vi è un campo aperto a molte possibilità, mentre il lato di destra sarà il tentativo di convincere che non vi sono alternative a ciò che si sta decidendo. La psicologia, perciò, come la storia, non coincide affatto con la politica. Nulla coincide con la politica, se non, semmai, la politica stessa.
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