Carlo Marx riteneva che le forze del capitale fossero tutte oggettivamente alleate fra di loro contro i proletari, mentre questi ultimi dovevano trovare un accordo reale fra di loro - un accordo politico - per non essere estromessi del tutto dal campo delle decisioni che contano. Il capitale, dunque, non aveva bisogno di mettersi d'accordo per essere d'accordo con se stesso (è questo il significato di "essere oggettivamente alleate"), mentre la classe dei proletari si.
Questa analisi è una forma di ultra-complottismo? In un certo senso lo è, e per questo sarebbe sbeffeggiata da intellettuali come Eco, il quale ha un sacro orrore per i complotti. Tuttavia il complottismo più autentico che sia mai esistito, quello di Carlo Marx, è anche una forma di anti-complottismo: è cioè una Scienza Nuova anche rispetto alla storia come racconto.
E in ogni caso tutta la storiografia che non sia appiattita su una forma radicalmente atomistica di positivismo costituisce in ultima analisi una forma di complottismo. L'affermazione "i nobili e l'alto clero nella Francia del diciottesimo secolo detenevano tutto il potere", ad esempio, è di per sé una forma di complottismo ed è anche una piuttosto generica verità (o falsità) storiografica. Sebbene essa non costruisca la spiegazione complottistica di un singolo evento storico, infatti, essa fa riferimento a una struttura statica (il potere) rimandandone l'architettura a una struttura come tale complottistica di rapporti personali e politici.
Quell'affermazione ventila l'idea che i membri della nobiltà e dell'alto clero fossero tutti d'accordo fra di loro (contro gli altri), il che del resto è una conseguenza quasi necessaria del fatto che si frequentavano fra di loro mentre scarsamente ciascuno di essi frequentava un membro del popolo. Quell'affermazione, pertanto, prevede un notevole livello di generalizzazione per quanto si tratti poi di una generalizzazione plausibile. La generalizzazione storica finisce spesso per mettere sullo stesso piano l'essere oggettivamente d'accordo con il mettersi realmente d'accordo, ma del resto le due cose sono molto simili anche nella realtà almeno se si ritiene che la ricostruzione della realtà contempli un riassunto di quale sia il senso fondamentale del suo divenire attraverso il tempo.
Ecco quello che intellettuali come Eco non sono facilmente disposti a riconoscere: che la realtà sia poi in ultima analisi molto simile a una qualunque delle sue semplificazioni. Essi amano l'unicità e l'ironia che quasi inevitabilmente la fortifica.
La storia, tuttavia, è anche una scienza sociale, nel senso che, dal punto di vista cognitivo, essa aiuta a costruire modelli di ragionamento. Il complotto non è che un fondamentale modello del ragionamento umano. Naturalmente a quasi nessuno interessa stabilire se i complotti esistano nella realtà oppure meno, e tutti vogliono semplicemente ricordare a tutti gli altri la sottigliezza delle differenze tra un caso e l'altro.
Ma anche Eco potrebbe riconoscere che affermare che esiste un complotto e generalizzare storicamente sono innanzitutto e per lo più due attività cognitivamente identiche: la costatazione di un risultato finale di qualcosa che si è selezionato come un processo unitario, unita a una concettualizzazione circa il cui prodest di tale processo.
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