La filosofia politica di Pippo Civati risulta tanto più evidente quanto più ci riferiamo al suo esito attuale: quello di rendere Civati stesso il referente di un popolo mobilitatosi per le elezioni primarie di un partito a cui lo stesso Civati non appartiene più.
Gli elementi di deviazionismo - per esprimerci in termini ironicamente burocratici - di Civati rispetto all'ortodossia gramsciana sono ovviamente nel suo spiccato movimentismo. Il problema del movimentismo è allora il suo rapporto con le riforme e cioè con la politica intesa con un sistema di decisioni.
Bisogna individuare, pertanto, in prima battuta, l'esatto rapporto tra decisioni e riforme. Il punto, qui, è che una riforma vera non è mai rappresentabile come una singola decisione, ma è sempre piuttosto un sistema di decisioni. Decisioni su chi esattamente coinvolgere nel processo deliberativo, decisioni su quali incentivi dare a quali attori, decisioni su come attuare ciò che è stato deciso soltanto a un livello centrale e dunque teorico.
Poiché smuove l'esistente, ogni riforma determina un tentativo di controriforma da parte del capitale. Ora ciò a cui stiamo assistendo in Italia è esattamente un processo di controriforma. Il vero tentativo di riforma era stato quello voluto da Pierluigi Bersani, ovvero una riforma dei partiti e del sistema politico. Perché questo stesso tentativo di riforma era opposto rispetto alla filosofia politica di Civati?
Perché non era una riforma movimentista: non era cioè una riforma in favore dei movimenti, ma era una riforma in favore dei partiti. I riformatori, infatti, ritenevano non a torto che ogni lungo processo di riforma sottoponga a uno stress potenzialmente disgregante il sistema politico. La ragione è che ogni riforma determina un tentativo di eterodirezione della linea politica dei partiti da parte del capitale, poiché quest'ultimo, sentendosi attaccato, mette in campo un articolato sistema di minacce e incentivi che mette in difficoltà l'altrimenti monolitica architettura di fedeltà politiche che ogni partito politico rappresenta. Ecco perché, a giudizio dei riformatori, un processo di riforma dello stato e delle strutture economiche del paese andava accompagnato da un processo di istituzionalizzazione dei partiti, mentre quello a cui assistiamo è il processo controriformatore di liquidazione dei partiti stessi, un processo pertanto del tutto opposto che condurrà semplicemente ad ulteriori controriforme di taglio sostanzialmente conservatore.
Il problema del movimentismo è dunque sostanzialmente nel fatto che nonostante sia vero che la classe dirigente possa emergere solamente dalle lotte e dal basso, è altrettanto vero che essa dovrebbe far convogliare, nel corso del tempo, le fedeltà che accumula verso un qualche tipo di struttura politica astratta e cioè non legata a singole persone, per quanto abili e capaci. La ragione è appunto nel fatto che l'architettura di fedeltà personali che la politica tende naturalmente ad accumulare viene messa in tensione e rischia virtualmente di esplodere quando l'innalzamento del livello dello scontro politico si determina, e cioè in corrispondenza di decisioni di lungo periodo che hanno grandi conseguenze economico-politiche (le cosiddette riforme), perché queste decisioni innescano processi di controriforma da parte del capitale che passano attraverso il tentativo di eterodirezione dei partiti. Ecco perché la fedeltà politica dovrebbe essere incanalata non soltanto in una classe dirigente intesa come una somma di individui (il che è tipico dell'opzione movimentista), ma in una classe dirigente intesa come corpo organizzatore di un soggetto politico unitario e astratto (i cosiddetti partiti).
Il movimentismo, come filosofia, porta semplicemente, nel momento del confronto con i momenti di alta tensione politico-economica (le cosiddette riforme), alle conseguenze paradossali nelle quali si trova l'onorevole Civati: quelle che consistono nel rappresentare un popolo senza più patria.
4 commenti:
E' un'analisi triste. Ma non so se tristemente vera.
Da quello che ricordo, Bersani e Civati la vedevano più o meno allo stesso modo sulla struttura (e le figure dirigenziali) del partito. Forse mi sbaglio o forse non ho centrato il senso del post. Spero solo che Civati sia abbastanza "maturo" da creare un partito degno di questo nome.
Non so, la mia del resto è solo una riflessione astratta, perciò probabilmente è come dici tu.
Credo tuttavia che il disegno riformista di Bersani fosse il più adatto a dare il senso di un cambiamento piuttosto radicale ma ragionevole.
Ho votato Civati semplicemente perché mi sembrava una figura più carismatica di Cuperlo.
Per il resto Civati mi sembra legato a un'idea di politica "ulivista", che temo sia superata dalla crisi in atto, nel senso che credo che il partito-contenitore che essa sembra prevedere sia troppo permeabile e fragile. Sarò cieco, ma non vedo molta formazione politica, nel partito di Civati. Ci sono, in Civati, elementi di americanizzazione della politica che non sono molto adatti al nostro contesto.
Bersani mi sembra più vicino al modello della socialdemocrazia tedesca, che mi pare funzioni. Bisogna anche considerare che la Germania è un paese molto simile a noi nei suoi principali tratti politico-economici. Un paese, innanzitutto, altamente industrializzato, e culturalmente non unitario ma, in qualche modo, federale.
Comunque non intendevo tanto criticare Civati, ma piuttosto la sua filosofia politica. Volevo cioè descrivere le ragioni per cui, se tutti si comportassero come Civati, non avremmo alcun partito a sinistra, ma solo un coacervo di oligarchie non molto diverso da quello che sta producendo lo stesso Renzi, su base democristiana.
Questo non esclude che Civati sarebbe, o sia, comunque un buon leader.
Piuttosto mi rendo conto o almeno ritengo, che Civati sia una figura a suo modo "unica", e che difficilmente può unire, a sinistra, a causa della sua concezione a mio giudizio piuttosto movimentista della politica.
Sono d'accordissimo col tuo primo commento. Cioè sul fatto che un nuovo ulivo appassirebbe prima di cacciare le foglie. Nutro gli stessi timori. Solo sono un po' più fiducioso perché credo nell'umiltà più volte dimostrata da Civati. Sono un fan dell'umiltà e credo che sia una qualità fondamentale all'interno di un partito, soprattutto se posseduta dal leader. per quanto riguarda Bersani, si è auto-eliminato. Era un barlume di speranza importante per il PD e per la sinistra di governo. A quanto pare, la sinistra, non può/vuole essere di governo.
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