La situazione politica in Medio Oriente è determinata dalla presenza di tre tipologie di attori. Da un lato ci sono gli attori che non hanno la possibilità di subire conseguenze dirette da ciò che accade in Medio Oriente, se non nel senso relativamente limitato della difesa di interessi nazionali di stampo post-coloniale o semi-coloniale. Si tratta di Francia, Italia, Regno Unito, Stati Uniti, e, parzialmente, Russia.
Poi ci sono due tipologie di attori molto più direttamente coinvolti: gli stati che portano avanti una politica di potenza regionale (Iran, Turchia, Arabia Saudita, Israele), e gli stati che promuovono una riscrittura dei confini su basi religiose (ISIS) o etniche (curdi).
Infine ci sono i non-stati: Libia, Siria, Iraq, i quali sono per definizione dei non-attori.
Ora, per quanto riguarda le forze in campo, la situazione è questa: la Turchia e gli Stati Uniti vogliono la deposizione di Assad in Siria, mentre la Russia vuole al contrario una sua difesa ad oltranza.
Inoltre tutti gli attori regionali si oppongono alla costituzione di uno stato curdo in territorio turco-siriano-iracheno-(iraniano), che sarebbe ben visto semmai soltanto da attori che hanno una posizione più di sinistra nazionalista, o più tradizionalmente filo-russa, o più idealizzante e cioè più lontana dai reali conflitti in campo (la prima tipologia di attori, ad esempio, e in linea di massima).
I paesi più esposti al terrorismo internazionale, che fa capo ormai per lo più all'ISIS, sono per forza di cose gli stati democratici (Turchia, Israele, in primo luogo) che sono territorialmente vicini ai luoghi di insediamento dell'ISIS, perché essi possono temere che dall'instabilità interna che segue al radicamento delle organizzazioni terroristiche derivi una volontà di espansione territoriale da parte dell'ISIS stesso, il quale non si pone confini geografici per la propria azione.
Ci sono pertanto diverse direttrici di azione e di conflittualità. Da un lato la Russia difende i curdi e gli alawiti (Assad) in funzione anti-ISIS, in questo modo inimicandosi la Turchia, che ha dietro di sé gli Stati Uniti. La Turchia inoltre è geograficamente l'ostacolo per l'espansione russa verso il mare siriano, ed è perciò più o meno da sempre o comunque da almeno centocinquanta anni un nemico strategico di primo piano per la Russia.
Poi c'è la rivalità tra Iran e Arabia Saudita, sull'asse dell'opposizione sciiti-sunniti. L'Iran sostiene Hamas ed Hezbollah in chiave anti-Assad e anti-Israele, mentre l'Arabia Saudita, per l'opposizione nei confronti dell'Iran, ha una posizione opposta nei confronti di questi movimenti, nonostante la pregiudiziale antisraeliana di fondo.
La domanda ora è la seguente: qual è la questione di fondo? Le questioni di fondo sono due, e sono due questioni, come si suol dire, nazionali.
Da un certo punto di vista, la questione di fondo è quella israelo-palestinese, e da un altro punto di vista è quella curda.
L'ISIS, cioè, è un fantoccio sovra-nazionale nelle mani di attori che perseguono obiettivi nazionali.
Se il conflitto principale diventa quello israelo-palestinese, l'Iran si allontana dagli Stati Uniti per una divergenza ideologica di fondo. Se il conflitto principale diventa quello curdo, invece, gli iraniani potrebbero avvicinarsi ad una posizione statunitense e "occidentale" in chiave anti-turca e anti-sunnita (i sunniti sono i veri rivali dei curdi, o meglio lo sono di più di quanto non siano coinvolti mediamente gli sciiti).
La questione Stati Uniti-Iran è una questione chiave, perché questi due paesi, rispetto a tutti gli altri, hanno in realtà meno conflitti tra di loro di quanto accada mediamente alle altre coppie di paesi coinvolti e quindi sono gli unici in grado di mettere in campo una strategia comune relativamente scevra da tatticismi. La rivalità iraniano-statunitense nasceva infatti da questioni che ormai sono relativamente obsolete: l'appiattimento degli Stati Uniti su una posizione filo-israliana e anti-palestinese, e la vicinanza storica tra Iran e Unione Sovietica. Storie vecchie.
Oggi come oggi un eventuale asse Stati Uniti-Iran è probabilmente l'unico in grado di produrre una sinergia internazionale attorno all'ordine mediorientale.
2 commenti:
Non riesco a capire la liquidazione in una battuta di un fenomeno come il cosiddetto Califfato. Nella mia ignoranza, mi sembra una cosa grossa, non fosse altro che per quanto sta provocando, sia pure indirettamente, tra Russia e Usa.
La crisi siriano-irachena è il risultato di un vuoto di potere emergente da un conflitto etnico-religioso che è soprattutto il risultato della perdita di influenza degli Stati Uniti in tutta l'area mediorientale. Le conseguenze che sottolinei sono perciò come dici tu indirette.
Il Califfato non viene infatti ritenuto un interlocutore politico dalla maggior parte delle potenze, ma piuttosto come uno strumento utile a chi ha comodità nel destabilizzare i luoghi.
Per quanto riguarda il Califfato, si tratta al momento, in quanto esso costituisce un polo di attrazione per i foreign fighters da tutto il mondo, di un fenomeno soprattutto sociale e mediatico, che ha però in questo momento ancora una dubbia significatività sul piano della politica internazionale.
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