Dal punto di vista della storia culturale, gli economisti classici vanno interpretati fondamentalmente come gli ultimi eredi di un'alta società aristocratica in crisi. Il problema che si poneva, a quell'epoca, era quello di traghettare un determinato sistema di valori vigente in un mondo che restava fondamentalmente religioso, nelle sue caratteristiche ideologiche, in un nuovo mondo nel quale, per dirla con Habermas, il regno relativamente più mutevole dell'opinione pubblica si sostituiva allo statico balletto di élites predeterminate.
Gli economisti classici, allora, non rappresentano ancora tanto una nuova scienza, quanto il permanere di una forma di filosofia morale in un mondo in vorticoso cambiamento e la trasformazione di essa in un sapere e in una rete di relazioni adatte al mantenimento di un'intellighenzia al comando di un imperium.
Il vero conflitto, pertanto, si porrà soltanto dopo, tra coloro che, mettendo a rischio gli antichi modelli di comportamento in nome di una sorta di rivoluzione conservatrice, proporranno una scienza positivistica incentrata sull'Economics, e coloro che resteranno invece fedeli agli ideali di una Political Economy realmente scientifica e dunque potenzialmente tanto riformista quanto conservatrice. Le corrispondenze private tra gli economisti classici denotano il mutare della personalità del dirigente politico in un'epoca nella quale si pone il problema di definire un'élite culturale omogenea e adatta a una società che già allora appariva, rispetto al passato, innanzitutto come una società della conoscenza; una società nella quale l'inedita ma poi endemica instabilità delle istituzioni politiche avrebbe fatto da contraltare all'istituzionalizzazione delle nuove pratiche intellettuali nello spazio definito dall'apertura del sapere universitario alla nuova varietà delle scienze umane.
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