Il problema che la nuova sinistra italiana dovrebbe cercare di affrontare è in primo luogo una questione di linguaggio politico.
Oggi, il futuro della sinistra passa anche attraverso la possibilità di far identificare le popolazioni migranti (gli ultimi della società, perché persino privi dei diritti politici) con il cammino dei diritti civili e sociali europeo. Si tratta, perciò, di una sinistra che torni a difendere interessi precisi, interessi di classe.
Dal punto di vista del linguaggio politico, questo pone vari problemi. Per quanto riguarda le popolazioni provenienti dall'area del Maghreb e del Vicino Oriente, si tratta di persone la cui caratteristica sociologica più lampante è probabilmente il basso tasso di scolarizzazione e al contempo l'assenza di una cultura politica laica.
La politicità prevalente di queste popolazioni appare pertanto legata da un lato alla difesa di determinati interessi economici, e da un altro lato a un sistema valoriale ancorato a una base per lo più religiosa. Le classi dirigenti che possono "rappresentare" questi interessi non sono perciò per lo più classi dirigenti di estrazione professionale-borghese, e questo pone un enorme problema rispetto alle forme-partito della socialdemocrazia europea per come si sono storicamente determinate nell'ultimo trentennio.
Il fenomeno ISIS è destinato a giocare un ruolo geopoliticamente "progressivo", soprattutto nella misura in cui a causa di esso emergerà come l'emarginazione sociale e i troppo ampi gap generazionali nei territori europei conducono necessariamente a problemi di sicurezza nazionale per gli stati membri, e in secondo luogo in quanto tramite questo fenomeno - la cui esistenza è sentita dalle popolazioni locali del mondo arabo come principalmente dovuta alla scellerata guerra statunitense-irachena e quindi all'Occidente - si produrrà probabilmente un nuovo e forse definitivo scatto all'indietro del colonialismo franco-inglese e statunitense, il che dovrebbe se non altro favorire il processo di integrazione europea, e cioè una relativa maggiore convergenza di quei disparati interessi che producono le differenti politiche estere europee (particolarmente rilevante, a questo proposito, la posizione francese).
Il ruolo della sinistra, in questo contesto, appare soprattutto quello di unire lotte apparentemente divergenti. La prospettiva strategica della sinistra è allora quella che porta a declinare il proprio giudizio sui conflitti in campo in base a un'opposizione nei confronti di quella che appare essere una strategia della tensione internazionale operata da una nuova destra.
Usare l'ISIS come "ago della bilancia" dei conflitti per la rinegoziazione dei confini mediorientali (conflitto curdo, conflitto arabo-israeliano) appare infatti funzionale a mantenere alta la tensione interna in diversi paesi NATO (la Turchia potrebbe essere un esempio-ponte in tal senso dell'estensione dell'area di instabilità dal Vicino Oriente verso l'Europa, con l'eventuale coinvolgimento dei servizi segreti turchi almeno in quanto informati e non ostacolanti rispetto alle operazioni terroristiche in corso sul territorio turco ad opera dell'ISIS).
L'ISIS appare perciò come un avversario ambiguo a causa della distinzione tra piano nazionale e piano internazionale, e che perciò è necessario colpire senza però arrivare a distruggerlo. Da una parte, esplicitamente, esso serve a rappresentare un nemico utile a mantenere un controllo militare su un'area ad altissimo rilievo strategico e cioè serve soprattutto a mantenere ampio il mandato politico delle forze statunitensi in campo - ampio proprio perché privo di una visione di lungo periodo. Dall'altra, implicitamente, l'esistenza dell'ISIS serve a mantenere alto il livello di tensione interno ai paesi della NATO e alla Russia e quindi a regolare con le cattive l'ordine interno.
E' necessario perciò da parte della sinistra denunciare il senso profondo di questa strategia, che sembra propria di una cultura politica militarista ideologicamente affine a quella di un certo imperialismo naturalmente di destra.
Tracciare un solco tra i migranti e le popolazioni occidentali locali è in questo momento uno tra gli obiettivi principali di una nuova strategia di una destra non più esclusivamente conservatrice, ma, in senso tecnico, rivoluzionario-conservatrice e nazionalista.
La riscoperta dei diritti sociali l'antica battaglia da opporre a questa deriva.
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