Il problema delle riforme va di pari passo, in Italia, con il problema dello stabilirsi di partiti organizzati e - secondo tutti - "nuovi". A giudizio di chi scrive non c'è alcun bisogno di partiti nuovi, ma basterebbero semplicemente i partiti della prima repubblica, con alcune piccole modifiche corrispondenti al campo che fu della Democrazia Cristiana. Tuttavia esiste una pregiudiziale, in Italia, secondo cui soltanto se si dice qualcosa di nuovo allora questa cosa può essere degna di attenzione. E allora diciamo pure che questi partiti dovrebbero essere "nuovi", anche se non si capisce esattamente che cosa questo comporterebbe, dal punto di vista della politica e della scienza politica.
Il più grave fraintendimento che è in atto, nel dibattito politico-istituzionale italiano, è l'avere mischiata la questione dell'organizzazione dei partiti con la questione dei finanziamenti alla politica. Questo è stato un errore veramente madornale, e anche, sia detto fin da subito, un errore da educandi.
Cerchiamo di mettere un po' d'ordine, a questo proposito.
Ci sono diverse opzioni in campo, dal punto di vista politico-istituzionale. Da un lato c'è chi - cieco - vorrebbe un sistema totalmente all'americana e una repubblica, nei fatti, presidenziale.
Dall'altra parte ci sono i fanatici dell'idea di Partito Democratico, e cioè chi vuole un sistema misto, mezzo presidenziale (premierato).
Infine c'è chi vuole un sistema sostanzialmente proporzionle e una repubblica parlamentare.
Ora è piuttosto evidente a chi conosca la storia d'Europa e in particolare della lunga crisi delle istituzioni francesi durante tutta la fase finale del Settecento e l'Ottocento, che questa distinzione non è che la distinzione fra destra e sinistra.
E' evidente, cioè, che la sinistra è per un sistema proporzionale-parlamentare e la destra per un sistema maggioritario-presidenziale.
Tuttavia bisognerà pure trovare una soluzione. La ragione della nostra crisi, infatti, è che bisogna trovare un sistema di regole che vada bene per tutti. E l'assenza di un sistema di regole produce semplicemente l'impossibilità di fare riforme, il che finisce per nuocere, in ultima analisi, allo stesso assetto capitalistico.
La soluzione passa, innanzitutto, per introdurre nella discussione pubblica distinzioni fondamentali e centrali nella determinazione del nostro assetto politico-istituzionale. Passa, cioè, per lo sfatare una serie di miti del tutto errati.
(1) Governare non consente di per sé di fare riforme. Non abbiamo bisogno di governabilità, ma di riformabilità. Abbiamo bisogno, cioè, dell'accumulazione di energia politica nelle mani di organizzazioni astratte che possano reggere l'urto di riforme di sistema.
(2) In situazioni ragionevolmente estreme, un sistema maggioritario non determinerebbe ipso facto la governabilità, poiché non determinerebbe la riformabilità. Il punto, cioè, è che ci sono situazioni di tensione estreme nelle quali non soltanto la governabilità non è propedeutica alla riformabilità, ma addirittura vige il principio opposto: è fondamentale poter fare riforme per permettere la governabilità, poiché le riforme vengono sentite come incredibilmente urgenti dal popolo.
(3) Non si può legare il nome di un cammino di riforme alla biografia di una singola persona, in un sistema politicamente troppo fragile e permeabile. La ragione è che una singola persona può essere sempre buttata giù dal suo piedistallo ricorrendo a stratagemmi leciti o illeciti. Solo organizzazioni astratte e robuste possono mantenere una determinata linea politica di fronte a lunghi mesi di tensioni sociali.
(4) Un sistema proporzionale istituzionalizzato vorrebbe dire il permettere soltanto a certi partiti di partecipare alle elezioni mentre altri partiti ne sarebbero per principio esclusi. Vorrebbe anche dire che una qualche commissione di persone esperte dovrebbe essere in grado di valutare se lo statuto di un determinato partito si sovrappone a quello di altri partiti in una maniera che è ingiustificabile dal punto di vista della teoria politica. Questo sistema non sarebbe pertanto un sistema liberale. Ma il liberalismo non è il bene assoluto. Il problema è più complesso di quanto non sia risolvibile con la semplice opposizione a ciò che non è liberale. Il problema è la natura del nostro sistema democratico in quanto democratico, prima ancora che liberale. Qual è l'antropologia politica che giustifica dal punto di vista sistemico l'esistenza, ad esempio, del Movimento Cinque Stelle? E' ovvio che questa è una domanda di per sé illiberale. Del resto non si sostiene, qui, che il Movimento Cinque Stelle sia politicamente un animale insensato, ma si sostiene che la domanda è lecita. La ragione per cui è lecita è che la produzione di sempre nuovi partiti è un'arma in favore di chi vuole destabilizzare il sistema, in un'epoca di discredito dei partiti stessi. Bisogna obbligare, cioè, a ripulire la vita democratica dall'interno: e l'interno della vita democratica è la vita dei partiti. Non si può permettere alle oligarchie di agire al di fuori dei partiti ogni volta che esse lo desiderano, perché questo porta semplicemente al fascismo.
(5) La moltiplicazione e la produzione continua di nuovi partiti produce semplicemente l'impossibilità di riformare lo stato, e questo è il male assoluto o meglio questa è l'arma in possesso dei tecnocrati e delle destre. Ogni volta che si abbassa la credibilità della politica decresce il prezzo che le oligarchie devono pagare per far nascere un nuovo partito che scalzi i vecchi partiti. Ma ogni volta che decresce quel prezzo, le oligarchie aumentano di potere, perché possono utilizzare quel costo per mettere a tacere forze a sé ostili oltre che per far convogliare il consenso verso chi vogliono. Se le oligarchie arriveranno a potersi pagare tutto, lo faranno. Ma questa è esattamente la forma politica chiamata "fascismo".
(6) E' necessario slegare il problema della riforma dalla politica dal problema - dal punto di vista teorico-politico del tutto inesistente - del finanziamento della politica stessa. Il problema è eslusivamente quello della scarsa credibilità della politica. Finché la credibilità sarà così bassa, allora ogni costo sarà ritenuto eccessivo, ma ogni prezzo, paradossalmente, sarà di fatto pagato. Bisogna considerare, cioè, che è insito nella natura del partito fascista essere pagato per distruggere lo stato. Esso, cioè, ha un costo - reale -, ma non ha un costo ai danni dello stato. Ha un costo soltanto per chi ha soldi - ma ha anche molti vantaggi per chi ha soldi, e molti svantaggi per chi non ne ha.
(7) L'avversario della politica democratica non è il liberalismo. L'avversario della politica democratica è il fascismo. Ma il liberalismo estremo è una teoria politica ingenua, la quale non ha tra le sue armi quella della lotta politica. Contro il fascismo, invece, l'arma della lotta politica è un'arma essenziale, perché il fascismo stesso è un soggetto che fa lotta politica, sia che esso si chiami "partito fascista", sia che esso si chiami semplicemente "Nuovo".
(8) Caratteri storico-culturali del fascismo in tutte le sue forme politiche: A. nuovismo, odio per tutto ciò che è vecchio e autorevole, B. teoria estetica dell'esistenza e della politica, teoria della "bella morte", o della politica come contemplazione mistica del bello; C. futurismo politico, e cioè amore incondizionato per la tecnologia in quanto finalità intrinsecamente umanistica; D. giovanilismo, esaltazione della gioventù in quanto tale e cioè in quanto età "superiore" della vita.
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